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L’orario massimo di lavoro

24 Febbraio 2021
L’orario massimo di lavoro

Orario di lavoro: il tempo massimo oltre i quali scatta lo straordinario e i limiti allo stesso straordinario. 

Quante ore si può lavorare per legge? Di solito, si risponde 40 ore. Ma non è così. Si può lavorare anche più di 40 ore a patto di considerare le ulteriori ore come lavoro straordinario. Il nostro ordinamento fissa però un tetto massimo anche allo straordinario, al fine di garantire al dipendente il giusto riposo, necessario per il reintegro delle energie psicofisiche. 

Dunque, per sapere l’orario massimo di lavoro bisogna conoscere i limiti sia all’orario di lavoro ordinario che a quello straordinario. È quanto vedremo qui di seguito in modo da spiegare come funziona l’orario di lavoro e come viene regolato dalla normativa. Ma procediamo con ordine.

Qual è l’orario di lavoro ordinario?

La legge stabilisce qual è l’orario di lavoro massimo oltre il quale scatta lo straordinario. La sua durata viene dunque stabilita in 40 ore settimanali. I contratti collettivi possono prevedere una durata minore; possono anche stabilire che il calcolo delle 40 ore vada compiuto non sulla singola settimana ma su di un periodo medio comunque non superiore all’anno.

Il calcolo dell’orario normale su una base media, piuttosto che sulla singola settimana, impone di qualificare come ore di lavoro straordinario – in quanto eccedenti le 40 settimanali – solo le ore di lavoro eccedenti rispetto alla media alla fine dell’intero periodo considerato. 

Quante ore si può lavorare per legge in una settimana?

L’orario massimo di lavoro settimanale (cioè di ore normali più lo straordinario) è di 48 ore di cui 40 ore di lavoro ordinario e 8 di lavoro straordinario. 

Il limite delle 48 ore costituisce un valore medio, che deve essere calcolato su un periodo di quattro mesi (nella media non si computano le assenze per ferie e malattie, mentre si computano le altre assenze). Il periodo di riferimento di quattro mesi è fissato direttamente dalla legge, ma può essere aumentato a sei o dodici mesi dai contratti collettivi a fronte di ragioni obiettive, tecniche o inerenti all’organizzazione del lavoro, specificate nel medesimo contratto collettivo.

L’utilizzo della media consente lo svolgimento, in una singola settimana, anche di più di 48 ore di lavoro, che può essere compensato in altre settimane durante le quali l’orario deve essere ridotto in misura tale da consentire il rispetto della media di 48. 

Il contratto collettivo può comunque stabilire un limite massimo di ore che, in ogni caso e al di là della media, possono essere lavorate nella singola settimana. Quindi, ad esempio, se il Ccnl dovesse stabilire che in una settimana si può lavorare massimo 48 ore, tale tetto non può essere superato neanche facendo ricorso alla media con le settimane successive. 

I periodi di ferie e di malattia (sono equiparati alla malattia i periodi di infortunio e maternità) non devono essere computati nel calcolo dell’orario medio settimanale delle 48 ore.

Quante ore si può lavorare per legge in un giorno?

Vediamo ora qual è l’orario normale giornaliero. Al contrario di quanto accade per l’orario normale settimanale, la legge non prevede una definizione di orario di lavoro normale giornaliero.

L’orario di lavoro massimo giornaliero può essere desunto, al contrario, in relazione alla durata dei riposi. Ed infatti, il lavoratore ha diritto ad un periodo di riposo di 11 ore ogni 24 ore. 

Qualora l’orario di lavoro giornaliero ecceda il limite di 6 ore il lavoratore deve beneficiare di un intervallo per pausa, le cui modalità e la cui durata sono stabilite dai contratti collettivi di lavoro, ai fini del recupero delle energie psicofisiche e dell’eventuale consumazione del pasto.

Quanto può durare una pausa dal lavoro

Se il Ccnl non dispone diversamente, la pausa dal lavoro deve avere una durata minima di 10 minuti. 

Cosa rientra nell’orario di lavoro?

Per completare il quadro sull’orario di lavoro bisogna vedere quali attività svolte dal dipendente, anche di tipo preparatorio, rientrano nella definizione di attività lavorativa e quali no. Ad esempio, si ritiene che il “tempo tuta” (necessario a indossare gli abiti da lavoro, in appositi locali adibiti a ciò dall’azienda) faccia parte dell’orario di lavoro e, pertanto, vada retribuito. 

In generale, si considera orario di lavoro qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esecuzione della sua attività o delle sue funzioni.

Quindi, oltre all’effettiva prestazione lavorativa, rientra nell’orario di lavoro anche il tempo a disposizione del datore di lavoro benché non dedicato alla prestazione effettiva, purché caratterizzato dalla presenza del dipendente sui luoghi di lavoro; ne consegue che è da considerarsi orario di lavoro l’arco temporale comunque trascorso dal lavoratore medesimo all’interno dell’azienda nell’espletamento di attività prodromiche ed accessorie allo svolgimento, in senso stretto, delle mansioni affidategli, ove il datore di lavoro non provi che egli sia ivi libero di autodeterminarsi ovvero non assoggettato al potere gerarchico. 

La Corte di giustizia europea (9.9.2003) ha precisato che per effettivo lavoro si intendono i periodi nei quali si è obbligati ad essere fisicamente presenti sul luogo indicato dal datore di lavoro e a tenervisi a disposizione di quest’ultimo per poter fornire immediatamente la loro opera in caso di necessità.

Eccezioni ai limiti di durata dell’orario di lavoro

Sono previste alcune deroghe ai normali limiti di durata dell’orario di lavoro. In particolare, sono escluse dalla disciplina della durata dell’orario normale settimanale le seguenti situazioni:

  • nei casi di forza maggiore;
  • nelle industrie di ricerca e coltivazione idrocarburi (mare e terra), di posa condotte e installazione in mare;
  • lavori discontinui e di semplice attesa o custodia (vi rientrano anche le guardie campestri);
  • i commessi viaggiatori o i piazzisti. I lavoratori che esercitano le mansioni di piazzisti, così come i commessi viaggiatori, non sono sottomessi alla disciplina dell’orario di lavoro in quanto non viene consentito al datore di lavoro di svolgere un controllo e una direzione costanti sulla loro scelta dei tempi e delle priorità sulle incombenze da adempiere;
  • il personale viaggiante dei servizi di trasporto per via terrestre;
  • gli operai agricoli a tempo determinato;
  • i giornalisti professionisti, praticanti e pubblicisti dipendenti da aziende editrici di giornali, periodici e agenzie di stampa, nonché quelli dipendenti da aziende pubbliche e private esercenti servizi radiotelevisivi;
  • il personale poligrafico (operai e impiegati) addetto alle attività di composizione, stampa e spedizione di quotidiani e settimanali, di documenti necessari al funzionamento degli organi legislativi e amministrativi nazionale e locali, nonché alle attività produttive delle agenzie di stampa;
  • il personale addetto ai servizi di informazione radiotelevisiva gestiti da aziende pubbliche e private;
  • i lavori di cui all’art. 1 della legge 20.4.1978, n. 154 e all’art. 2 della legge 13.7.1966, n. 559;
  • le prestazioni rese da personale addetto alle aree operative, per assicurare la continuità del servizio, nei settori delle poste, delle autostrade, dei servizi portuali e aeroportuali, nonché il personale dipendente da imprese che gestiscono servizi pubblici di trasporto e da imprese esercenti servizi di telecomunicazione;
  • personale dipendente da aziende pubbliche e private di produzione, trasformazione, distribuzione, trattamento ed erogazione di energia elettrica, gas, calore ed acqua;
  • personale dipendente da aziende di raccolta, trattamento, smaltimento e trasporto di rifiuti solidi urbani;
  • personale addetto ai servizi funebri e cimiteriali limitatamente ai casi in cui il servizio stesso sia richiesto dall’autorità giudiziaria, sanitaria o di pubblica sicurezza;
  • personale dipendente da gestori di impianti di distribuzione di carburante non autostradali;
  • personale non impiegatizio dipendente da stabilimenti balneari, marini, fluviali, lacuali e piscinali.


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