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Spetta il mantenimento alla ex moglie laureata?

5 Marzo 2021 | Autore:
Spetta il mantenimento alla ex moglie laureata?

Anche il beneficiario dell’assegno in possesso di un titolo di studio elevato deve cercare un lavoro, se può. Rifiutare lavori manuali è ingiustificato.

Le capacità lavorative del coniuge separato o divorziato possono incidere parecchio sul riconoscimento dell’assegno di mantenimento versato dall’ex consorte e sulla misura del suo ammontare: ma cosa succede quando la moglie che percepisce l’assegno non accetta di mantenersi da sé ed anzi rifiuta di svolgere un lavoro che le è stato offerto, perché non lo ritiene adeguato alla sua preparazione professionale ed al titolo di studio conseguito?

Ad esempio e scendendo nel concreto: spetta il mantenimento alla ex moglie laureata? Con una nuova e drastica pronuncia la Corte di Cassazione ha detto no, perché il rifiuto della donna a cercarsi un lavoro è risultato immotivato. Ella avrebbe potuto, e dovuto, accettare occupazioni manuali e non per questo meno dignitose: al limite, anche fare la commessa di vendita o la badante.

L’assegno di mantenimento: funzione

L’assegno di mantenimento riconosciuto dopo il divorzio non mira più a conservare al beneficiario, come avviene ancora durante la fase di separazione coniugale, lo stesso tenore di vita di cui aveva goduto durante il matrimonio, ma soltanto ad assicurare all’ex coniuge che risulta economicamente più debole un adeguato contributo economico.

Mantenimento e ricerca di un lavoro

Di conseguenza chi riceve il mantenimento ha il dovere di rendersi autosufficiente dal punto di vista economico. In concreto, dovrà attivarsi per la ricerca di un lavoro, senza adagiarsi passivamente sull’importo periodico dell’assegno che gli arriva dal suo ex coniuge. Tutto ciò a condizione che le possibilità lavorative esistano: un’età sopra i 50 anni, una malattia invalidante o il fatto di vivere in una zona economicamente depressa sono fattori che precludono l’ottenimento di un lavoro retribuito e perciò in tali casi il beneficiario è incolpevole e ha diritto ad essere ancora mantenuto.

Il rifiuto di un lavoro può far perdere il mantenimento?

Nella nuova vicenda ora decisa dalla Cassazione [1] è emerso che l’ex moglie 48enne, beneficiaria dell’assegno di mantenimento, si era rifiutata di svolgere un’attività lavorativa, ritenendo le proposte ricevute “inadeguate” al suo elevato titolo di studio: era infatti laureata in farmacia. La Corte d’Appello le aveva dato ragione, ritenendo «svilente» che una persona in possesso di una laurea, e che in precedenza aveva «goduto di un livello di vita invidiabile», potesse essere «condannata al banco di mescita o al badantato».

Ma la Suprema Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto ed ha accolto il ricorso dell’ex marito, che si opponeva alla prosecuzione del versamento della somma (di 1.000 euro mensili) alla moglie e sottolineava il fatto di averle offerto «molteplici possibilità lavorative», che però erano state sempre da lei rifiutate. La donna non ha smentito questa prospettazione.

Chi può lavorare e non lo fa ha diritto ad essere ancora mantenuto?

Gli Ermellini hanno rimarcato che la pronuncia emessa dai giudici di secondo grado era errata ed andrà rivista. Dovrà essere accertata, in particolare, «l’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita» e a tal proposito rilevava proprio la circostanza che il coniuge aveva ricevuto, dopo la separazione, alcune offerte di lavoro, e comunque «avrebbe potuto concretamente procurarsi una specifica occupazione».

Non averlo fatto può giustificare, su domanda del coniuge obbligato a versare, la riduzione dell’assegno di mantenimento o addirittura la sua completa eliminazione, come ha affermato di recente la stessa Corte di Cassazione in casi analoghi (leggi “Spetta l’assegno di mantenimento all’ex moglie che non cerca lavoro?

È giustificato il rifiuto del laureato di svolgere lavori manuali?

La Corte di Cassazione ha affermato in diverse occasioni questo principio secondo cui l’ex coniuge che è in grado di lavorare deve cercare di farlo [2] e non esiste alcun «diritto di non reperire alcuna attività lavorativa» per continuare ad essere mantenuti; al contrario, in questa prospettiva di ricerca fattiva di una valida occupazione lavorativa retribuita vanno valutate anche le attività reputate “inferiori”, a meno che non risultino davvero inadeguate ed inaccettabili. E in questa prospettiva – rimarcano gli Ermellini – «il lavoro manuale o di assistenza alla persona» non è affatto privo di una sua «dignità» e non risulta quindi incompatibile con il possesso di una laurea.

Così – spiega il Collegio – se manca «l’attivazione concreta alla ricerca di un’occupazione lavorativa» o addirittura emerge «il rifiuto immotivato di accettare» le offerte occupazionali reperibili sul mercato e in particolare le proposte di lavoro trovate dall’ex marito, il diritto a continuare a percepire l’assegno si perde. Per approfondire leggi anche l’articolo “Quando si nega l’assegno di mantenimento al coniuge“.


note

[1] Cass. ord. n. 5932/21 del 4.03.2021.

[2] Cass. n.16405/2019; n. 5817/2018; n.789/2017 e, tra le più recenti, Cass. n.2653/2021.


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