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Danno da diffusione mediatica: cos’è?

3 Luglio 2021
Danno da diffusione mediatica: cos’è?

Ogni cittadino ha diritto alla propria riservatezza e nessuno deve diffondere il suo nominativo e la sua immagine senza autorizzazione.

Stai guardando una trasmissione televisiva. Ad un tratto, ti rendi conto che il conduttore ha fatto il tuo nome senza che tu avessi autorizzato l’emittente a trattare i tuoi dati personali. Vuoi sapere se è possibile diffondere sui mass media dati personali altrui senza consenso. Ti chiedi cosa puoi fare per tutelare i tuoi diritti.

Ogni persona ha diritto alla tutela della propria riservatezza. I mass media non possono, dunque, diffondere i dati altrui senza autorizzazione. Se, tuttavia, la sfera privata viene violata può configurarsi un danno da diffusione mediatica: ma cos’è questa tipologia di pregiudizio?

La Cassazione è intervenuta sul punto in diverse occasioni ed ha affermato che sussiste in ogni persona un intimo desiderio di riservatezza che non deve essere mai violato. Vediamo quali conseguenze scattano in caso di danno da diffusione mediatica.

Diritto alla riservatezza: cosa si intende?

Nel corso del tempo, nel nostro ordinamento, è maturata un’attenzione sempre maggiore per la tutela della riservatezza della persona (spesso indicata con la parola inglese privacy). Si tratta di una sensibilità che è cresciuta notevolmente negli anni e che trova espressione in numerose norme sia dell’ordinamento italiano che europeo. Nella Costituzione, non esiste una specifica norma che tutela la privacy anche se la protezione della riservatezza può evincersi da numerose disposizioni, tra cui quella che sancisce l’inviolabilità della libertà e della segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione [1].

La protezione della sfera privata trova, invece, piena cittadinanza nella Carta Europea dei Diritti dell’Uomo che sancisce il diritto di ogni persona al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza [2].

Il processo di tutela della riservatezza ha trovato, poi, piena espressione nell’introduzione di stringenti regole che devono essere seguite quando si trattano i dati personali di una persona fisica, sia a livello europeo [3] che nazionale [4].

Danno da diffusione mediatica: cos’è?

Il danno da diffusione mediatica si verifica quando i dati personali di una persona fisica sono resi oggetto di esposizione mediatica senza il consenso dell’interessato. Tale tipologia di danno deriva dal principio generale, espresso nel Codice della Privacy [5], per cui, in caso di illegittimo trattamento dei dati personali, l’interessato ha diritto al risarcimento del danno.

Più nel dettaglio, la responsabilità risarcitoria in caso di violazione delle norme in materia di privacy deve essere verificata utilizzando l’istituto della responsabilità per l’esercizio di attività pericolose [6]. Tale tipologia di responsabilità postula l’obbligo di risarcire il danno cagionato da parte di chi svolge un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, a meno che non sia provato di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno.

Danno da diffusione mediatica: quando scatta?

La Cassazione ha stabilito, anche di recente [7], la risarcibilità del danno da diffusione mediatica partendo dal presupposto che ogni soggetto ha un intimo desiderio di riservatezza e, se questo bene viene violato, ha diritto al risarcimento del danno determinato dalla sofferenza patita a fronte di tale lesione.

Nel caso affrontato dagli Ermellini, un professionista era stato, senza il suo consenso, citato in una trasmissione televisiva ed era, dunque, stato esposto ad una non voluta esposizione mediatica. Durante il giudizio d’appello, era emersa la mancanza di qualsiasi manifestazione di esibizionismo da parte del professionista il quale si era sempre e solo occupato del suo ambito di attività senza manifestare la voglia di esposizione ai mass media.

L’assenza di precedenti manifestazioni di esibizionismo, peraltro, costituisce una presunzione su cui può fondarsi il risarcimento del danno poiché lascia presumere il patimento subito a causa della non autorizzata pubblicazione dei propri dati personali.

Per quanto concerne i profili probatori, la Cassazione conferma che l’illecito trattamento di dati personali non costituisce fonte di danno non patrimoniale in re ipsa ma conferma, altresì, che la prova del pregiudizio può essere resa anche tramite presunzioni.


note

[1] Art. 15 Cost.

[2] Art. 8 Cedu.

[3] Regolamento (UE) n. 679/2016.

[4] D. Lgs. 101/2018.

[5] Art. 15, D. Lgs. 196/2003.

[6] Art. 2050 cod. civ.

[7] Cass. n. 3426 del 13.02.2018.


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