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Mantenimento: l’ex può rifiutare lavori non pertinenti ai suoi studi?

5 Marzo 2021
Mantenimento: l’ex può rifiutare lavori non pertinenti ai suoi studi?

Separazione e divorzio: l’ex moglie laureata può rifiutarsi di fare la badante, la colf o di svolgere altri lavori manuali?

Per ottenere il mantenimento, l’ex moglie può rifiutare lavori non pertinenti ai suoi studi. La questione è stata affrontata più volte dalla giurisprudenza e, da ultimo, da una recente e interessante ordinanza della Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto, in proposito, i giudici supremi. Ma facciamo prima un passo indietro.

Con la separazione e il successivo divorzio, il giudice riconosce un assegno di mantenimento al coniuge economicamente incapace di mantenersi da sé; lo fa però solo se questi ne è meritevole, ossia dia prova di non aver più l’età, le condizioni di salute o le possibilità oggettive di trovare un lavoro che gli garantisca l’autosufficienza. Ciò implica che questi, per ottenere gli alimenti, debba prima dimostrare di aver fatto di tutto per occuparsi. 

Di qui, il ricorrente dubbio se l’ex moglie disoccupata ma laureata debba “abbassarsi” a qualsiasi lavoro oppure possa comunque ambire a un impiego conforme alla propria formazione. In altri termini, si può chiedere all’ex moglie, con tanto di titolo universitario, di andare a fare la badante, la colf o di svolgere lavori manuali? 

L’articolo 156 del Codice civile stabilisce una regola a tutti ormai ben nota: «il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri».

Il fatto però di non avere «redditi propri» non significa adagiarsi su tale situazione; il coniuge deve comunque fare di tutto per rendersi autonomo e indipendente. Quale peso però può avere il fatto di essere “giovani e forti”, potendo perciò svolgere attività manuali? La Corte non ha dubbi: se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, ogni attività deve essere considerata uguale alle altre in termini di dignità e quindi valutabile ai fini dell’occupazione. Non si può quindi svilire il lavoro manuale rispetto a quello intellettuale solo perché l’interessato ha maturato un titolo di studio diverso. 

Con il divorzio, si recidono definitivamente tutti i legami tra marito e moglie: chi dei due non è in grado di badare a sé stesso può contare sull’appoggio dell’ex solo nella misura in cui abbia fatto di tutto – non riuscendovi non per propria colpa – per reggersi sulle proprie gambe. Anche accettando lavori comunemente considerati onerosi e svilenti. 

Ciò che conta, infatti, è se l’ex coniuge possa, in astratto, produrre un reddito adeguato, a prescindere dalla natura di tale attività. E se detta potenzialità a produrre reddito sussiste, ma non viene sfruttata adeguatamente, allora non è possibile chiedere l’assegno di mantenimento. 

Risultato: non è illogico, né giuridicamente scorretto ritenere che la moglie separata possa andare a fare la badante o la colf, anche se è laureata. 

Non esiste alcun il diritto dell’ex a rifiutare ogni lavoro perché non pertinente e adeguato, ossia non conforme alle proprie ambizioni o agli studi intrapresi. Così facendo infatti si arriva «a negare dignità al lavoro manuale».

Del resto, in caso di divorzio, l’assegno di mantenimento non serve a garantire lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio ma rappresenta soltanto un contributo al coniuge economicamente più debole, dovuto solo a patto che questi si attivi nella ricerca di un impiego. 

Nel caso di specie deciso dalla Corte, il marito lamentava che la ex, laureata in lingue, avrebbe aggravato in modo ingiustificato la sua posizione rifiutando varie offerte di lavoro procuratele da lui solo perché si sarebbe trattato di lavori “umili” e “modesti”. Secondo la Cassazione, però, non si può ritenere svilente che una «persona laureata», che in costanza di matrimonio ha «goduto di un livello di vita invidiabile», possa in seguito essere «condannata al banco di mescita o al badantato». Il tutto mentre l’attitudine al lavoro proficuo come potenziale capacità di guadagno costituisce un elemento indispensabile per assumere le decisioni sull’assegno di mantenimento. 

Non si può giungere a negare dignità al lavoro di assistenza alla persona; al contrario, bisogna calarsi nel concreto e valutare in modo specifico gli eventuali impieghi trovati e le proposte ricevute. Il tutto alla luce di un mercato occupazionale che, oggi più che mai, non consente di fare gli schizzinosi. 


note

[1] Cass. ord. n. 5932/21 del 4.03.2020.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 2 febbraio – 4 marzo 2021, n. 5932

Presidente Scotti – Relatore Nazzicone

Rilevato

– che è proposto ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi, avverso la sentenza del 7 maggio 2019, n. 288, con la quale la Corte d’appello di Trieste, in controversia relativa alla separazione personale tra l’odierno ricorrente e la moglie, ha rigettato le doglianze proposte dal medesimo avverso la sentenza di primo grado;

– che l’intimata si difende con controricorso, depositando memoria;

Considerato

– che i motivi vanno come di seguito riassunti:

1) omesso esame di fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. con riguardo all’addebito della separazione al marito, confermato dalla corte territoriale, la quale ha omesso di valutare il passaggio della espletata c.t.u., secondo cui i figli hanno personalità armoniche, tanto da permettere l’affidamento condiviso ad entrambi i genitori dei medesimi, pur conviventi con la madre;

2) omesso esame di fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. con riguardo all’addebito della separazione al marito, confermato dalla corte territoriale, anche sull’inesatto presupposto che la relazione extraconiugale del marito sia stata causalmente influente ai fini della cessazione della comunione di vita tra i coniugi, come sarebbe emerso da un migliore apprezzamento delle risultanze di causa;

3) violazione o falsa applicazione dell’art. 337-ter ce., con riguardo all’assegno in favore della prole, senza considerare che il tenore di vita anteatto è un mero principio tendenziale e che il ricorrente non gode più delle precedenti disponibilità economiche, come emerge dagli atti di causa;

4) violazione o falsa applicazione dell’art. 115, comma 1, ce. [rectius c.p.c. come agevolmente desumibile dal contenuto del motivo], con riguardo all’assegno in favore della moglie, confermato nella misura di Euro 1.000,00 mensili, con superficiale valutazione delle risultanze di causa, non essendo oltretutto, a differenza di quanto opinato dalla sentenza impugnata, la controparte laureata in farmacia, ma in lingue ed avendo sempre rifiutato i lavori propostile dal marito;

5) violazione o falsa applicazione dell’art. 156, comma 1, ce, essendosi la corte territoriale limitata ad affermare che la moglie ha redditi assai modesti, trascurando però che ha diverse entrate e che, comunque, l’assegno di mantenimento nella separazione – contrariamente a quanto affermato dalla corte territoriale – non mira a mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, ma assicura solo un contributo al coniuge economicamente più debole, sempre che, però, lo stesso si sia attivato per la ricerca di un lavoro, e non sia invece rimasto al riguardo del tutto inerte, sempre rifiutando, come nella specie, le molteplici possibilità lavorative proposte dal marito; in tal modo, la moglie ha aggravato ingiustificatamente la posizione debitoria del ricorrente;

– che la corte territoriale, per quanto ancora rileva, ha ritenuto che: a) va confermato l’addebito della crisi coniugale al marito, in ragione della condotta del medesimo, risultante da documenti e dalle deposizioni testimoniali raccolte, anche nel corso del procedimento penale a suo carico, nonché in relazione alla relazione extraconiugale, causa del deterioramento dei reciproci rapporti; b) la comparazione dei redditi e del patrimonio delle parti mostra un elevato dislivello a favore del marito, onde su tale base è stato correttamente determinato dal tribunale l’assegno di mantenimento in favore dei due figli in Euro 650,00 mensili ciascuno, oltre alla metà delle spese straordinarie; c) quanto all’assegno in favore della moglie per Euro 1.000,00, le sue attitudini lavorative vanno ricondotte alla laurea in farmacia, ma il profilo individuale dell’avente diritto non va mortificato con possibili occupazioni inadeguate, non potendosi pretendere che «una donna quarantottenne, laureata, che aveva goduto di un livello di vita invidiabile», poi «sia condannata al banco di mescita o al badantato»;

– che, ciò posto, i primi due motivi – i quali possono essere congiuntamente trattati, presentando il medesimo vizio – sono inammissibili;

– che, invero, con riguardo all’art. 360 comma 1, n. 5, c.p.c. come novellato dall’art. 54, comma 1, n. 1, lett. b), D.L. n. 83 del 2012, convertito con L. n. 134 del 2012, si è da tempo chiarito da questa Corte come la nuova previsione contempli un vizio della sentenza diverso da quelli afferenti alla motivazione, e che si traduca nell’omesso esame di un fatto materiale, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e che abbia carattere decisivo (cfr., per tutte, Cass. s.u. n. 8053/2014);

– che, nella specie, la corte del merito, con amplia argomentazione, ha dato conto delle conclusioni raggiunte, in particolare quanto all’addebito della separazione al marito: da essa, invero, fondato su due evenienze del tutto in linea con i principi dettati da questa Corte in ordine alle ragioni che possono fondare tale pronuncia;

– che il terzo motivo è del pari inammissibile, in quanto esso, pur sotto l’egida del vizio di violazione di legge, prospetta invece, nella realtà, una diversa valutazione delle risultanze di causa, riservate all’apprezzamento del giudice del merito; onde le doglianze relative alla presunta diversa portata dei documenti si risolve in un sindacato di fatto circa l’esito della valutazione probatoria;

– che il quarto ed il quinto motivo, da trattarsi congiuntamente in quanto censurano sotto diversi profili la determinazione della misura dell’assegno in favore della moglie, sono manifestamente fondati;

– che, invero, nel ragionamento esposto in sentenza dalla corte territoriale, essa: afferma l’irrilevanza della ricerca di un lavoro, quale fonte di reddito; anzi, dà piena giustificazione al rifiuto di impiego, quando non fosse esattamente adeguato al titolo di studio ed alle aspirazioni individuali del coniuge che reclami l’assegno di mantenimento a carico dell’altro coniuge separato; afferma, quindi, che «il profilo individuale … non va mortificato con possibili occupazioni inadeguate», affermando il diritto del coniuge richiedente a rifiutare ogni lavoro, in quanto «non ogni proposta può ritenersi pertinente ed adeguata»; mostra di ritenere svilente che una persona laureata, in precedenza avendo «goduto di un livello di vita invidiabile», in seguito possa essere «condannata al banco di mescita o al badantato»;

– che in tal modo, la corte territoriale si pone manifestamente in contrasto con il disposto dell’art. 156 ce, come interpretato da questa Corte: invero, in tema di separazione personale dei coniugi, l’attitudine al lavoro proficuo dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento che è indispensabile valutare, ai fini delle statuizioni afferenti l’assegno di mantenimento, dovendo il giudice del merito accertare l’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale e ambientale; donde rileva, ad esempio, la possibilità di acquisire professionalità diverse ed ulteriori rispetto a quelle possedute in precedenza, o la circostanza che il coniuge abbia ricevuto, successivamente alla separazione, effettive offerte di lavoro, ovvero che comunque avrebbe potuto concretamente procurarsi una specifica occupazione (cfr., fra le altre, Cass. 19 giugno 2019, n. 16405; Cass. 9 marzo 2018, n. 5817; Cass. 13 gennaio 2017, n. 789; Cass. 13 gennaio 2017, n. 789);

– che la corte territoriale non menziona le concrete, singole attività lavorative eventualmente reperite dalla richiedente l’assegno, che non vengono precisate, al pari di quelle eventualmente oggetto dell’attività di ricerca di un lavoro in suo favore svolta dal marito, limitandosi la corte ad affermare il diritto di non reperire alcuna attività lavorativa reputata inferiore, senza però affermare di avere valutato gli impieghi effettivamente reperiti o proposti, al fine di poterne fondatamente affermare, all’esito della valutazione dei medesimi, la reale inadeguatezza e inaccettabilità per la richiedente;

– che l’impugnata sentenza ha confermato il diritto al mantenimento, quindi, sulla base di rilievi del tutto astratti, giungendo a negare dignità al lavoro manuale o di assistenza alla persona; mentre, al contrario, ha omesso di porre la propria attenzione sugli elementi rilevanti, come l’essere o no la coniuge in grado di procurarsi redditi adeguati, l’esistenza o no di proposte di lavoro, l’eventuale rifiuto immotivato di accettarle o comunque, l’attivazione concreta alla ricerca di una occupazione lavorativa: essa non si cala nel contesto concreto, al contrario essendo all’uopo necessario compiere una valutazione specifica delle proposte e dei lavori ricercati o reperiti, nonché della raggiunta prova del diritto a non compierli e delle ragioni di ciò;

– che, pertanto, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla corte del merito, in diversa composizione, affinché proceda agli accertamenti necessari alla corretta applicazione dei principi esposti;

P.Q.M.

La Corte accoglie il quarto ed il quinto motivo, inammissibili gli altri; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa innanzi alla Corte d’appello di Trieste, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di legittimità.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 2 febbraio 2021


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6 Commenti

  1. Il lavoro nobilita l’uomo, qualunque esso sia. Non bisogna fare gli schizzinosi se ci si trova in una situazione di necessità, soprattutto di questi tempi in cui la situazione Covid ha messo l’Italia in una brutta situazione, anche economica. Chi non si “abbassa” a fare un lavoro umile perché vuole sventolare la sua laurea, mi chiedo perché non l’abbia sfruttata prima, anziché vivere sulle spalle del marito.

  2. Diciamoci la verità: è troppo semplice dire che la donna ha voluto fare la casalinga per dare al marito la possibilità di fare carriera. Anche in questo caso, se una vuole lavorare, lavora anche svolgendo un’attività che non richiede molto tempo. Si gioca sempre la carta della casalinga disperata, che sicuramente richiede un impegno che ti toglie energie, ma mica stai a lucidare casa e a cucinare per un esercito ogni giorno dalla mattina alla sera!

  3. Ci sono donne che non possono perdere la loro “dignità” andando a fare le colf e le badanti… Ma quando ascolto queste frasi mi chiedo se stiano scherzando o se dicano sul serio… Cioè, sicuramente, se hai un titolo di studio aspiri a trovare un lavoro più soddisfacente, ma se non trovi nulla o ti arrangi e cerchi di campare con dignità oppure ti inventi qualche lavoro. Ma non bisogna stare con le mani in mano nella speranza che ti caschi dal cielo l’opportunità.

  4. Pienamente d’accordo con la pronuncia dei giudici. Nell’articolo è stato riportato chiaramente il ragionamento della Cassazione ed è logico pervenire ad una soluzione del genere perché mica si può sperare di spillare soldi al marito in eterno stando a casa a non far nulla oppure andando a spendere in acquisti o servizi futili i soldi del mantenimento!

  5. Nel leggere questi commenti comprendo bene che abbiate incontrato donne spesso sfaticate e non disposte al sacrificio. Ci sono invece tante altre donne che pur di essere indipendenti, anche avendo fatto per anni le casalinghe e con una laurea triennale presa in passato e mai sfruttata, si sono rimboccate le maniche ed hanno cercato un lavoro umile in base a quello che offriva il mercato. Ma non si vergognano queste donne a chiedere il mantenimento pur potendo lavorare? Se un matrimonio è finito e tu hai fatto la casalinga per anni, mica puoi pretendere di campare di rendita. A meno che poi non trovi un altro uomo con cui iniziare una nuova convivenza che ti consenta di restare a casa a fare la casalinga

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