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Risarcimento danni responsabilità avvocato

3 Marzo 2021
Risarcimento danni responsabilità avvocato

Quando fare causa all’avvocato per un errore o una responsabilità professionale. 

Il risarcimento danni da responsabilità dell’avvocato è soggetto ad alcune regole che ne limitano i confini. Regole di carattere processuale: il cliente deve riuscire a fornire la prova del danno, cosa che – come vedremo a breve – è tutt’altro che semplice. Così, anche in presenza di un errore grave ed evidente, è tutt’altro che scontato riuscire ad ottenere un ristoro economico. Insomma, non c’è alcun automatismo tra la responsabilità dell’avvocato e il risarcimento del danno: l’una non comporta necessariamente l’altro.

Di tanto ha parlato spesso la giurisprudenza tra cui una recente ordinanza della Cassazione [1]. Di tanto ci occuperemo qui di seguito: spiegheremo cioè quando l’avvocato è responsabile, come chiedere il risarcimento danni all’avvocato responsabile di aver perso la causa e come fare per “attivare” la sua assicurazione. Ma procediamo con ordine.

Quando l’avvocato è responsabile?

Quella dell’avvocato si definisce una prestazione “di mezzi” e non “di risultato”. Detto in parole povere, ciò significa che compito dell’avvocato non è far vincere la causa al proprio cliente – risultato che potrebbe dipendere da fattori esterni alle sue capacità (ad esempio, l’interpretazione che il giudice dà di una norma, le dichiarazioni dei testimoni, le prove in suo possesso, ecc.) – ma prestare ogni mezzo a sua disposizione affinché il cliente raggiunga il risultato sperato. È un po’ come il medico: non può garantire la guarigione del paziente ma deve prestargli una corretta cura. 

In generale, l’avvocato è responsabile tutte le volte in cui viene meno ai suoi doveri professionali. Tali sono, ad esempio, quelli di:

  • fornire una trasparente informazione al cliente, prima di intraprendere il mandato professionale, affinché questi conosca le possibilità di riuscita della propria azione;
  • partecipare alle udienze, eventualmente tramite i propri collaboratori di studio;
  • rispettare i termini processuali in modo da non incorrere in decadenze (si pensi, ad esempio, al termine entro cui presentare le prove, a quello entro cui proporre appello, ecc.);
  • svolgere una difesa alla luce delle norme dell’ordinamento e degli orientamenti della giurisprudenza;
  • svolgere una difesa tempestiva, non protraendo i tempi che potrebbero pregiudicare i diritti del cliente (si pensi a un avvocato che, nel ritardare l’avvio del giudizio, faccia cadere in prescrizione il diritto dell’assistito o consenta alla controparte di distrarre i propri beni per evitare responsabilità patrimoniali).

Quando l’avvocato deve risarcire i danni al cliente

Non basta un errore professionale per far scattare la responsabilità dell’avvocato. Nel nostro ordinamento, infatti, il diritto al risarcimento è subordinato alla prova dell’effettivo e concreto danno. Non sono quindi ammesse cause per “questioni di principio” o per danni potenziali, eventuali o non dimostrabili. 

La dimostrazione del danno sofferto dal cliente per la responsabilità dell’avvocato consiste nel diverso esito che la causa avrebbe avuto se non fosse stato commesso l’errore: un esito non necessariamente favorevole al cliente ma anche meno sfavorevole (si pensi ad una condanna meno severa).

Pertanto, laddove un errore professionale, anche se grave, intervenga in un processo che, in ogni caso (cioè anche senza l’errore), avrebbe avuto esito sfavorevole per il cliente, a questi non è dovuto il risarcimento. 

Si pensi a una persona che intraprenda una causa senza alcuna speranza di successo (la cosiddetta “causa persa in partenza”) perché non c’è alcuna norma che gli dia ragione: l’errore professionale dell’avvocato non potrebbe costituire l’appiglio per il cliente per lucrare da un giudizio che non doveva avviare. 

Quindi, per stabilire se, a fronte della responsabilità dell’avvocato corrisponda anche il diritto al risarcimento del cliente bisogna verificare se, tolto l’errore professionale, il giudizio avrebbe avuto un esito migliore, più favorevole.

Lo stesso discorso vale se la responsabilità dell’avvocato consiste nel non aver intrapreso la causa per aver fatto scadere i termini: anche qui bisognerà verificare se l’esito del processo avrebbe potuto migliorare la situazione del cliente per consentire a questi di accampare pretese risarcitorie.

Con la sentenza citata in apertura la Cassazione ha ribadito tali principi. In particolare, ha detto che, quando il cliente insoddisfatto chiede i danni all’avvocato, serve il giudizio controfattuale per accertare la responsabilità del professionista, valutando il possibile esito della causa in base alla regola del «più probabile che non». E ciò sia per l’iniziativa giudiziaria non esperita sia per quella intrapresa e malamente proseguita. Nel primo caso, una volta venuto meno il rapporto professionale, il giudice del merito non può fare a meno di esaminare se e quali iniziative l’assistito avrebbe potuto assumere, valutando l’eventuale inerzia ai fini della responsabilità del legale.  

La richiesta di risarcimento all’assicurazione dell’avvocato

Ogni avvocato deve essere munito di un’assicurazione che lo copra dai rischi della responsabilità professionale. Ciò significa che, semmai dovesse sbagliare, è tenuto a presentare – per conto del proprio cliente – la denuncia di sinistro alla compagnia assicuratrice affinché questa, aperta la pratica e valutata l’eventuale sussistenza di una responsabilità professionale, liquidi il danno.

Non spetta al cliente rivolgersi direttamente alla compagnia. Egli deve solo indirizzare una lettera raccomandata a.r. o una Pec all’avvocato manifestando l’intenzione di agire contro di lui per la responsabilità professionale e sollecitandolo ad informare di ciò l’assicurazione per l’avvio dell’istruttoria.

Se l’avvocato non dovesse essere munito di assicurazione, il cliente potrà rivalersi contro il suo stesso patrimonio, denunciando l’accaduto all’ordine professionale affinché adotti le misure sanzionatorie conseguenti. 


note

[1] Cass. ord. n. 5683/21.


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