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Lo sai che? Se l’ex coniuge non vuole lavorare, il giudice può ridurre l’assegno di divorzio

Lo sai che? Pubblicato il 18 febbraio 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 febbraio 2014

Si alla riduzione dell’assegno di divorzio se l’ex coniuge decide di non lavorare più.

Si può ottenere una riduzione dell’assegno divorzile quando l’ex coniuge sceglie volutamente di non lavorare più.

A stabilirlo è stata la Cassazione con una recente sentenza [1].

Nel caso di specie, il marito ha ottenuto la riduzione dell’assegno di divorzio in considerazione del fatto che l’ex moglie non voleva provvedere da sé al suo mantenimento e rifiutava ogni possibilità di lavoro.

La Corte precisa che l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si sviluppa in due fasi. Nella prima, il giudice verifica se sussiste in astratto tale diritto. A tal fine devono esservi due presupposti fondamentali per legge [2]:

1) la mancanza di mezzi adeguati:  Il coniuge richiedente l’assegno non deve avere risorse sufficienti a poter mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio.

La Cassazione sottolinea che l’adeguatezza o meno delle risorse deve essere valutata considerando il tenore di vita potenziale e non quello eventualmente “più basso” tollerato, subito o concordato nel corso del matrimonio [3].

2) l’impossibilità oggettiva dell’ex coniuge richiedente di procurarsi tali mezzi.

 

Se nel caso concreto sussistono tali presupposti, il giudice determina quantitativamente la somma sufficiente in astratto a superare tale inadeguatezza di mezzi e passa poi alla seconda fase, in cui dovrà quantificare e liquidare in concreto l’ammontare dell’assegno.

Per fare ciò sarà necessario per il giudice considerare i seguenti criteri, indicati dalla legge [4]:

1) le condizioni dei coniugi;

2) le ragioni della decisione;

3) il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune;

4) il reddito di entrambi;

5) la durata del matrimonio (considerando eventualmente anche la convivenza pre-matrimoniale).

Oltre ai suddetti criteri vi sono anche quelli elaborati dalla giurisprudenza, quali:

– la rilevanza del godimento della casa coniugale (ad es. nella misura in cui costituisce un risparmio di spesa per il coniuge assegnatario);

– i cespiti di cui ciascun coniuge dispone (patrimonio immobiliare, relativo trattamento fiscale e presumibile valore di realizzo);

– le elargizioni da parte dei familiari se costanti e contribuenti in misura continua – durante la convivenza – al ménage della famiglia;

– altri emolumenti di carattere straordinario, se percepiti con continuità.

Bisogna precisare, come del resto ha chiarito la Cassazione nella sentenza in esame, che non è necessario che il giudice valuti tutti i suddetti criteri nell’esame del singolo caso concreto: l’importante è che però fornisca sempre adeguate motivazioni nella sentenza.

La Corte, inoltre, precisa che i criteri sopraindicati fungono da fattori utili al giudice per la quantificazione dell’assegno, il cui importo può essere ridotto o persino azzerato sulla base di tali elementi. Pertanto, il giudice opterà per una riduzione dell’assegno di divorzio se nella quantificazione della somma rilevi una totale mancanza di  volontà dell’ex coniuge di trovare un impiego lavorativo, remunerato in modo da poter provvedere al proprio mantenimento.

Non serve appellarsi alla circostanza che non si può più svolgere lo stesso lavoro ante separazione (si pensi, come nel caso di specie a un’ex modella), perché ben si potrebbe trovare una nuova occupazione più confacente alle proprie possibilità.

La scelta quindi di non lavorare, per quanto libera e consentita, incide però sulla quantificazione dell’ammontare dell’assegno.

note

 

[1] Cass., sent. n. 2546 del 5.02.14.

[2] Art. 5, L. 898/1970.

[3] Cass. n. 24858/2008.

[4] Art. 5, comma 6, L. 898/1970.

Autore immagine: 123rf.com


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