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Sporgere le mani o la testa fuori dal finestrino dell’auto è vietato?

28 Febbraio 2021
Sporgere le mani o la testa fuori dal finestrino dell’auto è vietato?

Mano, dito o gomito fuori dal finestrino durante la guida: le responsabilità del conducente e dei passeggeri, il risarcimento, lo schiacciamento nel finestrino e la responsabilità per la caduta di terzi.

Tutti avranno presente quel tipico comportamento dei cani che, non appena saliti a bordo di un’auto, si affacciano dal finestrino per sentire il vento infrangersi sul muso. Bene, un comportamento del genere, se commesso da una persona, sarebbe illegittimo. Questo perché esiste un articolo del Codice della strada (e in particolare l’articolo 169 terzo co. c.d.s) che vieta al conducente e al passeggero di «determinare sporgenze dalla sagoma trasversale del veicolo». Questo nella pratica significa che sporgere le mani o la testa fuori dal finestrino dell’auto è vietato. Chi viola questa norma rischia una multa da 85 a 338 euro. 

Lo sa bene un tale ritenuto dalla Cassazione [1] corresponsabile dall’infortunio subito a seguito dell’involontaria chiusura del finestrino, ad opera del conducente, mentre era affacciato fuori dal vetro, intento a gestire la manovra del parcheggio. Immediata la richiesta di risarcimento all’assicurazione che ha riconosciuto il concorso di colpa tra il proprietario del veicolo, evidentemente distratto, e l’infortunato che, così facendo, s’è visto schiacciare il naso. La Suprema Corte ha così stabilito che è corresponsabile il passeggero per i danni occorsigli per essersi sporto dal finestrino di un’automobile in fase di manovra.

Ora, la regole secondo cui è vietato sporgere mani o testa fuori dal finestrino dell’auto può avere numerose applicazioni. I casi che potrebbero proporsi sono numerosi. Facciamo qualche esempio.

Guidare con il gomito fuori dal finestrino è vietato?

Immaginiamo un uomo che guidi, in modo “rilassato”, con il gomito fuori dal finestrino. Un comportamento del genere è illegittimo per due ragioni: innanzitutto, perché chi è alla guida deve sempre tenere il controllo del veicolo e non può pertanto controllare lo sterzo solo con una mano; in secondo luogo, perché violerebbe l’obbligo che abbiamo appena citato di non determinare sporgenze dalla sagoma del veicolo.

Lasciare il braccio fuori dal finestrino è vietato

Un altro tipico comportamento è quello – spesso realizzato dai bambini – di lasciare il braccio fuori dal finestrino, con il palmo rivolto contro il vento, per farsi rinfrescare dall’aria. Anche questa condotta, però, viola il Codice della strada e, se commessa da un minorenne, fa sì che la relativa multa sia imputata ai genitori.

Quindi, se un’auto trancia la mano lasciata fuori dal finestrino si potrebbe configurare un concorso di colpa: in tal caso, infatti, le condotte illecite sono due.

Se poi con la mano si dovesse determinare la caduta di un ciclista o di un motociclista ci sarebbero anche le conseguenze penali per il reato di lesioni colpose, a prescindere dall’eventuale guida imprudente di questi ultimi, troppo rasente al veicolo.

Chiudere il dito altrui nel finestrino dell’auto è vietato

C’è poi il caso, piuttosto frequente, di chi chiude i finestrini elettrici senza accorgersi magari che uno dei passeggeri ha il dito sul vetro. Cosa succede se, a seguito del trauma, quest’ultimo dovesse perdere l’unghia o, addirittura, la falange della mano? Il danneggiato potrebbe esigere il risarcimento del danno dall’assicurazione del proprietario del veicolo, la quale poi aumenterà il premio al proprio cliente. 

Questo però non significa che i passeggeri possano fare ciò che vogliono nell’auto altrui. Il citato articolo 169 del Codice della strada stabilisce infatti che «Tutti i passeggeri dei veicoli a motore devono prendere posto in modo da non limitare la libertà di movimento del conducente e da non impedirgli la visibilità».


note

[1] Cass. ord. n. 4789/21 del 23.02.2021: Il comportamento d’un passeggero d’un veicolo a motore, consistito nello sporgersi dal finestrino di un’automobile in fase di manovra, costituisce una condotta colposa (riconosciuta, nella specie, la corresponsabilità del passeggero per i danni da questo subiti allorché il conducente del veicolo aveva avviato l’alzacristalli elettrico mentre il passeggero si sporgeva per dargli indicazioni sulla manovra di parcheggio).

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 12 gennaio – 23 febbraio 2021, n. 4789

Presidente Amendola – Relatore Rossetti

Fatti di causa

1. In data non indicata nel ricorso, C.N. convenne dinanzi al giudice di pace di Frosinone P.G. (il quale decederà in corso di causa, E la cui posizione processuale sarà coltivata dagli eredi P.G. e V.S. ), la Impeco s.r.l. e la HDI Assicurazioni, esponendo che:

-) il 16 febbraio 2010, mentre era trasportato a bordo di un veicolo di proprietà della Impeco, condotto da P.G. ed assicurato dalla HDI, aveva subito lesioni personali;

-) le lesioni erano state causate dall’improvvida chiusura di un’alzacristalli elettrico, eseguita dal conducente mentre egli si sporgeva al di fuori del finestrino per assisterlo nell’esecuzione di una manovra di parcheggio.

2. Con sentenza 545/16 il Giudice di pace accolse la domanda, attribuendo però alla vittima un concorso di colpa del 50%.

La sentenza venne appellata da C.N. .

3. Il Tribunale di Frosinone con sentenza 15 giugno 2018 n. 593 rigettò il gravame.

Ritenne il Tribunale che il danneggiato aveva contribuito alla verificazione dell’evento dannoso in due modi: sia sporgendosi dal finestrino, senza che ve ne fosse la necessità, sia per non aver comunque usato maggiore cautela nel momento in cui eseguì tale movimento.

Ritenne, infine, il Tribunale che nulla fosse dovuto a titolo di spese mediche future per l’esecuzione d’un intervento di rinoplastica, dal momento che il danno biologico era stato liquidato alla vittima in misura integrale, e cioè senza tener conto dei possibili miglioramenti ottenibili con un intervento di chirurgia plastica.

4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da C.N. con ricorso fondato su quattro motivi, articolati in più censure.

Ha resistito con controricorso la sola HDI.

Ragioni della decisione

1. I primi due motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

Con tali motivi il ricorrente propone in sostanza due diverse censure:

a) il Tribunale e il Giudice di pace hanno attribuito alla vittima un concorso di colpa senza previamente sottoporre alle parti, ex art. 101 c.p.c., la discussione sul relativo tema;

b) il Tribunale e il Giudice di pace avrebbero attribuito alla vittima un concorso di colpa con una motivazione apparente, e comunque travalicando la domanda attorea.

1.1. I due motivi sono manifestamente infondati.

Quanto alla prima censura, essa è infondata tanto in fatto, quanto in diritto.

È infondata in fatto, in quanto la questione del concorso di colpa della vittima già apparteneva al dibattito processuale del giudizio di primo grado, e non è stata rilevata d’ufficio.

Infatti la società convenuta in primo grado aveva negato la responsabilità del proprio assicurato, così implicitamente addossando all’attore la colpa dell’accaduto: e tanto bastava perché il thema decidendum si estendesse alla sussistenza o meno di un caso fortuito incidentale, che può essere rappresentato sia dal fatto del terzo, sia dal fatto della vittima.

La censura è comunque infondata anche in diritto, dal momento che lo stabilire se una certa condotta della vittima integri o meno gli estremi della colpa concorrente ex art. 1227 c.c. è una questione di diritto, come tale sottratta all’onere di segnalazione ex art. 101 c.p.c., comma 2 (ex multis, Sez. 1 -, Sentenza n. 16049 del 18/06/2018, Rv. 649531 – 01).

1.2. Non sarà superfluo aggiungere che, in ogni caso, qualsiasi eventuale violazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2, dal giudice di primo grado è stata sanata dal fatto che della questione del concorso di colpa si è ampiamente discusso in appello, e dunque nessun pregiudizio vi è stato per il diritto di difesa delle parti.

1.3. Anche la seconda delle censure sopra esposte è infondata.

Il Tribunale ha ritenuto in punto di fatto che il comportamento d’un passeggero d’un veicolo a motore, consistito nello sporgersi dal finestrino di un’automobile in fase di manovra, costituisca una condotta colposa: la motivazione della sentenza impugnata è dunque chiara e comprensibile, e nessun difetto di motivazione sussiste.

1.4. Non sarà superfluo aggiungere che la valutazione del Tribunale, oltre che motivata, è anche giuridicamente corretta. L’art. 169 C.d.S., comma 3, infatti, vieta a tutti i passeggeri di veicoli a motore, esclusi i motocicli ed i ciclomotori, di assumere posizioni che determinino “iporgerv.zy dalla sagoma trasversale del veicolo”.

L’affacciarsi dal finestrino d’un veicolo in manovra, pertanto, costituendo violazione della suddetta regola di condotta, rappresenta effettivamente una condotta colposa, giustamente sanzionata dal giudice di merito.

2. Col terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 1227 c.c., oltre che di ulteriori norme non pertinenti, tuttavia, rispetto all’effettivo contenuto della censura.

Nella illustrazione del motivo il ricorrente sostiene che il giudice di merito avrebbe attribuito al danneggiato un concorso di colpa in assenza di prove; che avrebbe travisato quelle raccolte; che gli elementi indiziari utilizzati dal giudice di merito in realtà non erano tali; che per contro esistevano indizi a favore della vittima, dimostrativi della sua assenza di colpa, trascurati dalla sentenza impugnata.

2.1. Il motivo è manifestamente inammissibile perché censura la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti.

Ma una censura di questo tipo cozza contro il consolidato e pluridecennale orientamento di questa Corte, secondo cui non è consentita in sede di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, a nulla rilevando che quelle prove potessero essere valutate anche in modo differente rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito (ex permultis, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612747; Sez. 3, Sentenza n. 13954 del 14/06/2007, Rv. 598004; Sez. L, Sentenza n. 12052 del 23/05/2007, Rv. 597230; Sez. 1, Sentenza n. 7972 del 30/03/2007, Rv. 596019; Sez. 1, Sentenza n. 5274 del 07/03/2007, Rv. 595448; Sez. L, Sentenza n. 2577 del 06/02/2007, Rv. 594677; Sez. L, Sentenza n. 27197 del 20/12/2006, Rv. 594021; Sez. 1, Sentenza n. 14267 del 20/06/2006, Rv. 589557; Sez. L, Sentenza n. 12446 del 25/05/2006, Rv. 589229; Sez. 3, Sentenza n. 9368 del 21/04/2006, Rv. 588706; Sez. L, Sentenza n. 9233 del 20/04/2006, Rv. 588486; Sez. L, Sentenza n. 3881 del 22/02/2006, Rv. 587214; e così via, sino a risalire a Sez. 3, Sentenza n. 1674 del 22/06/1963, Rv. 262523, la quale affermò il principio in esame, poi ritenuto per sessant’anni: e cioè che “la valutazione e la interpretazione delle prove in senso difforme da quello sostenuto dalla parte è incensurabile in Cassazione”).

3. Col quarto motivo il ricorrente investe la sentenza nella parte in cui ha rigettato i motivi di gravame volti ad una più cospicua liquidazione del danno.

Anche questo motivo contiene plurime censure, così riassumibili:

-) il Tribunale aveva ingiustamente negato il risarcimento del danno patrimoniale per spese mediche future, pari ad Euro 4.400;

-) questa statuizione fu erronea in primo luogo perché la società convenuta non aveva tempestivamente contestato la consulenza tecnica d’ufficio (il ricorrente, tuttavia, non riferisce quale fosse il contenuto di tale consulenza sul punto delle spese mediche);

-) il Tribunale aveva travisato le prove, ritenendo che le spese mediche di cui l’appellante chiedeva il risarcimento fossero rappresentate dai costi di un intervento di rinoplastica, mentre esse riguardavano “un piano terapeutico puramente curativo”;

-) tali spese avevano lo scopo non già di ripristinare l’aspetto estetico della persona danneggiata, ma consistevano in “Spese da sostenere per medicazioni atte a scongiurare un peggioramento, sebbene non funzionali o strutturali”;

-) i giudici di merito avevano sottostimato il pregiudizio non patrimoniale rappresentato “dal grave stato di sofferenza patito dall’attore per la deprecabile situazione in cui versava il suo naso”;

-) i giudici di merito avevano violato l’art. 114 c.p.c., per aver liquidato il danno secondo equità, senza che nessuna delle parti ne avesse fatto richiesta;

-) infine erroneamente i giudici di merito avevano liquidato il danno con valutazione equitativa, dal momento che il danno si sarebbe dovuto liquidare “secondo quanto previsto dal codice assicurativo”.

3.1. Nella parte in cui lamenta la sottostima del danno patrimoniale il motivo è inammissibile per due ragioni:

-) sia per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, perché il ricorso non riproduce, nè trascrive, nè riassume i documenti del cui omesso od insufficiente esame il ricorrente si duole, nè indica quando e dove siano stati depositati nel giudizio di merito;

-) sia perché lo stabilire se una spesa futura sia o meno conseguenza necessaria d’un fatto illecito è un accertamento di fatto, riservato al giudice di merito.

3.2. Nella parte restante il motivo è manifestamente infondato: il Giudice di pace ha liquidato il danno non secondo equità (art. 113 c.p.c., comma 1), ma con valutazione equitativa (art. 1226 c.c.), la quale ovviamente non richiede alcuna “istanza di parte”.

Quanto, infine, all’allegazione secondo cui il danno non patrimoniale non sarebbe stato liquidato “secondo quanto previsto dal codice assicurativo”, essa è inammissibile perché totalmente priva di illustrazione.

4. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna C.N. alla rifusione in favore di HDI Assicurazioni s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 3.500, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di C.N. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.


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2 Commenti

  1. Oddio, non sapevo che tenere la testa o le mani fuori dal finestrino fossero una violazione del codice della strada. Certo, se si causano fatti gravi tipo danni alla persona o incidenti è normale che bisogna andare a verificare di chi è la colpa.

  2. Molto interessante. Io sto sempre con la mano fuori dal finestrino e una volta il mio amico ha rischiato di schiacciarmi il dito chiudendo i finestrini elettrici senza accorgersi della posizione del mio braccio. Fortuna che ho i riflessi pronti e ho tolto subito la mano evitando di farmi male

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