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Sms trafugati: è violazione della privacy?

20 Marzo 2021
Sms trafugati: è violazione della privacy?

Il mio compagno  è stato licenziato perché il suo datore di lavoro leggendo i suoi messaggi WhatsApp in uscita dal suo telefono personale, ha scoperto la relazione esistente con la sottoscritta, dipendente di una società fornitrice della azienda dove lavora. Sui messaggi che ci siamo scambiati c’erano discussioni private. Così facendo hanno violato la MIA privacy e posso denunciarli?

Da quanto leggo, sembra proprio che sia stato violato il diritto alla riservatezza della corrispondenza tra privati e, quindi, la normativa sulla privacy.

Tuttavia, il soggetto principalmente leso da questa condotta arbitraria è da considerarsi il Suo compagno, quale proprietario del cellulare “trafugato”.

Lei, per assurdo, dovrebbe agire contro il Suo compagno che, però, dimostrerebbe che la violazione è avvenuta contro il suo consenso.

Il mio consiglio, quindi, è quello di far agire il Suo compagno a tutela dei propri diritti.

Come sentenziato dal Tribunale di Parma recentemente, le conversazioni inserite all’interno di una chat privata approntata da un fornitore di servizi di messaggistica (nella specie WhatsApp) creata da alcuni dipendenti per lo scambio di informazioni riguardanti l’ambiente di lavoro, i turni e le condizioni di lavoro in genere, devono essere considerate alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e involabile. Ne consegue che la presenza all’interno di tali forme di comunicazione di commenti astiosi da parte di uno o più dipendenti che manifestano scarsa stima nei confronti del proprio datore di lavoro, anche intervallati da emoticon di vario genere e da battute di tipo umoristico, non giustifica il licenziamento (Tribunale Parma, 07/01/2019).

Nel Vs. caso, a maggior ragione, mancherebbe la chat tra colleghi, essendo una corrispondenza tra soggetti aventi relazione sentimentale.

Per tali motivi, il licenziamento sembra illegittimo da tutti i punti di vista; e la minaccia di denuncia, previa rinuncia del TFR, sembra configurare la fattispecie penale della estorsione secondo la quale chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000.

Inoltre, il datore di lavoro non può assolutamente divulgare il contenuto della corrispondenza, in quanto la stessa ha carattere confidenziale, riferendosi all’intimità della vita privata; facendolo viola il diritto alla riservatezza, anche qualora la diffusione avvenga con il consenso del destinatario.

Ulteriore violazione sussisterebbe solo con la pubblicazione dei dati personali del mittente, quali nome e cognome, posizione lavorativa e sede dell’ufficio (Tribunale Milano, 27/06/2007, n. 8037).

Diverso sarebbe stato il caso in cui il controllo fosse avvenuto su mezzi aziendali (cellulare in dotazione, computer in dotazione).

In questo caso, l’attività di controllo effettuata dal datore di lavoro non contrasterebbe necessariamente con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – sotto il profilo della possibile violazione della privacy dei dipendenti – nella misura in cui il controllo della corrispondenza è necessario e meramente funzionale a verificare il corretto utilizzo di strumenti di lavoro aziendali da parte dei lavoratori (Corte europea diritti dell’uomo, sez. IV, 12/01/2016, n. 61496).

Ma, da quanto leggo, non mi sembra questo il caso.

Per tali motivi, il mio consiglio, oltre che impugnare il licenziamento ricevuto, è quello di procedere ad avviare azione legale di risarcimento per violazione del diritto alla riservatezza, oltre che per violazione di corrispondenza privata.

Inoltre, laddove le minacce di rinunciare al TFR dovessero continuare, e dovesse aver prova di ciò, procederei con la presentazione di querela presso la Procura della Repubblica, al fine di far cessare tale condotta estorsiva e ritorsiva.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



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