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Avvocato autentica firma falsa in buona fede: cosa rischia?

25 Febbraio 2021
Avvocato autentica firma falsa in buona fede: cosa rischia?

Avvocato attesta falsamente l’autenticità della firma del cliente senza aver verificato personalmente la sottoscrizione dell’atto processuale.

Ogni atto processuale deve recare la firma del cliente in calce alla procura. La firma deve essere autenticata dall’avvocato; a tal fine, questi deve accertarsi che la sottoscrizione sia stata effettivamente apposta dall’interessato e non da altri in sua sostituzione. Ecco perché è bene che la firma della procura sia effettuata solo in presenza del legale. 

Cosa rischia l’avvocato che autentica la firma falsa in buona fede? Di tanto, si è occupata più volte la giurisprudenza e, da ultimo, la Cassazione [1]. Per comprendere meglio la questione partiamo da un esempio pratico, tutt’altro che raro.

Un avvocato viene contattato dal comproprietario di un immobile, ereditato insieme ai suoi due fratelli, per la difesa del bene dalle rivendicazioni di terzi. Volendo delegare il professionista all’avvio di un giudizio, il cliente si fa consegnare la procura, promettendogli di restituirgliela con la firma anche degli altri coeredi, in quel momento impossibilitati a recarsi presso lo studio del legale. L’avvocato in buona fede, acconsente e, dopo qualche giorno, riceve dal cliente il foglio con le firme apparentemente riconducibili ai tre soggetti. Ne attesta quindi l’autenticità (apponendo accanto ad esse anche la propria firma) e deposita l’atto di citazione in tribunale. Dopo qualche mese, però, l’avvocato viene contattato dai due fratelli che non ha mai incontrato di persona: questi sostengono di non essere mai stati avvisati dell’iniziativa processuale, lamentando la falsificazione delle proprie sottoscrizioni, evidentemente apposte dall’altro fratello. 

Cosa rischia l’avvocato che ha autenticato la firma falsa in buona fede? Secondo la Cassazione, commette il reato di falso ideologico in certificati, previsto dall’articolo 481 del Codice penale, l’avvocato che attesta falsamente l’autenticità della sottoscrizione apposta a margine dell’atto di citazione. E ciò vale, a maggior ragione, nel caso in cui l’avvocato firma la procura per conto del cliente.

Se poi nella fattispecie sussiste una lesione particolarmente grave della fede pubblica e non sussiste alcuna giustificazione per il comportamento delittuoso tenuto dal legale, non è configurabile nemmeno l’ipotesi di particolare tenuità del fatto. 

Non rileva, secondo i giudici, l’assenza di dolo (ossia la malafede) da parte del legale: non interessa cioè il fatto che a porre la firma falsa non sia stato il professionista ma il cliente, magari anche a sua insaputa. L’avvocato, nel momento in cui attesta l’autenticità della firma, deve verificare che la stessa sia del soggetto indicato sull’atto e non di terzi, cosa che evidentemente non può fare se la sottoscrizione viene apposta in sua assenza. 

Ebbene, puntualizza la Suprema Corte, l’insussistenza di un qualsiasi rapporto professionale o di qualunque forma di contatto tra l’avvocato e gli altri soggetti indicati sull’atto processuale sono elementi che depongono per la responsabilità penale del professionista il quale deve astenersi dall’autenticare firme la cui autenticità non ha potuto verificare personalmente. 

In tali casi, quindi, la buona fede non salva.

Si segnala tuttavia un precedente del Consiglio Nazionale Forense che potrebbe scagionare l’avvocato in buona fede. Secondo infatti il CNF, «l’autenticazione della firma di procura alla lite da parte dell’avvocato non richiede che egli abbia personalmente ricevuto la sottoscrizione da parte del cliente; pertanto non può ritenersi responsabile deontologicamente l’avvocato che abbia autenticato una firma risultata falsa ove non vi sia la prova che la procura attestasse che la sottoscrizione era avvenuta in presenza del professionista medesimo [2] (nel caso di specie è stato assolto il professionista che era stato ritenuto responsabile di aver autenticato una firma falsa, in quanto mancavano agli atti, il testo della procura e quindi la prova del fatto addebitato, e non c’erano le prove che la firma falsa fosse stata apposta in sua presenza)».

Ma come si difende il falso cliente? Innanzitutto, può segnalare l’episodio al Consiglio dell’Ordine degli avvocati per l’applicazione delle sanzioni disciplinari nei confronti del legale, venuto meno ai propri doveri professionali. In secondo luogo, può denunciare l’avvocato innanzi alla Procura della Repubblica, ai Carabinieri o alla polizia, eventualmente costituendosi parte civile nel conseguente processo penale ai fini della richiesta del risarcimento danni.

Infine, la giurisprudenza esclude la possibilità che gli effetti di un atto processuale si ripercuotano sul soggetto che non l’ha mai firmato. Sicché, anche l’eventuale condanna alle spese processuali ricade sull’avvocato e non sul falso cliente. 

Già in passato, la Cassazione [3] aveva fornito la medesima interpretazione stabilendo che «integra il reato di falsità ideologica in certificati commessa da persona esercente un servizio di pubblica necessità la condotta dell’avvocato che abbia attestato falsamente l’autenticità della sottoscrizione del cliente nel mandato alle liti a lui conferito».


note

[1] Cass. sent. n. 6348/2021.

[2] CNF sent. n. 176/2005.

[3] Cass. sent. n. 45451/2019.

Autore immagine: depositphotos.com


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