Licenziamento: ecco su chi grava la prova del repêchage

4 Marzo 2021 | Autore:
Licenziamento: ecco su chi grava la prova del repêchage

Non è il lavoratore ma il suo datore a dover provare che non c’era la possibilità di ricollocamento in altri reparti, anche con mansioni inferiori.

Il lavoratore può anche rifiutarsi di collaborare per dimostrare che, quando è stato licenziato, il repêchage era impossibile o meno: l’onere di provare questa circostanza è in capo all’azienda. Lo ha appena stabilito la Cassazione [1].

Il datore di lavoro, scrive la Suprema Corte, può tentare di dimostrare anche con dei presupposti che non c’era un altro posto in azienda adatto al dipendente oggetto del licenziamento, ma non spetta certo al lavoratore l’onere di provare il contrario, cioè che il datore avrebbe potuto ricollocarlo altrove anziché lasciarlo a casa.

In questo modo, la sentenza si allinea ai più recenti pronunciamenti proprio della Cassazione in materia di repêchage, sul quale i Supremi giudici ritengono che «non sussista alcun onere di collaborazione da parte del lavoratore» ma che quest’onere gravi «esclusivamente sul datore di lavoro».

La Corte richiama quanto disposto dalla legge, ovvero i requisiti affinché possa essere accolta una richiesta di licenziamento con l’impossibilità del repêchage. In particolare:

  • che venga soppresso il settore lavorativo o il reparto o il posto cui era addetto il dipendente, senza che sia necessaria la soppressione di tutte le mansioni in precedenza attribuite allo stesso;
  • che la soppressione si riferisca a progetti o scelte datoriali – insindacabili dal giudice quanto ai profili di congruità e opportunità, purché effettivi e non simulati – diretti ad incidere sulla struttura e sull’organizzazione dell’impresa, ovvero sui suoi processi produttivi, compresi quelli finalizzati a una migliore efficienza ovvero a incremento di redditività;
  • l’impossibilita di reimpiego del lavoratore in mansioni diverse, a tutela del diritto costituzionale al lavoro e per evitare una scelta dell’azienda contro la persona del dipendente.

«L’onere probatorio in ordine alla sussistenza di questi presupposti – conclude la sentenza della Cassazione – è a carico del datore di lavoro, che può assolverlo anche mediante ricorso a presunzioni, restando escluso che sul lavoratore incomba un onere di allegazione dei posti assegnabili».

Va aggiunto il fatto che per integrare il giustificato motivo oggettivo del licenziamento, vale a dire la ragione economica che porta all’allontanamento del dipendente, vanno in ogni caso verificati gli elementi che costituiscono il giustificato motivo oggettivo stesso, con riferimento all’ambito aziendale del datore di lavoro.

Ai fini della verifica circa il possibile repêchage rilevano le mansioni svolte. Tuttavia, nel caso in cui il lavoratore abbia accettato mansioni inferiori al fine di evitare il licenziamento, la prova dell’impossibilità di repêchage va fornita anche con riferimento a tali compiti.

Infine, la mancata prova dell’impossibilità di ricollocare utilmente il lavoratore, che grava sul datore di lavoro, determina l’illegittimità del licenziamento e comporta il relativo risarcimento.


note

[1] Art. 3 legge n. 604/1966.


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