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I buoni pasto sono esentasse?

2 Marzo 2021 | Autore:
I buoni pasto sono esentasse?

Qual è il trattamento fiscale dell’indennità sostitutiva del servizio di mensa erogato ai dipendenti dal datore di lavoro.

Se ricevi dal tuo datore di lavoro i buoni pasto, ti interesserà sapere qual è il loro regime fiscale e se sono sottoposti o no a tassazione. I buoni fiscali sono esentasse? La risposta è sì, ma solo entro certi limiti e a precise condizioni; dunque, non sempre e in ogni caso. Quando superano i determinati importi che ti esporremo (che sono diversi per i buoni cartacei e per quelli in formato elettronico), il loro valore entra nel reddito di lavoro dipendente ed è soggetto ad Irpef.

Buoni pasto: cosa sono e come funzionano

I buoni pasto sono la prestazione, da parte del datore di lavoro, di un servizio sostitutivo della mensa aziendale, attraverso un’erogazione economica di valore equivalente: il lavoratore riceve l’importo sotto forma di ticket, o voucher, anziché in denaro.

Il buono pasto è uno dei tre casi possibili di somministrazione del vitto aziendale, al quale si ricorre frequentemente quando non c’è una mensa organizzata o gestita (anche tramite terzi) dal datore di lavoro e quando non viene corrisposta al lavoratore una somma monetaria a titolo di indennità sostitutiva del servizio di mensa.

Un Decreto del ministero dello Sviluppo Economico [1] chiarisce che i buoni pasto danno diritto al lavoratore dipendente di ricevere un servizio sostitutivo di mensa per un importo pari al valore riportato sul buono stesso e possono essere utilizzati «esclusivamente dai prestatori di lavoro subordinato, a tempo pieno o parziale, anche quando l’orario di lavoro non preveda una pausa per il pranzo, e dai soggetti che hanno instaurato con il cliente un rapporto di collaborazione anche non subordinato».

Inoltre, i buoni pasto non sono cedibili né cumulabili oltre il limite di 8 buoni, non possono essere commercializzati o convertiti in denaro e devono essere utilizzati solo dal titolare, per l’intero valore facciale, cioè senza resti.

Quindi, il buono pasto può essere corrisposto dal datore di lavoro in favore dei lavoratori dipendenti, anche quelli non subordinati ma in regime di collaborazione, che sono assunti a tempo pieno oppure a tempo parziale (part-time), e anche quando l’articolazione dell’orario di lavoro non prevede l’interruzione per fruire dei pasti.

Il regime fiscale dei buoni pasto per i lavoratori dipendenti

Di regola, il reddito di lavoro dipendente comprende tutte le retribuzioni erogate al lavoratore a qualsiasi titolo, ma è prevista un’importante eccezione proprio per i buoni pasto. Il Testo Unico delle Imposte sui Redditi [2] dispone che «non concorrono alla formazione del reddito del lavoratore dipendente le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro e quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi».

Quando i buoni pasto sono esentasse

Ma questo principio generale è esteso anche alle «prestazioni sostitutive delle somministrazioni di vitto» – che sono appunto i buoni pasto – purché il limite giornaliero non superi:

  • 4 euro per i buoni pasto cartacei;
  • 8 euro per i buoni pasto elettronici;
  • 5,29 euro per i buoni corrisposti «agli addetti ai cantieri edili, ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo o ad unità produttive ubicate in zone dove manchino strutture o servizi di ristorazione».

Questi limiti sono stati stabiliti dalla Legge di Bilancio 2020 in vigore dal 1°gennaio 2020; in precedenza, la soglia di esenzione per i buoni cartacei era fissata a 5,29 euro, che ora è rimasta solo per le particolari categorie di lavoratori che abbiamo indicato, ed il limite per i ticket elettronici era pari a 7 euro.

Quindi le somme al di sotto di tali soglie sono completamente detassate, sia dai tributi, a partire dall’Irpef, sia dai contributi previdenziali, come quelli da versare all’Inps. Il regime esentasse comporta che il datore di lavoro non dovrà neppure operare la ritenuta Irpef sui buoni il cui valore rientra in questi limiti.

Quando i buoni pasto sono tassati

Al di sopra dei suddetti importi giornalieri, invece, i buoni pasto sono considerati fringe benefits, cioè costituiscono una retribuzione aggiuntiva che ai fini del trattamento fiscale è assimilata a quella versata in denaro ed è soggetta a tassazione parziale: quindi, la differenza oltre la soglia di esenzione prevista per ciascun tipo di buono dovrà essere inserita in busta paga e costituirà reddito di lavoro dipendente.

Essendo molto diverso il limite di esenzione tra buoni cartacei e buoni elettronici (come abbiamo visto, i primi sono esentasse fino a 4 euro, i secondi fino a 8 euro) è evidente un regime di favore del legislatore per la forma di emissione digitale e la convenienza per il lavoratore a ricevere questi buoni dematerializzati, perché potrà beneficiare dell’esenzione per un importo doppio.

Anche il datore di lavoro ha convenienza ad erogare i buoni pasto in formato elettronico, perché il costo è deducibile al 100% (quindi, opera una defiscalizzazione piena) ed essi sono soggetti all’aliquota Iva agevolata del 4%, mentre i buoni cartacei scontano l’Iva al 10%.

Tassazione dei buoni pasto in smart working

Con una recente risoluzione [3] l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i buoni pasto in smart working non fanno reddito e ciò avviene «indipendentemente dall’articolazione dell’orario di lavoro e dalle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa», che dunque può ben essere resa a distanza, in modalità di lavoro agile.

Perciò, se sei un lavoratore in smart working hai diritto a ricevere sui buoni pasto che percepisci il medesimo trattamento fiscale previsto per i lavoratori che rendono le prestazioni in presenza presso la sede: essi non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente sino a 4 euro giornalieri se cartacei ed 8 euro se elettronici.

Se vuoi conoscere ulteriori particolari sulla normativa in materia di buoni pasto, leggi anche i seguenti articoli:


note

[1] Decreto Ministero Sviluppo Economico n. 122 del 7.06.2017.

[2] Art. 51, comma 2, lettera c) D.P.R. n. 917/1986.

[3] Agenzia delle Entrate, risposta ad interpello n. 123 del 22.02.2021.


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