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Il giudice può rifiutare la consulenza tecnica d’ufficio?

26 Febbraio 2021
Il giudice può rifiutare la consulenza tecnica d’ufficio?

Quando la ctu è obbligatoria e la richiesta non può essere rigettata dal giudice. 

La consulenza tecnica d’ufficio (più spesso chiamata con l’acronimo ctu) non è un mezzo di prova riconosciuto alle parti del processo. Si tratta, al contrario, di uno strumento rimesso alla discrezionalità del giudice volto a integrare le conoscenze di quest’ultimo in determinati campi tecnici. Ecco perché alle parti non spetta un diritto incondizionato all’ammissione della ctu: è solo il giudice a stabilire se e quando incaricare il perito.

Alla luce di ciò, in linea generale, il giudice può rifiutare la consulenza tecnica d’ufficio richiesta da uno degli avvocati in causa. Ma non sempre può farlo: a detta della Cassazione, ci sono dei casi in cui l’ammissione della ctu risulta essenziale e quindi dovuta. 

Vediamo dunque, più da vicino, tutte le regole che presiedono all’ammissione della consulenza tecnica d’ufficio e in quali casi la richiesta avanzata da una delle parti non può essere rifiutata.

Cos’è la ctu?

Come anticipato, ctu è l’acronimo di consulenza tecnica d’ufficio; lo stesso termine è anche usato per individuare il suo autore, ossia il consulente tecnico d’ufficio.

Il consulente tecnico d’ufficio o ctu viene nominato dal giudice tutte le volte in cui, per decidere la controversia, è necessario prima risolvere uno o più aspetti tecnici: si pensi all’accertamento di una colpa medica, alla quantificazione di un risarcimento per il danno biologico, alla ricostruzione della dinamica di un sinistro stradale, all’individuazione delle cause di una perdita d’acqua dalle tubature, ecc.

A decidere la nomina del ctu è il giudice che, di solito, vi procede su richiesta di una o di entrambe le parti. Ben potrebbe però il giudice nominare il ctu di propria iniziativa, senza cioè sollecitazioni esterne.

La ctu non è un diritto delle parti

Le parti non possono avvalersi della ctu come mezzo di prova per supportare le proprie istanze. Come anticipato, la consulenza tecnica serve solo a fornire al giudice informazioni tecniche, in campi che sfuggono alla sua conoscenza. 

Pertanto, il giudice può rifiutare la consulenza tecnica d’ufficio richiesta dalle parti; è lui che decide discrezionalmente se disporre o meno la ctu. Ad ogni modo, nel caso di rigetto della richiesta di ctu, il giudice deve darne adeguata motivazione.

Come specificato più volte dalla giurisprudenza, la consulenza tecnica d’ufficio costituisce un mezzo di ausilio per il giudice, volto alla più approfondita conoscenza dei fatti già provati dalle parti, la cui interpretazione richiede nozioni tecnico-scientifiche, e non un mezzo di soccorso volto a sopperire all’inerzia delle parti.

La ctu è ammessa solo come “supporto” conoscitivo per la valutazione di ciò che è già stato assunto nel corso della causa o per accertare fatti che possono essere rilevati solo con specifiche cognizioni o strumentazioni tecniche. Non si ammette, invece, per assumere nuove prove o per supplire alle insufficienze dell’attività difensiva di parte [1] o per compiere un’indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati [2]. 

Solo eccezionalmente, il giudice può ricorrere alla ctu per accertare fatti che possono essere rilevati esclusivamente con l’ausilio del consulente: in tal caso, la relazione costituisce fonte diretta di prova [3].

Il giudice quindi non è vincolato dalla richiesta delle parti di nominare il ctu: può ammetterla così come non ammetterla, se ritiene che la stessa sia superflua o se la stessa viene richiesta per la ricerca di prove di fatti non ancora dimostrati nel corso del processo.

Quando il giudice non può negare la ctu

Come abbiamo anticipato, l’ammissione della consulenza tecnica costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito. Tuttavia, la ctu può eccezionalmente costituire fonte oggettiva di prova per accertare quei fatti rilevabili unicamente con l’ausilio di un perito. In tali casi, il giudice non può negare la richiesta di consulenza tecnica d’ufficio.

Come spiegato dalla Cassazione [4] il medesimo giudice non può, «da un lato, negare ingresso all’istanza di consulenza tecnica e, dall’altro, ritenere al contempo indimostrati i fatti che, per effetto della consulenza stessa, si sarebbero potuti, invece, provare». Ciò vale soprattutto quando oggetto dell’accertamento sono elementi rispetto ai quali la consulenza si presenta come lo strumento di indagine più efficiente, come nel caso della capacità d’intendere e di volere di una persona al momento in cui ha scritto il proprio testamento. In tali ipotesi, dunque, il giudice è tenuto ad ammettere la ctu richiesta da una delle parti.

Insomma, il giudice «non può ritenere indimostrati i fatti che, per effetto della consulenza stessa, si sarebbero potuti, invece, provare». È chiaro tuttavia che ci deve sempre essere un principio di prova nel corso del processo al quale la ctu deve agganciarsi, non potendo la ctu – come detto sopra – essere utilizzata come strumento di ricerca delle prove.

Come chiarito dalla Cassazione [3], «La consulenza tecnica d’ufficio anche se non costituisce un mezzo di prova in linea di massima rappresenta una fonte oggettiva di prova quando si risolve nell’accertamento di fatti rilevabili unicamente con l’ausilio di specifiche cognizioni o strumentazioni tecniche. L’accertamento della verità processuale attraverso l’indagine esplorativa del consulente supportata dall’estensione del mandato da parte del giudice e autonomi quesiti rispetto a quelli posti dalle parti è ammissibile se rappresenta l’extrema ratio».


note

[1] Cass. 22 gennaio 2014 n. 1299, Cass. 31 luglio 2002 n. 11359, Trib. Grosseto 7 giugno 2018 n. 570, Trib. Arezzo 3 ottobre 2017 n. 1092.

[2] Trib. Savona 5 novembre 2019.

[3] Cass. 5 febbraio 2013 n. 2663, Cass. 18 gennaio 2013 n. 1266.

[4] Cass. ord. n. 4518/2021


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