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Mobbing sul lavoro: esempi

28 Febbraio 2021
Mobbing sul lavoro: esempi

Cos’è e quando c’è mobbing: quali comportamenti fanno scattare il mobbing e quando si può denunciare il datore di lavoro. 

Si parla spesso di mobbing ma raramente se ne comprende il significato. In linea astratta, per mobbing si intende una reiterata condotta vessatoria ai danni del dipendente, realizzata dai suoi superiori gerarchici (cosiddetto mobbing verticale) o dagli stessi colleghi di pari grado (cosiddetto mobbing orizzontale). Ma cosa si intende per «condotta vessatoria»? Quali sono gli esempi di mobbing sul lavoro? Per saperne di più, bisogna leggere i precedenti della giurisprudenza e scoprire quali condotte, per i giudici, possono considerarsi mobbing. È quanto cercheremo di fare qui di seguito. Dopo aver stabilito quali sono gli elementi del mobbing e come riconoscerlo, andremo ad analizzare, più da vicino, i comportamenti che fanno scattare questa forma di illecito ai danni del dipendente. Ma procediamo con ordine.

Cos’è il mobbing?

Per la Cassazione, il mobbing consiste in un insieme di comportamenti vessatori e/o persecutori, prolungati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale del lavoratore nonché della salute psicofisica dello stesso, perpetrati nei suoi confronti da parte di superiori e/o colleghi. Scopo del mobbing è l’isolamento del dipendente, la sua emarginazione, l’umiliazione.

Il mobbing può consistere anche in una serie di comportamenti che, singolarmente presi, si considerano leciti, ma che sommati tra loro, evidenziano un fine persecutorio, quindi illecito. L’elemento qualificante la condotta mobbizzante va infatti ricercato non nell’illegittimità dei singoli atti, bensì dell’intento persecutorio che li unifica.

Elementi del mobbing

Alla luce di quanto detto, possiamo affermare che elementi essenziali del mobbing sono:

  • una pluralità di atti protratti nel tempo anche intrinsecamente legittimi (elemento oggettivo);
  • tutti sorretti da un unico intento persecutorio (elemento soggettivo). 

Quindi, una singola condotta illecita, per quanto grave, non può costituire mobbing. Così come non lo è una serie di atti illegittimi il cui scopo però non è l’emarginazione del lavoratore. 

Il mobbing è un reato?

Il mobbing è innanzitutto un illecito civile che potrebbe comportare una malattia professionale indennizzabile nell’ambito del cosiddetto danno biologico. Spetta al dipendente che contesti la presenza di mobbing dimostrare la nocività dell’ambiente lavorativo, il danno subito e la riconoscibilità di tale danno all’ambiente lavorativo.  

Il mobbing può integrare il reato di maltrattamenti nei piccoli ambienti lavorativi, dove la vicinanza tra datore e dipendenti è simile ai contesti familiari. 

Potrebbero ricorrere altre forme di reato come nel caso di molestie, minaccia, estorsione (si pensi al datore che costringa il dipendente ad accettare uno stipendio inferiore sotto la continua pressione di un eventuale licenziamento).

Esempi di mobbing 

In realtà, non esiste un atto tipico di mobbing. Esso può esplicarsi con comportamenti di varia natura come, ad esempio: 

  • l’attribuzione al lavoratore di mansioni inferiori rispetto a quelle svolte da contratto o la totale privazione di qualsiasi mansione (cosiddetto demansionamento). Nell’ambito di una riorganizzazione aziendale, non è mobbing la  «sottoutilizzazione» di un dipendente se non è voluta dal datore di lavoro ma è una circostanza resa necessaria dalle condizioni concrete; 
  • l’abuso di procedimenti disciplinari (si pensi al datore che richiami in continuazione un dipendente per delle condotte invece tollerate nei confronti di tutti gli altri lavoratori o l’adozione di provvedimenti disciplinari per ragioni strumentali e in modo pretestuoso, amplificando l’importanza attribuita a fatti di modesta rilevanza); 
  • riduzione delle funzioni;
  • la negazione delle ferie o dei permessi;
  • le ripetute offese e denigrazioni;
  • la richiesta di straordinario;
  • la richiesta di lavoro durante il weekend o le festività;
  • il sovraccarico di lavoro; 
  • le molestie sessuali;
  • il terrorismo psicologico generato da situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale;
  • l’isolamento del dipendente dai colleghi e dal contesto lavorativo;
  • la brusca e improvvisa interruzione della carriera professionale; 
  • l’ambiente di lavoro ostile;
  • i ripetuti soprusi che, formalmente, possono anche essere legittimi, ma che diventano illeciti se hanno l’unico scopo di danneggiare il lavoratore nel suo ruolo e nella sua funzione lavorativa, onde determinarne l’isolamento fisico, morale e psicologico all’interno del contesto lavorativo;
  • una riassegnazione da un posto «senior» ad un posto «non senior».


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