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Orario di apertura e chiusura: quali sono le regole

10 Luglio 2021 | Autore:
Orario di apertura e chiusura: quali sono le regole

Come sono rimaste le cose dopo la liberalizzazione disposta dal decreto Salva Italia del Governo Monti. Cambiano i diritti dei lavoratori?

Un esercente può liberamente decidere che oggi apre alle 9 del mattino e domani alle 11? E può scegliere di chiudere un’ora prima perché ha un impegno privato? Teoricamente no, perché, essendo obbligato ad esporre all’ingresso un cartello in cui viene indicato l’orario di apertura e di chiusura del suo negozio (o del suo bar, del suo ristorante, ecc.), deve rispettare quel vincolo. Tuttavia, nulla gli vieta di decidere che cosa scrivere in quel cartello, cioè di stabilire quando aprire, quando chiudere ed in quali giorni della settimana.

Quindi, in materia di orario di apertura e chiusura, quali sono le regole? Ognuno fa quello che vuole? Non è esattamente così. Esistono delle linee guida dettate dall’amministrazione centrale che stabiliscono da che ora a che ora si può essere a disposizione del pubblico. E poi ci sono le disposizioni che le amministrazioni locali possono introdurre a seconda del territorio, del tipo di attività, delle esigenze del posto. Si potrebbe dire che la normativa disegna un perimetro entro il quale il commerciante può muoversi liberamente. Ecco, allora, le regole sull’orario di apertura e chiusura.

Apertura e chiusura esercizi: cosa decide lo Stato?

Con il decreto Salva Italia del Governo di Mario Monti [1] (siamo al mese di dicembre del 2011) sono stati liberalizzati gli orari di apertura e chiusura delle attività commerciali. L’Esecutivo di allora, dunque, tolse le restrizioni che imponevano (pena il pagamento di sanzioni) da che ora a che ora un cliente aveva il diritto di trovare un negozio aperto.

Il decreto, infatti, ha stabilito che le attività commerciali e di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza alcuni limiti e prescrizioni. Tra questi, «il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio». Vuol dire, in buona sostanza, che i negozianti sono liberi di alzare e di abbassare la saracinesca quando lo ritengono opportuno.

Tuttavia, come detto sopra, gli esercenti devono muoversi entro certi paletti. Per esempio, secondo la normativa nazionale, l’orario dei negozi di vendita al dettaglio non deve iniziare in generale prima delle 7 del mattino e non deve andare oltre le 22. All’interno di questa fascia, il negoziante potrà iniziare o finire quando vuole (o quando gli conviene, in base alle caratteristiche di ciò che vende e del posto in cui si trova) senza superare le 13 ore giornaliere.

Apertura e chiusura esercizi: cosa decidono i Comuni?

Quanto appena detto deve essere preso, comunque, con le pinze perché i sindaci possono intervenire sugli orari di apertura e di chiusura. È il Consiglio di Stato a precisare che, per quanto il regime di liberalizzazione sia applicabile sia agli esercizi commerciali sia a quelli di somministrazione, ciò «non preclude all’amministrazione comunale la possibilità di esercitare il proprio potere di inibizione delle attività, per comprovate esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché del diritto dei terzi al rispetto della quiete pubblica».

In altre parole: sono solo i sindaci a poter emanare delle ordinanze che limitano l’autonomia dei commercianti per quanto riguarda l’orario di apertura e di chiusura delle loro attività. Provvedimenti che, comunque, devono essere motivati e che spesso rispondono a ragioni di sicurezza, di tutela della salute, dell’ambiente urbano. Discorso a parte quello che è successo durante l’emergenza Covid, quando le circostanze eccezionali (si potrebbe dire anche storiche) hanno consentito allo Stato, alle Regioni e ai Comuni di intervenire con i rispettivi provvedimenti sugli orari delle attività commerciali.

In sintesi, il sindaco può emanare un’ordinanza solo per preservare la tranquillità dei residenti in aree del territorio caratterizzate da notevole afflusso di persone, come ad esempio i centri storici di maggior richiamo. In questi contesti e per tali finalità, può ad esempio disporre limitazioni agli orari di vendita e somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche per un periodo massimo di 60 giorni. Il provvedimento del primo cittadino, come detto, deve essere motivato, cioè deve indicare specificamente le ragioni per cui viene violata la legge e la liberalizzazione firmata dal Governo Monti nel 2011. Infine, deve essere molto precisa nel descrivere contenuto e modalità di attuazione di quanto disposto dall’amministrazione comunale.

Apertura e chiusura esercizi: quali regole per i lavoratori?

La liberalizzazione degli orari di apertura e di chiusura delle attività commerciali ha avuto un impatto molto forte su alcuni dei negozi di minori dimensioni, costretti a chiudere perché divorati dalla concorrenza della grande distribuzione e dei centri commerciali, specialmente la domenica. Non tutte le piccole realtà possono, infatti, permettersi di sostenere i costi richiesti per lavorare praticamente sette giorni su sette. In particolare, quando devono pagare anche del personale per restare sempre a disposizione del pubblico.

Già, il personale: ci sono delle regole particolari da osservare dopo la liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura? In realtà, i diritti dei lavoratori restano comunque quelli stabiliti dalla legge e dal contratto nazionale di categoria, indipendentemente da ciò che decide il datore di lavoro. Significa che i dipendenti avranno sempre un limite massimo di ore da fare, la possibilità di rifiutare legittimamente il lavoro festivo o il diritto di prendere le dovute maggiorazioni se accetta, ecc.

In particolare, il contratto nazionale determina:

  • il limite orario massimo giornaliero e settimanale;
  • i limiti alla flessibilità d’orario;
  • il limite orario massimo e le maggiorazioni di straordinario giornaliero e settimanale;
  • le maggiorazioni dovute in caso di lavoro in orari notturni, festivi e festivi notturni;
  • le pause giornaliere;
  • i riposi giornalieri e settimanali;
  • le ferie annuali.

note

[1] Dl n. 201/2011 del 06.12.2011.


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