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È lecito interrompere la nutrizione artificiale?

7 Luglio 2021 | Autore:
È lecito interrompere la nutrizione artificiale?

Un paziente o una persona da lui delegata possono decidere di revocare il consenso informato per non continuare più il trattamento?

È giusto, da un punto di vista legale, smettere di alimentare una persona in fin di vita? Si ha il diritto di decidere di accorciare l’agonia ad un paziente, pur procurandogli una temporanea sofferenza, sapendo che non si riprenderà più? In altre parole: è lecito interrompere la nutrizione artificiale? Al di là delle questioni morali, c’è una normativa da rispettare quando si decide, per il bene del paziente, che è può essere arrivata l’ora di lasciarlo andare tranquillo anticipando una fine che, ormai, è scritta.

Perfino Papa Francesco, in un messaggio inviato qualche anno fa ad un meeting organizzato dalla World Medical Association, si pronunciò su questo spinoso argomento segnando quella che era una vera e propria svolta nel parere della Chiesa sul «fine-vita». Disse il Pontefice: «Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona».

La nutrizione artificiale viene, infatti, considerata un trattamento medico e, come tale, prevede il consenso informato del paziente o di una persona da esso delegata. Ma, ad un certo punto, si può rinunciare a questo consenso rendendo lecito interrompere la nutrizione artificiale? Vediamo.

Nutrizione artificiale: che cos’è?

Per nutrizione artificiale si intende l’insieme di tecniche adottate per permettere di alimentare un paziente che non è più in grado di nutrirsi autonomamente in modo naturale, sia per un periodo di tempo limitato sia in modo permanente.

Si ricorre, dunque, alla nutrizione artificiale quando una persona non può più mangiare da sola oppure quando non riesce ad assimilare le sostanze nutrienti del cibo.

I pazienti a cui si rende necessaria la nutrizione artificiale possono essere, ad esempio, quelli:

  • in stato di coma;
  • con un tipo di demenza;
  • che soffrono di anoressia;
  • con difetto di masticazione o di deglutizione;
  • con difetti di digestione;
  • con alterazioni gastroenterologiche;
  • in terapia intensiva.

Nutrizione artificiale: come viene somministrata?

Ci sono due forme di nutrire artificialmente un paziente, ovvero:

  • la nutrizione enterale: si attua con diversi tipi di sonde, gastriche o intestinali. Viene adottata nel caso in cui si preveda questo trattamento per un periodo superiore ai 30 giorni, poiché è una soluzione più simile alla nutrizione fisiologica;
  • la nutrizione parenterale: si tratta di una tecnica che oltrepassa le vie digestive grazie all’introduzione di un catetere venoso. Viene scelta per periodi brevi o quando l’apparato digerente non funziona più.

Ad ogni modo, si somministra nel paziente un mix di sostanze nutrienti elaborato con procedure farmaceutiche.

Nutrizione artificiale: è legale interromperla?

Come detto all’inizio, la nutrizione artificiale viene ritenuta a tutti gli effetti un trattamento medico salvavita e, di conseguenza, prevede il consenso informato del paziente o da una persona delegata. Anche se non tutta la comunità scientifica ritiene che si tratti di un trattamento sanitario: c’è chi sostiene che, in alcuni casi, si tratti di semplici atti di sostegno vitale proposti al paziente.

Il fatto che si tratti, appunto, di un «trattamento salvavita» significa che nel momento in cui viene interrotto, il paziente muore. Tuttavia, a differenza del suicidio assistito o di altre forme di eutanasia, il decesso in seguito all’interruzione della nutrizione artificiale non avviene in pochi istanti ma nell’arco di qualche giorno e può provocare un dolore cronico in tutto il corpo.

Da un punto di vista legale, dunque, ci vuole innanzitutto il consenso informato prima di procedere alla nutrizione o all’idratazione artificiale. Dopodiché, ed in qualsiasi momento, il paziente o la persona da lui delegata hanno la facoltà di rinunciare al trattamento.

Il consenso deve essere espresso in forma scritta o, se le condizioni non lo permettono, con altri strumenti (anche tecnologici) tali da dimostrare il consenso del paziente. Per i minori, tale pratica spetta ai genitori o al tutore, mantenendo comunque la volontà dell’interessato.

Va sottolineato che in caso di omesso consenso informato sarebbe lecita la richiesta di risarcimento del danno da parte del personale medico e della struttura sanitaria per inadempimento contrattuale con vizio del consenso.

Il personale sanitario è tenuto, comunque, a proporre un’eventuale alternativa – se c’è – prima di interrompere il trattamento e, quindi, di condurre il paziente verso la morte. Una morte lenta e non priva di dolori a causa della disidratazione, della denutrizione e dello scompenso idro elettrolitico.



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