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Revenge porn: un canale di emergenza per le segnalazioni

5 Marzo 2021
Revenge porn: un canale di emergenza per le segnalazioni

Garante della Privacy e Facebook insieme in uno sportello dedicato a chi ha bisogno di aiuto.

Una mano tesa alle potenziali vittime di revenge porn. Chi teme di veder pubblicate proprie immagini private sui social senza il proprio consenso potrà chiederne il blocco, così da prevenirne la divulgazione illecita.

È l’iniziativa del Garante della Privacy a quattro mani con Facebook, per tentare di arginare l’odioso reato che consiste nella pubblicazione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, allo scopo di danneggiare qualcuno, spesso per vendetta.

Il fenomeno è in espansione, come testimonia il preoccupante numero di casi che si sono contati negli ultimi anni. Nel 2020, secondo i dati di un dossier della Direzione centrale della polizia criminale, pubblicato il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, gli episodi denunciati sono stati 718. Nell’81% dei casi le vittime erano donne.

Sono vicende che hanno un enorme impatto sulla vita delle persone che vengono coinvolte loro malgrado. Esistenze spesso stravolte, basti pensare ad appena un paio dei casi più noti.

Il primo è quello che ha fatto più riflettere, al punto da portare prima alla presentazione di un’interrogazione parlamentare e poi a una legge sul reato di revenge porn: è il caso di Tiziana Cantone, giovane donna che si è uccisa dopo che alcuni suoi video hard erano diventati, come si usa dire, «virali». L’altro è il più recente: quello della maestra licenziata dopo la divulgazione di sue foto intime inviate in passato a un ex fidanzato.

L’intervento del Garante

Per cercare di porre un freno a questo stillicidio di casi, l’Autorità garante per la protezione dei dati personali ha deciso di intervenire. A questo proposito ha predisposto un canale di emergenza, attivo in Italia dall’8 marzo, per le potenziali vittime di revenge porn.

Una sorta di «sportello virtuale» dove inviare segnalazioni su video o foto privati che si teme possano essere divulgati o condivisi sui social network senza il consenso della persona direttamente interessata.

La pagina in cui recarsi per inoltrare le segnalazioni si trova sul portale del Garante della Privacy, basta andare alla sezione gpdp.it/revengeporn. Qui, rivolgendosi al Garante, si potranno indicare le immagini o i filmati intimi dei quali si teme la condivisione senza il proprio consenso su Facebook o anche su Instagram, dal momento che il social network delle foto è comunque di proprietà di Facebook.

La persona direttamente interessata – che deve essere maggiorenne – non deve far altro che compilare un modulo, che troverà alla pagina web indicata. In questo modo, le immagini potranno essere segnalate confidenzialmente a Facebook, che provvederà a inibirle preventivamente, in modo da impedirne la condivisione.

«Le immagini – informa un comunicato del Garante, per annunciare l’attivazione e il funzionamento del canale di emergenza – verranno cifrate da Facebook tramite un codice “hash”, in modo da diventare irriconoscibili prima di essere distrutte e, attraverso una tecnologia di comparazione, bloccate da possibili tentativi di pubblicazione sulle due piattaforme».

La genesi del reato

Il reato di revenge porn è entrato nel Codice penale italiano con la legge n. 69 del 19 luglio del 2019, meglio nota come «Codice rosso», entrata in vigore nell’agosto dello stesso anno. Il provvedimento ha modificato la normativa, prevedendo ulteriori tutele per le vittime di violenza domestica o di genere.

La legge prende questo nome perché il cosiddetto «codice rosso» non è nient’altro che una procedura di indagine più spedita, per imprimere un’accelerazione nel contrasto ad alcuni reati, come la violenza sessuale, i maltrattamenti in famiglia, lo stalking o atti persecutori, le lesioni personali.

Nel caso del revenge porn, a essere sotto attacco è la libertà morale della persona, che è oggetto della lesione inferta da parte dell’autore del reato, il cui intento è quello di denigrare, danneggiare, spesso vendicarsi, attraverso la pornografia non consensuale. Nel Codice penale italiano il reato è rubricato come «Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti», senza il consenso della persona ritratta nelle fotografie o ripresa nei filmati.

L’autore del reato vuole spesso «punire» attraverso la diffusione di contenuti nati per essere destinati a rimanere privati. Renderli pubblici vuol dire causare imbarazzi e disagi così profondi alla vittima, da produrre a volte conseguenze dirompenti.

Secondo una ricerca di Cyber Civil Right Initiative, i risvolti psicologici del revenge porn, sulle persone che lo hanno subìto, sono spesso pesantissimi. Il 51% delle vittime ha pensato al suicidio, ritenendo per sempre compromessa la propria immagine e reputazione, al punto da non vedere una via d’uscita.

In altri casi, le relazioni con parenti e amici vengono gravemente compromesse dalla diffusione delle immagini o dei video, così come le relazioni sentimentali, ma anche la propria professione. Oppure capita che, a causa della pubblicazione di quelle immagini così private, si diventi bersaglio di molestie da parte di utenti che le hanno viste.

In Italia, il reato di revenge porn è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da cinquemila a quindicimila euro.



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