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Il reato sussidiario

29 Giugno 2021 | Autore:
Il reato sussidiario

Principio di sussidiarietà nel diritto penale: cos’è e come funziona? Come si misura la gravità di un reato?

I reati sono condotte illecite che, per via della loro gravità, la legge ritiene di dover punire con la reclusione, cioè con il carcere. Non tutti i reati, però, sono uguali agli altri: ne esistono di più gravi, puniti perfino con l’ergastolo, mentre ve ne sono altri decisamente meno preoccupanti che possono essere puniti con pochi mesi di reclusione o, addirittura, solo con una pena pecuniaria. Nell’ambito di questa classificazione, esistono crimini che si configurano solo in assenza di altri reati, in genere più gravi. È in quest’ambito che si inserisce il discorso riguardante il reato sussidiario.

La questione inerente alla sussidiarietà dei reati si pone nel momento in cui, commettendo condotte identiche o simili tra loro, una persona è in grado di integrare più crimini diversi. Caso emblematico di reato sussidiario è lo stalking: il delitto di atti persecutori si può commettere solamente se le condotte dello stalking non sono idonee a integrare un diverso reato. In pratica, nel diritto penale il principio di sussidiarietà consente di regolare i rapporti tra reati molto simili tra loro, dando prevalenza a quello più grave.

Se l’argomento t’interessa e vuoi approfondire l’argomento, magari perché quanto detto sinora non ti è chiaro, prosegui nella lettura: vedremo insieme cos’è il reato sussidiario e come funziona il principio di sussidiarietà.

Principio di sussidiarietà: cos’è?

Come anticipato in premessa, la sussidiarietà è un principio del diritto penale che consente di regolare l’applicazione delle norme a fatti che, apparentemente, potrebbero costituire più di un reato.

In altre parole, grazie al principio di sussidiarietà si riesce a contestare il giusto crimine allorquando la condotta dell’imputato possa astrattamente essere ricondotta a reati diversi tra loro.

Detto ancora in maniera diversa, il principio di sussidiarietà implica che, quando ci sono due norme penali che possono essere applicate allo stesso caso, si applica quella che prevede il reato più grave. Facciamo un esempio.

Tizio pedina insistentemente la sua ex fidanzata. Non rassegnandosi alla fine della loro storia, la contatta di continuo e comincia a minacciarla. Dopo tanti episodi di persecuzione e l’ennesimo rifiuto, in un impeto di rabbia la uccide. Tizio risponderà di omicidio, reato più grave rispetto allo stalking che è reato sussidiario.

Secondo la Corte di Cassazione, il delitto di stalking non trova applicazione autonoma qualora l’omicidio della vittima avvenga al culmine di molteplici condotte di persecuzione poste in essere precedentemente ai danni della stessa persona offesa [1].

È questo dunque un caso emblematico di applicazione del principio di sussidiarietà.

Reato sussidiario: cos’è?

Il reato sussidiario è il crimine che viene applicato solo se non esiste un reato più grave che possa adeguarsi alla medesima condotta.

Nell’esempio fatto nel precedente paragrafo, il reato sussidiario è lo stalking, in quanto si applica solamente se il fatto non costituisce più grave reato. Insomma: il reato è sussidiario quando si applica in subordine rispetto a un altro reato, meno grave del primo.

In questo senso, anche la Corte di Cassazione, secondo cui il reato sussidiario è ravvisabile ogni qualvolta non si configuri, per quel determinato fatto, una diversa qualificazione giuridica [2].

Reato sussidiario: come riconoscerlo?

Il reato sussidiario è in genere facilmente riconoscibile in quanto la legge fa salva l’applicazione di reato più grave.

Ad esempio, la norma che punisce lo stalking inizia così: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato…» [3]. Si tratta di una clausola di riserva che fa comprendere immediatamente come l’applicazione del reato sia subordinata all’assenza di un reato più grave che ugualmente può attagliarsi al caso concreto. Lo stesso accade per altri delitti, come ad esempio l’abuso d’ufficio [4].

Quando un reato è più grave di un altro?

Abbiamo detto che il principio di sussidiarietà “premia” la gravità dei reati, dando precedenza a quelli ritenuti più pericolosi.

Ma come si stabilisce la maggiore gravità di un reato rispetto a un altro? Il criterio principale per stabilire la gravità di un reato è quello della pena: più è alta la sanzione prevista per un reato, più grave sarà lo stesso. Poiché la legge, per ogni tipo di reato, prevede una pena minima e una massima (cosiddetta pena edittale; ad esempio, il furto [5] è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni), bisognerà innanzitutto guardare alla pena massima: sarà considerato più grave, quindi, il reato punito con la pena più elevata.

Ad esempio, il furto semplice (cioè senza aggravanti) è punito con pena massima di tre anni; la rapina [6], invece, con la reclusione fino a dieci anni. È chiaro, quindi, che la rapina è reato più grave del furto.

Cosa succede se la pena massima è identica? In questo caso, bisognerà prendere in considerazione la pena minima.

Riprendendo l’esempio di prima, abbiamo detto che la rapina è punita nel massimo con dieci anni di reclusione; anche il delitto di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio [7], però, è punito alla stessa maniera (dieci anni). In questo caso, occorrerà fare il paragone con l’altro “estremo” della pena, quello inferiore: la rapina è punita, nel minimo, con quattro anni di reclusione, mentre la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio con ben sei anni di reclusione. Quest’ultimo reato, pertanto, è più grave della rapina.


note

[1] Cass., sent. n. 30931 del 6 novembre 2020.

[2] Cass., sent. n. 4996/1998.

[3] Art. 612-bis cod. pen.

[4] Art. 323 cod. pen.

[5] Art. 624 cod. pen.

[6] Art. 628 cod. pen.

[7] Art. 319 cod. pen.

Autore immagine: canva.com/


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