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Tamponamento a catena: chi paga?

28 Febbraio 2021
Tamponamento a catena: chi paga?

Incidenti stradali: quando opera l’indennizzo diretto e a quale assicurazione rivolgersi per farsi risarcire. 

Nel caso di un incidente stradale che veda coinvolte solo due auto, l’identificazione del responsabile è sicuramente più facile rispetto all’ipotesi di un tamponamento a catena. In quest’ultimo caso, infatti, si verifica una successione di incidenti nella stessa concomitanza di tempo (anche se non contemporaneamente). 

Di qui, il ricorrente dubbio: in caso di tamponamento a catena chi paga i danni alle automobili? A quale assicurazione bisogna rivolgersi? La risposta, fornita a più riprese dalla giurisprudenza, è contenuta in una norma del Codice civile. Questa disposizione contiene anche la regola generale, in tema di infortunistica stradale, che serve per stabilire di chi è la colpa in un incidente e, di conseguenza, qual è l’automobilista tenuto a risarcire i danni. 

In una recente ordinanza [1], è stata fatta alla Cassazione proprio la seguente domanda: «Nell’ipotesi di un tamponamento a catena, chi paga?». Ecco qual è la risposta e come va interpretata sotto il profilo pratico.

Incidente stradale: come si stabilisce la responsabilità 

La norma che regola gli incidenti stradali e che serve per definire le relative responsabilità è l’articolo 2054 del Codice civile. Ne riportiamo qui di seguito il testo ma sarà essenziale leggere la successiva spiegazione per comprenderne in pieno il significato.

«Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli». 

Il Codice civile parte quindi da una presunzione di pari responsabilità in capo ad entrambi gli automobilisti. Pertanto, in caso di incidente stradale che veda coinvolti solo due veicoli, la colpa si presume in pari misura di entrambi: è il cosiddetto concorso di colpa al 50%. Il che vuol dire che ciascun automobilista ha diritto ad ottenere solo la metà del risarcimento.

Tuttavia, ciascun conducente può dimostrare di avere tutta la ragione e che la colpa è integralmente imputabile all’altro. Per riuscire in questo intento deve fornire due prove:

  • l’altrui violazione delle regole del Codice della strada (ad esempio, un eccesso di velocità, il passaggio col rosso, l’omessa precedenza, ecc.);
  • il non aver potuto evitare l’incidente con l’ordinaria diligenza (ad esempio, un automobilista che si accorge di un altro che non rispetti lo stop deve comunque frenare per evitare l’impatto, sempre laddove ciò sia possibile).

Tamponamento a catena: come si stabilisce la responsabilità?

Esistono due tipi di tamponamenti a catena. Il primo, quello tipico, è costituito da una situazione in cui un’auto freni all’improvviso, determinando così il tamponamento, nei suoi confronti, di quella immediatamente dietro, che a sua volta viene tamponata da quella posteriore; anche quest’ultima potrebbe essere tamponata dall’ulteriore auto che si trovi dopo di lui, e così via fino al termine della colonna. La caratteristica di tale forma di tamponamento a catena è che tutti gli scontri avvengono quasi contemporaneamente e, comunque, a causa del medesimo fatto: il primo tamponamento.

In tale ipotesi di tamponamento a catena, la responsabilità si determina alla luce del predetto articolo 2054 del Codice civile: si applica quindi la presunzione di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli. 

Quindi, in un tamponamento a catena dove A viene tamponata da B, B viene tamponata da C, C a sua volta viene tamponata da D e D da E, si procede nel seguente modo: tra A e B si applica la presunzione di responsabilità con concorso di colpa al 50%; ciascuno dei due conducenti viene risarcito a metà. Anche da B e C si stabilisce un concorso di colpa paritario, e così tra C e D e tra D ed E.

Questa presunzione di colpa si fonda sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante. 

Resta però sempre la possibilità, per ottenere l’integrale risarcimento, di fornire la prova contraria ossia la dimostrazione di aver fatto tutto il possibile per evitare lo scontro. 

C’è poi una seconda forma impropria di tamponamento a catena. È il caso di scontri successivi fra veicoli fermi in colonna. Si pensi al caso di un incidente tra A e B; mentre i conducenti accertano le relative responsabilità e si scambiano i dati delle assicurazioni, sopraggiunge il veicolo C che, non accorgendosi del pericolo, urta contro B. Dopo un po’, anche D fa lo stesso scontrandosi contro C. 

In questo caso, l’unico responsabile delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, ossia l’ultimo dei veicoli della colonna stessa. In tale ipotesi è questi che deve risarcire tutti i danni. Quindi, ferme restando le responsabilità tra A e B, nella collisione tra B e C la responsabilità è tutta di C, mentre nella collisione tra C e D, la responsabilità è solo di D.

Tamponamento a catena: chi paga?

Come in tutti gli incidenti stradali, anche nel tamponamento a catena a pagare i danni sono le assicurazioni delle auto ritenute responsabili. 

Pertanto, nel tamponamento a catena “classico”, quello cioè contestuale (il primo esempio), a pagare i danni è ciascuna assicurazione delle auto coinvolte, ma solo nella misura del 50% ciascuna. 

Non opera però il sistema dell’indennizzo diretto: in buona sostanza, per ottenere i soldi del risarcimento non ci si può rivolgere alla propria compagnia ma a quella dell’altro automobilista. 

Così, nello scontro tra B e C, B otterrà dall’assicurazione di C la metà dei danni riportati e C chiederà all’assicurazione di B la metà dei propri danni. E così, nel tamponamento tra D ed E, D dovrà rivolgersi all’assicurazione di E per avere il 50% dei danni e, viceversa, E dovrà rivolgersi all’assicurazione di D.

Invece nel caso di tamponamento a catena di auto già ferme (secondo esempio), a pagare il 100% del danno è l’assicurazione dell’auto che ha tamponato. Qui, opera il criterio dell’indennizzo diretto,  per cui ciascun automobilista danneggiato dovrà presentare la richiesta di risarcimento alla propria assicurazione. Pertanto, nello scontro tra B e C, B potrà rivolgersi alla propria compagnia per ottenere il risarcimento di tutti i danni procuratigli da C. 


note

[1] Cass. ord. n. 4304/21 del 18.02.2021.

[2] Cass. sent. n. 13703/17

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 12 gennaio – 18 febbraio 2021, n. 4304

Presidente Amendola – Relatore Porreca

Considerato che:

R.I. conveniva in giudizio Assitalia Le Assicurazioni d’Italia, quale impresa designata dal Fondo di Garanzia Vittime della Strada, esponendo di aver subito gravi lesioni alla persona a seguito di un sinistro occorso mentre era alla guida di un ciclomotore, e causato da un’automobile che era fuggita senza prestare soccorso: chiedeva pertanto i conseguenti danni anche non patrimoniali;

il Tribunale, davanti al quale resisteva la società di assicurazione, accoglieva parzialmente la domanda, riconoscendo un concorso di colpa paritario;

il seguente appello era dichiarato improcedibile con pronuncia cassata da questa Corte con sentenza n. 25585 del 2013;

riassunta la lite, la Corte di appello rigettava il gravame osservando che si era trattato di tamponamento a catena e non era stata superata la presunzione di colpa concorrente prevista dall’art. 2054 c.c., comma 2, mentre mancava una puntuale critica alla liquidazione del danno patrimoniale operata in prime cure, essendosi solo proposti svariati criteri differenti di calcolo per l’intero, a scelta della Corte;

avverso questa decisione ricorre per cassazione R.I. articolando due motivi.

Rilevato che:

con il primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2054, 2697 e 2727 c.c., art. 115 c.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato, con ragionamento abnorme, affermando, apoditticamente, l’avvenimento di un tamponamento a catena, mentre, come accertato dal medesimo Collegio di merito, si era trattato di un tamponamento avvenuto con veicoli fermi in colonna, sicché, in difetto di una mancante prova liberatoria del primo tamponante, la responsabilità avrebbe dovuto concludersi essere rimasta in capo a quest’ultimo, con superamento della presunzione di concorso di colpa operante nei diversi casi di tamponamento a catena;

con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato omettendo di pronunciarsi sulla censura inerente alla liquidazione del danno patrimoniale, negando vi fosse stata idonea critica sul punto alle opzioni della decisione di primo grado ma, al contempo, affermando che erano stati proposti differenti criteri di calcolo;

Vista la proposta formulata del relatore ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.

Rilevato che il primo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

questa Corte ha chiarito che:

a) ai sensi del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 149, comma 1, il conducente di un veicolo dev’essere in grado di garantire in ogni caso l’arresto tempestivo dello stesso, evitando collisioni con il veicolo che precede, per cui l’avvenuto tamponamento pone a carico del conducente medesimo una presunzione “de facto” d’inosservanza della distanza di sicurezza; ne consegue che, esclusa l’applicabilità della presunzione di pari colpa di cui all’art. 2054 c.c. comma 2, egli resta gravato dall’onere di fornire la prova liberatoria, dimostrando che il mancato tempestivo arresto del mezzo e la conseguente collisione sono stati determinati da cause in tutto o in parte a lui non imputabili (cfr., ad esempio, Cass., 31/05/2017, n. 13703);

b) viceversa, nell’ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento, trova applicazione l’art. 2054 c.c., comma 2, con conseguente presunzione “iuris tantum” di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, mentre;

c) nel caso di scontri successivi fra veicoli facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa (Cass., 19/02/2013, n. 4021, Cass., 15/06/2018, n. 15788);

nella fattispecie, la Corte di appello ha accertato che il ciclomotore tamponato, e poi finito contro altro veicolo antistante, “non era fermo” bensì oggetto di “guida” “in una situazione di traffico con veicoli fermi” in colonna (pag. 3 della sentenza impugnata), da questo facendone derivare l’operatività della presunzione ex art. 2054 c.c., comma 2, non superata;

ne deriva che non è applicabile quanto richiamato sub a) e c) bensì sub b);

fuori del descritto perimetro residua solamente un tentativo di revisione istruttoria, in questa sede come tale inammissibile;

infatti, è stato reiteratamente ribadito (Cass., 10/09/2019, n. 22525, Cass., 07/11/2019, n. 28619) che in tema di valutazione delle prove, il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché, in questa chiave, la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, bensì un errore di fatto, che dev’essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., 12/10/2017, n. 23940), fermo il limite dell’art. 348 ter, comma 5, c.p.c.;

ciò posto, se la violazione dell’art. 116 c.p.c., è idonea per altro verso a integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando il giudice di merito disattenda il sopra ricordato principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta a un diverso regime; viceversa la violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere dedotta come analogo vizio solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha finito per attribuire maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre (Cass., 10/06/2016, n. 11892, Cass., Sez. U., 05/08/2016, n. 16598, pag. 33);

la violazione dell’art. 2697 c.c., poi, si configura solamente se il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onere della prova a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni (Cass., Sez. U., 05/08/2016, n. 16598, pag. 35);

esclusa, come sopra evidenziato, la violazione del riparto dell’onere della prova derivante dall’art. 2054 c.c., comma 2, resta solo una proposta di rilettura in fatto;

il secondo motivo è inammissibile;

difatti, non si riporta in che termini fossero stati proposti i diversi criteri di non meglio specificato calcolo, con violazione degli artt. 366 c.p.c., nn. 3 e 6;

il rispetto dei suddetti parametri è necessario qualunque sia il tipo di errore denunciato, anche “in procedendo”, e non può essere assolto “per relationem” con rinvio ad atti del giudizio di appello, senza l’adeguata esplicazione del loro contenuto, dovendo al contrario specificarsi, in modo puntuale, il contenuto degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché le specifiche circostanze che potevano condurre, se appropriatamente considerate, a una diversa decisione, e dovendo il ricorso medesimo contenere, in sé, tutti gli elementi che diano al giudice di legittimità la possibilità di provvedere al diretto controllo della decisività dei punti controversi (Cass., 31/05/2011, n. 11984, Cass., 29/09/2017, n. 22880, Cass., 25/09/2019, n. 23834);

non deve provvedersi sulle spese attesa la mancata difesa di parte intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo e dichiara inammissibile il secondo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

 


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1 Commento

  1. cosa succede se un veicolo urta un altro spingendolo contro quello antistante il quale a sua volta è spinto contro quello antistante — esempio: A urta B e lo spinge contro C il quale viene spinto a sua volta contro D ecc. ecc.
    A mio parere dovrebbe essere l’assicurazione di A a risarcire integralmente B-C-D- ecc in quanto non hanno alcuna colpa nel verificarsi dell’evento

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