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Cosa comporta l’addebito della separazione?

2 Marzo 2021
Cosa comporta l’addebito della separazione?

Cos’è la separazione con addebito e quali sono le conseguenze in caso di condanna del giudice. 

Il matrimonio può finire perché non ci si ama più, perché non si va d’accordo o perché pacificamente si ritiene di non essere più fatti l’uno per l’altra. In tutti questi casi, è consentito separarsi senza che vi sia una colpa in capo all’uno o all’altro coniuge. Anche il semplice fatto di disinnamorarsi è un’eventualità che rientra nel rischio comune del matrimonio e che non può implicare responsabilità: la legge infatti non obbliga i coniugi ad amarsi per sempre.

Ci sono però dei casi in cui la separazione e il successivo divorzio dipendono da un grave comportamento tenuto da uno dei due coniugi, comportamento che ha reso intollerabile la convivenza. In tali ipotesi, se si finisce in causa, il giudice pronuncia il cosiddetto addebito. Di cosa si tratta e cosa comporta l’addebito della separazione? 

Si tratta, in realtà, di un concetto molto semplice a cui spesso si attribuisce un’importanza eccessiva rispetto a quella che la legge vi riconosce. Come vedremo a breve, infatti, all’addebito non conseguono particolari sanzioni o risarcimenti. Scattano solo delle conseguenze che, a volte, hanno più che altro un valore ideologico che non pratico.

Di tanto ci occuperemo qui di seguito. Dopo aver spiegato cos’è l’addebito e per quali comportamenti scatta, ci soffermeremo sulle sue conseguenze. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa comporta l’addebito della separazione.

Cos’è l’addebito?

Se la coppia di coniugi opta per una separazione giudiziale (tramite cioè una regolare causa in tribunale), il giudice si pronuncia non solo sugli effetti della separazione stessa (mantenimento, affidamento e collocamento dei figli, assegnazione della casa coniugale) ma anche sul cosiddetto “addebito”: verifica cioè se la fine della convivenza è stata determinata da una violazione delle norme sul matrimonio. In tal caso, individuato il soggetto responsabile, questi viene ritenuto colpevole per la separazione. Tale colpevolezza però, come avremo modo di vedere a breve, ha solo due conseguenze.

Il giudice effettua l’accertamento dell’addebito solo se gli viene richiesto da una delle parti. Pertanto, non ci può essere addebito se non c’è apposita istanza presentata da uno degli avvocati dei coniugi.

La richiesta deve essere specifica e supportata da prove sulla violazione dei doveri matrimoniali.

Se ne ricorrono le circostanze, il giudice, pronunciando la separazione, dichiara a quale dei coniugi essa sia addebitabile.

Presupposti per l’addebito

Affinché il giudice possa dichiarare l’addebito sono necessari due presupposti:

  • la violazione da parte di uno dei coniugi dei doveri nascenti dal matrimonio, avvenuta durante la convivenza matrimoniale (si pensi a un tradimento o alle violenze); non rilevano quindi le condotte poste prima del matrimonio (ad esempio, un tradimento prima delle nozze ma scoperto dopo) o dopo l’inizio della crisi (un tradimento dopo che la coppia ha già deciso di separarsi);
  • l’esistenza di un nesso causale che collega la violazione del coniuge alla crisi coniugale che ha determinato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. Ad esempio, l’abbandono del tetto coniugale implica addebito solo se è stata la prima condotta che ha determinato la crisi del matrimonio e non anche se è la conseguenza di una precedente violazione dell’altro coniuge come nel caso di violenze.

Quali condotte comportano l’addebito?

Implicano l’addebito tutte le condotte che violano i doveri del matrimonio quali la fedeltà, la convivenza, il reciproco rispetto, la contribuzione ai bisogni della famiglia, l’educazione e la cura dei figli. 

Ecco qualche esempio di comportamento che può implicare addebito:

  • tradimento;
  • abbandono della casa senza valido motivo e senza l’intenzione di volervi fare ritorno;
  • violenze fisiche o morali;
  • mancata partecipazione alle spese o alle attività necessarie a mandare avanti la famiglia (chi non lavora può partecipare con il contributo al ménage domestico);
  • condotte gravi nei confronti dei figli;
  • violazioni dei diritti costituzionali (privacy, dignità, uguaglianza, ecc.);
  • mancata assistenza materiale al coniuge bisognoso o malato;
  • la mancata comunicazione di non volere più figli;
  • la dilapidazione del patrimonio familiare in scommesse e altre attività non corrispondenti agli interessi della famiglia.

Non comporta l’addebito il semplice litigio, il confessarsi non più innamorato.

Cosa comporta l’addebito?

Chi subisce l’addebito non può:

  • chiedere l’assegno di mantenimento; vien da sé che, se tale persona non avrebbe avuto comunque diritto al mantenimento per via della propria condizione economica autosufficiente, l’eventuale pronuncia di addebito è del tutto ininfluente;
  • pretendere i diritti sull’eredità del coniuge nel caso di eventuale morte di quest’ultimo prima del divorzio (con il divorzio si perdono definitivamente i diritti di successione).

Quindi, se non c’è interesse a ottenere l’assegno di mantenimento né è probabile un’eventuale successione, l’eventuale richiesta dell’addebito non avrà alcuna conseguenza.

Dall’addebito non scatta peraltro il diritto al risarcimento del danno che può essere richiesto solo nel caso di condotte particolarmente gravi che abbiano determinato una violazione dei diritti costituzionali come la salute o l’onore e la reputazione (si pensi a un tradimento a tutti noto). Peraltro, per ottenere il risarcimento è necessario intraprendere un’ulteriore causa. 

Come detto, il semplice disinnamorarsi non implica l’addebito. Così come non lo implica il fatto di confessarsi innamorato di un’altra persona senza però che con questa il coniuge abbia avuto rapporti sessuali.

Quando non c’è addebito 

Non si può pronunciare addebito quando la violazione delle regole sul matrimonio è la conseguenza di uno stato di crisi matrimoniale già preesistente. Si pensi a chi tradisce dopo essere stato già tradito o quando il coniuge ha abbandonato la casa familiare. In tali casi, quindi, il giudice deve verificare se la condotta ritenuta colpevole sia essa stessa la causa della crisi del matrimonio o se non trovi giustificazione in un precedente fatto.

 



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