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Fibromialgia: è malattia professionale?

4 Marzo 2021
Fibromialgia: è malattia professionale?

Risarcimento Inail per la patologia contratta sul luogo di lavoro: le malattie tabellari e non tabellari. 

Anche se l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Unione Europea hanno incluso la fibromialgia tra le patologie croniche invalidanti, ad oggi tale malattia non compare nelle linee guida dell’Inps e non consente di ottenere il riconoscimento dell’invalidità. La fibromialgia – di cui non si conoscono ancora le cause – è considerata infatti una sindrome reumatica non tipica. Leggi “Fibromialgia: spetta l’invalidità?“.

Si è posto poi il problema se la fibromialgia è una malattia professionale. Il dipendente che ritenga di aver contratto tale patologia sul luogo di lavoro può cioè richiedere il riconoscimento dell’indennità all’Inail? Di tanto si è occupata la Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ecco qual è la sintesi di tale pronuncia.

Malattia professionale: quando

Prima di spiegare se sia possibile – ed eventualmente come – ottenere il riconoscimento della fibromialgia come malattia professionale, dobbiamo fare i conti con la normativa generale prevista proprio in tema di malattia professionale. 

La malattia professionale si differenzia dalla malattia generica in quanto viene contratta nell’esercizio ed a causa delle mansioni di lavoro a cui è adibito il dipendente. Dunque, la malattia professionale ha un rapporto di stretta consequenzialità con la prestazione di lavoro. Risultato: affinché si possa ottenere il riconoscimento della malattia professionale, è necessario che tale patologia sia stata contratta proprio a causa dell’esercizio dell’attività lavorativa. 

Ciò nonostante, il lavoratore non sempre è tenuto a dimostrare la dipendenza della propria malattia dalle mansioni svolte. Egli è esonerato dal cosiddetto «onere della prova» tutte le volte in cui la patologia risulta inserita in apposite tabelle dell’Inail [2]. Tali tabelle individuano le lavorazioni da ritenersi pericolose e le malattie professionali che possono scaturire da esse. Detto in parole più semplici, tutte le volte in cui una persona contrae una malattia di quelle previste nelle tabelle Inail (cosiddetta malattia professionale tabellata), l’ordinamento presume che la stessa sia conseguenza del luogo di lavoro; pertanto, il riconoscimento della malattia professionale avviene in automatico, senza necessità di fornire la prova della interdipendenza della stessa dall’ambiente di lavoro.

La patologia non inclusa invece nelle tabelle Inail (cosiddetta malattia professionale non tabellata) può essere riconosciuta come malattia professionale solo a condizione che il dipendente ne dimostri l’origine professionale, ossia la sua stretta dipendenza dal luogo di lavoro e dalle mansioni svolte. In particolare, egli deve provare:

  • l’esposizione al rischio (mansioni svolte, condizioni di lavoro, durata ed intensità
  • dell’esposizione);
  • esistenza della malattia mediante certificazione sanitaria;
  • attestazione nel primo certificato della presunta origine professionale della malattia;
  • accertamento dell’origine professionale della malattia da un punto di vista medico/legale.

Fibromialgia e malattia professionale

La fibromialgia non è inserita nelle tabelle Inail e, per questo motivo, il suo riconoscimento come malattia professionale non può avvenire in automatico. Spetta quindi al dipendente, che avanzi la richiesta di risarcimento, dimostrare che una o più manifestazioni della malattia sono legate al luogo di lavoro e alle mansioni svolte.

A tanto è pervenuta la Cassazione nella pronuncia in commento [1].

Nel caso di specie, una lavoratrice, in servizio dal 1995 presso la filiale di un istituto di credito, lamentava che l’ergonomia della postazione di lavoro nonché il microclima ambientale determinato dal getto di aria condizionata, le avevano causato la lesione dell’integrità psicofisica, provocando una serie infinita di malanni tra cui scoliosi, discopatia, contrattura della muscolatura, ansia di media entità e tanto altro.

La consulenza tecnica d’ufficio (Ctu), disposta dal giudice nel corso della causa civile, aveva da un lato attestato che la ricorrente era affetta da fibromialgia, ma dall’altro aveva concluso per l’assenza di responsabilità a carico del datore di lavoro; in particolare, il perito aveva ritenuto che le patologie denunciate dalla dipendente non fossero riconducibili alle mansioni svolte e all’ambiente di lavoro.  

La Cassazione ha quindi stabilito che tutte le malattie denunciate erano da ricondursi alla fibromialgia ma che questa però non era di natura professionale, non essendo inserita nelle tabelle Inail. Il che significa che spetta al dipendente dimostrare la dipendenza della malattia dall’ambiente lavorativo, non potendo ciò presumersi in automatico (come invece avviene per le malattie tabellate).

A questo punto, è da ritenere che, seppur non sia astrattamente impossibile ottenere il riconoscimento della fibromialgia come malattia professionale, ciò sia comunque molto complicato: e ciò sia perché l’onere della prova è in mano al dipendente (che deve dimostrare il rapporto di causa-effetto con le mansioni svolte), sia perché le cause di tale patologia non sono ancora completamente note alla scienza.


note

[1] Cass. ord. n. 5816/21.

[2] Indicate nel D.P.R. 1124/1965.


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