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Naspi: spetta con dimissioni volontarie?

10 Luglio 2021
Naspi: spetta con dimissioni volontarie?

Chi decide liberamente di lasciare il posto di lavoro non ha accesso all’indennità di disoccupazione.

Hai deciso di dimetterti dal posto di lavoro e prenderti un anno di riposo per ripensare al tuo futuro professionale. Vorresti prendere la disoccupazione così da avere del denaro a tua disposizione nel periodo di riposo. Ti chiedi se, in caso di dimissioni, il lavoratore può ottenere questa prestazione.

La disoccupazione è una prestazione economica erogata dall’Inps per tutelare il reddito dei lavoratori che perdono il lavoro contro la propria volontà. Nell’attuale sistema degli ammortizzatori sociali, la disoccupazione si chiama Naspi: ma spetta con dimissioni volontarie? Come vedremo, la Naspi non spetta in tutti i casi in cui la cessazione del rapporto di lavoro è il frutto di una decisione consensuale del dipendente. In caso di dimissioni, dunque, occorre verificare se può essere invocata una giusta causa di recesso dal rapporto di lavoro.

Cosa si intende con l’acronimo Naspi?

Naspi è l’acronimo di nuova assicurazione sociale per l’impiego. Si tratta di una prestazione economica che viene erogata dall’Inps ai lavoratori che perdono involontariamente il lavoro. La Naspi è entrata in vigore a partire dal 1° maggio 2015 ed ha sostituito le precedenti indennità di disoccupazione (Aspi e Miniaspi).

La Naspi ha la funzione di tutelare il reddito dei lavoratori in caso di disoccupazione involontaria nel periodo necessario a trovare un nuovo impiego. Per questo chi vuole accedere alla Naspi deve sottoscrivere un patto di servizio con il centro per l’impiego con il quale si impegna a partecipare attivamente alle opportunità di formazione e riqualificazione professionale che gli vengono offerte, nonché ad accettare eventuali offerte di lavoro congrue che gli dovessero essere prospettate dai servizi per l’impiego.

Naspi: spetta in tutti i casi di cessazione del rapporto di lavoro?

La Naspi non spetta in tutti i casi in cui il lavoratore perde il lavoro a causa della cessazione del rapporto. La perdita del lavoro, infatti, per avere diritto alla Naspi deve essere involontaria. Ne consegue che la Naspi non spetta in caso di dimissioni volontarie né in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

Le dimissioni volontarie, infatti, sono una scelta libera e discrezionale del lavoratore che decide di porre fine al rapporto di lavoro e, trattandosi di una sua scelta, non può invocare il diritto alla Naspi.

Diversamente, la Naspi spetta in caso di dimissioni per giusta causa [1], che si verificano quando il lavoratore è costretto a recedere con effetto immediato dal rapporto di lavoro a causa di un comportamento gravemente inadempiente del datore di lavoro che non gli consente la prosecuzione, nemmeno provvisoria, del rapporto.

Naspi: cosa sono le dimissioni per giusta causa?

Per poter accedere alla Naspi il lavoratore deve, dunque, dimettersi per giusta causa visto che le dimissioni volontarie non danno accesso a questa prestazione. Tuttavia, è evidente che il dipendente può dimettersi per giusta causa solo se sussiste un comportamento datoriale che può essere considerato così grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro. Sulla base delle indicazioni fornite dalla giurisprudenza, possono essere ricondotte alla giusta causa le dimissioni determinate:

  • dall’omesso pagamento della retribuzione;
  • dall’essere stato oggetto di molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • dall’aver subito delle modificazioni peggiorative delle mansioni di lavoro;
  • dall’aver subito il mobbing;
  • dall’aver subito notevoli variazioni delle condizioni di lavoro dopo operazioni di cessione di azienda o di un ramo di essa;
  • dall’essere stato trasferito in un’altra sede di lavoro in assenza delle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive richieste dalla legge;
  • dall’aver subito il comportamento ingiurioso da parte di un superiore gerarchico o del datore di lavoro.

L’elencazione non è esaustiva posto che la nozione di giusta causa è di fonte legale e spetta, dunque, al giudice valutare se la condotta datoriale possa essere considerata o meno giusta causa di dimissioni anche al di fuori delle predette ipotesi.


note

[1] Art. 2119 cod. civ.


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