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Liste di attesa: cosa vuol dire urgente differibile?

9 Luglio 2021 | Autore:
Liste di attesa: cosa vuol dire urgente differibile?

Quanto c’è da aspettare per una visita, un esame o un ricovero a seconda delle classi di priorità? Che fare se i tempi non vengono rispettati?

Ti sarà sicuramente capitato di dover prenotare un esame o una visita specialistica e di dover attendere per settimane, se non addirittura per qualche mese, prima di poter guardare in faccia il medico. I tempi per eseguire le prestazioni sanitarie vengono stabiliti dal Piano nazionale di governo delle liste di attesa (Pngla), sulla base di un accordo tra Stato e Regioni, Piano che prevede diverse classi di priorità decise dal medico curante nel momento in cui il paziente chiede, appunto, l’esame o la visita: urgente, urgente differibile o breve, differibile o programmabile. Ora, sulle priorità urgenti o programmate non ci sono dubbi: le prime vanno fatte al più presto, le altre possono attendere (comunque entro certi limiti, come vedremo dopo). Intuibile anche il significato della priorità differibile, riferita a una prestazione che può essere rinviata anche se non così tanto come quella programmata.

Ma per le liste di attesa, cosa vuol dire urgente differibile? Ad un comune mortale verrebbe da pensare che la prestazione è urgente oppure è differibile, cioè che si tratti di un ossimoro. In realtà, è una via di mezzo, una sorta di compromesso per visite ed esami da eseguire in tempi relativamente brevi (da cui il carattere di urgenza) ma non così tanto da avere una priorità assoluta su altri pazienti.

Diamo, a questo punto, un ripasso alle classi di priorità delle liste di attesa, ai tempi entro i quali devono essere erogate le prestazioni secondo il Piano nazionale di governo e a cosa fare nel caso in cui questi termini non venissero rispettati.

Liste di attesa: le classi di priorità per visite ed esami

Quando si va dal medico curante per chiedere un esame o una visita specialistica, oppure quando lui stesso ritiene opportuno che il paziente si sottoponga ad un approfondimento diagnostico o di controllo per una patologia, viene rilasciata la cosiddetta impegnativa. Su questo documento, del tutto simile a una ricetta, il medico deve segnalare quale, a suo giudizio, deve essere la priorità del paziente nel momento in cui prenota la prestazione e viene inserito in lista di attesa.

Le classi di priorità previste sono quattro:

  • classe U: la priorità è urgente e la prestazione va erogata nel più breve tempo possibile (non oltre le 72 ore);
  • classe B: la priorità è breve o urgente differibile e la prestazione va erogata entro 10 giorni;
  • classe D: la priorità è differibile e la prestazione va erogata entro 30 giorni per le visite oppure entro 60 giorni per gli esami o accertamenti diagnostici;
  • classe P: la priorità è programmata e la prestazione deve essere erogata entro 120 giorni.

In alcune Regioni (sono, infatti, gli enti territoriali a gestire la Sanità pubblica), i tempi di attesa di alcune classi di priorità sono stati accorciati.

La prestazione «urgente differibile», detta anche con priorità breve, è quella che si può rinviare rispetto alla prestazione che richiede un intervento immediato da eseguire entro tre giorni. Ma non così tanto da tenere il paziente in lista di attesa un mese per una visita specialistica o due mesi per un accertamento diagnostico.

L’impegnativa, oltre alla classe di priorità, deve riportare:

  • se si tratta della prima visita o del primo esame oppure di un accesso successivo;
  • il quesito diagnostico che descrive il problema di salute riscontrato o sospetto, alla base della richiesta della prestazione.

Liste di attesa: le classi di priorità per i ricoveri

Non solo visite ed esami: il Piano nazionale di governo sulle liste di attesa prevede delle classi di priorità anche per i ricoveri. Nello specifico:

  • classe A: ricovero entro 30 giorni per i casi clinici che potenzialmente possono aggravarsi rapidamente al punto da diventare emergenti o, comunque da recare grave pregiudizio alla prognosi;
  • classe B: ricovero entro 60 giorni per i casi clinici che presentano intenso dolore, o gravi disfunzioni, o grave disabilità, ma che non manifestano la tendenza ad aggravarsi rapidamente al punto da diventare emergenti, né possono per l’attesa ricevere grave pregiudizio alla prognosi;
  • classe C: ricovero entro 180 giorni per i casi clinici che presentano minimo dolore, disfunzione o disabilità, e non manifestano tendenza ad aggravarsi né possono per l’attesa ricevere grave pregiudizio alla prognosi;
  • classe D: ricovero senza attesa massima definita (ma comunque entro 12 mesi) per i casi clinici che non causano alcun dolore, disfunzione o disabilità.

Liste di attesa: come funziona la prenotazione?

Per prenotare visite, esami o ricoveri è possibile utilizzare diversi canali, tra cui:

  • direttamente nella struttura in cui si dovrà eseguire la prestazione;
  • attraverso il Centro unico prenotazioni (Cup) telefonico oppure online;
  • nelle farmacie che offrono questo servizio;
  • attraverso il medico curante.

Attenzione, però: nel caso in cui l’assistito rifiuti la prima data disponibile perde la garanzia del rispetto dei tempi stabiliti dal Piano nelle varie classi di priorità.

La struttura sanitaria è tenuta, secondo quanto disposto dal Pngla, a far conoscere al paziente la sua posizione nelle liste di attesa per il ricovero, dietro richiesta dell’assistito alla Direzione sanitaria o alla Direzione medica ospedaliera.

Liste di attesa: che fare se i tempi non vengono rispettati?

Capita più spesso del dovuto che quando si fa una prenotazione per una visita specialistica, un esame o un ricovero i tempi si dilunghino e vadano oltre quanto stabilito dal Piano nazionale di governo sulle liste di attesa. Ci si sente dire che non c’è posto prima, che sono pieni, che l’unica disponibilità è quella offerta, anche se vengono superati i tempi massimi. Che fare in questi casi? L’utente ha il diritto di presentare istanza per prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria, o intramoenia. Si tratta, in poche parole, di chiedere una prestazione privata all’interno dello stesso ospedale in cui è stata fatta la prenotazione. Ma pagando solo il ticket. L’istanza va presentata al Direttore generale dell’Azienda sanitaria o dell’Azienda ospedaliera.

Nella richiesta, il paziente dovrà riportare i propri dati e queste informazioni:

  • quale esame diagnostico gli è stato prescritto;
  • la data in cui il Cup (il Centro unico di prenotazioni) ha fissato l’esame, precisando che l’attesa è superiore ai 60 giorni stabiliti dalla legge;
  • l’incompatibilità dell’attesa rispetto all’urgenza della prestazione.

Dopodiché, compilando l’apposito modulo, bisognerà chiedere:

  • che l’esame diagnostico venga eseguito in regime di libera professione intramuraria con onere a carico del Servizio sanitario nazionale ai sensi di legge [1];
  • che venga fornita immediata comunicazione in merito.

Il cittadino dovrà, infine, precisare che se l’ospedale non provvederà a fissare una visita in regime di libera professione intramoenia, si riserverà il diritto di rivolgersi ad una struttura privata per poi chiedere il rimborso all’Azienda sanitaria o all’Azienda ospedaliera.


note

[1] L. n. 124/1998.


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1 Commento

  1. Io non so se l’autore (e, forse, anche collega) dell’articolo abbia mai avuto occasione di dover prenotare un accertamento attraverso il SSN e non so dove egli risieda.
    Nello specifico io risiedo a Roma e, in considerazione anche della mia età, mi è capitato spesso di doverlo fare attraverso il ReCUP Lazio.
    Ebbene, in 97 casi su 100 il PNGLA sia nazionale sia regionale non viene rispettato in modo clamoroso. Infatti, in qualunque mese abbia chiamato, la risposta è stata sempre la stessa: “assenza di disponibilità (quasi sempre non solo a Roma o Interland, ma in tutto il Lazio), provi a richiamare continuamente, nel caso si liberasse qualche posto”. Alcune volte, invece, la risposta è stata: “le liste per questo esame sono chiuse” (in uno dei casi si trattava della mammografia di controllo per mia moglie).
    Le due risposte indicano, rispettivamente in modo implicito o esplicito, che la regione sta commettendo un reato penale punibile per legge, perchè, come è noto, è espressamente vietato chiudere le liste.
    A questo punto, in genere, invio, via PEC, al DG della mia ASL la lettera di cui scrive l’autore dell’articolo e attendo per un congruo periodo di tempo, in rapporto all’urgenza dell’accertamento secondo i codici previsti, la risposta, che, preciso, non è MAI pervenuta.
    Trascorso il periodo di tempo (e questo l’autore dell’articolo avrebbe dovuto scriverlo) procedo a denuncia penale della ASL, nella persona del suo DG, del ReCUP (matricola di chi mi ha risposto, con giorno e ora) e di chiunque altro sia stato coinvolto nella cosa, alla Procura della Repubblica e, subito dopo, invio copia della stessa, ai diretti interessati. Quasi sempre, a questo punto, vengo contattato (spesso addirittura per telefono!) e mi viene prenotato l’accertamento, con la contemporanea richiesta di ritiro della denuncia.
    La cosa è molto deprimente ed è indice di come è ridotta questa povera Italia, o, almeno, di come è ridotto questo povero Lazio.
    Comunque, ritengo che se, almeno per un periodo di tempo, TUTTI i cittadini si comportassero in questo modo (e spero che lo facciano leggendo quanto ho scritto), le cose cambierebbero rapidamente e radicalmente, perchè è evidente che una cosa è la singola denuncia, che viene “tamponata” con facilità, un’altra è il dover “tamponare” centinaia di denunce….

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