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In vigore il diritto alla riparazione: quali vantaggi

4 Marzo 2021
In vigore il diritto alla riparazione: quali vantaggi

Nell’ottica dell’economia circolare, il cittadino deve avere la possibilità di aggiustare almeno alcuni dei prodotti che usa, una volta rotti. 

Rompere, buttare, comprare: un circolo vizioso che, moltiplicato per tutti gli abitanti del pianeta, alimenta fenomeni di inquinamento e di spreco. Per interrompere questo insano ingranaggio, l’Unione europea ha previsto il diritto alla riparazione, dall’inglese right to repair.

La norma, approvata dall’Ue sotto forma di regolamento, è in vigore dal primo marzo 2021 e prevede, per i produttori, un obbligo di creare elettrodomestici, apparecchiature varie e, in generale, oggetti di uso comune in modo che siano facili da riparare, potendo reperirne agevolmente i pezzi di ricambio e le istruzioni per aggiustarli.

È una vera e propria lotta quella intrapresa in Europa e in molte parti del mondo per l’affermazione di questo diritto, che va in direzione opposta rispetto alla cosiddetta obsolescenza programmata, cioè il processo per cui le aziende promuovono una sostituzione rapida dei prodotti, prevedendone appositamente un ciclo di vita breve.

Nello specifico del nuovo regolamento europeo, il diritto alla riparabilità non vale per tutti i tipi di prodotto, ma solo per alcuni (e, secondo le associazioni che si battono per il right to repair, questo è proprio il motivo per cui c’è ancora molto da fare su questo fronte).

In particolare, all’utente deve poter essere garantita la disponibilità di pezzi di ricambio di motori elettrici, sorgenti luminose, sistemi refrigeranti, server e unità di archiviazione dati, display elettronici (anche televisori), elettrodomestici di uso comune come lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie.

Questo vuol dire che i produttori dovranno assicurare ai riparatori professionisti uno stock di ricambi per circa un decennio, in modo da allungare il ciclo di vita e di utilizzabilità di un oggetto, evitandone la sostituzione precoce.

Nello specifico, sul testo del regolamento UE 2021/341 della Commissione europea, si legge che «i fabbricanti o gli importatori saranno ora obbligati a mettere a disposizione dei riparatori professionisti una serie di pezzi essenziali (motori e spazzole per motori, pompe, ammortizzatori e molle, cestelli di lavaggio ecc.) per almeno 7-10 anni dall’immissione sul mercato dell’Unione europea dell’ultima unità di un modello».

È solo un primo passo, secondo l’associazione Right to Repair, che da anni, ormai, ha ingaggiato una battaglia per fare del diritto alla riparazione una delle strategie portanti dell’economia circolare.

Ad esempio, l’associazione, per quanto accolga il nuovo regolamento come una novità incoraggiante, contesta l’esclusione dalla normativa di prodotti di larghissimo uso, come gli smartphone e i computer. L’utilizzo che viene fatto di questi dispositivi è intenso e quotidiano, dunque si tratta di oggetti particolarmente soggetti alla sostituzione. Il che non accadrebbe se l’utente potesse beneficiare di un diritto alla riparazione.

A detta di Chloé Mikolajczak, attivista di Right to Repair, i tempi non sono ancora maturi per questo: «ci vorranno anni prima che qualsiasi tipo di requisito di riparazione sarà applicabile a loro».

Quello che si è ottenuto, per ora, è che la stragrande maggioranza dei pezzi di ricambio dei prodotti elencati sopra dovrà essere messa a disposizione dei riparatori professionisti. Una parte residuale potrà andare agli amanti del fai-da-te che si dilettano ad aggiustare i prodotti danneggiati: i produttori dovranno fare in modo che i ricambi restino disponibili per diversi anni.

La normativa prevede che, oltre ai ricambi, vengano forniti anche i manuali tecnici di istruzioni. Il tutto al massimo entro 15 giorni lavorativi dall’ordine. Ma un’altra criticità, rilevata dall’associazione, è proprio nella tempistica: 15 giorni lavorativi, in attesa di un pezzo di ricambio essenziale per far tornare a funzionare una lavastoviglie e un motore, sono davvero tanti.



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