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Covid: perché in Italia si muore di più

8 Marzo 2021
Covid: perché in Italia si muore di più

Le scelte fatte in termini di priorità per i vaccini hanno condannato il Paese ad essere primo in Europa per vittime.

La maglia nera del numero di morti giornalieri per Coronavirus, in Europa, va all’Italia. Il Paese ha sfondato la soglia psicologica dei centomila decessi per Covid dall’inizio dell’emergenza sanitaria. E c’è da scommettere che il virus non si fermerà qui.

Nella triste classifica europea della conta quotidiana delle vittime, l’Italia si piazza al primo posto: è lo Stato in cui si muore di più, ogni giorno, a causa della pandemia, con una media di 300 morti ogni ventiquattr’ore. Perché? A questa domanda risponde oggi un articolo di Repubblica, a firma di Alessandra Ziniti, che riprende stime dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Se da noi il numero di morti non cala è per via delle scelte sbagliate, secondo le analisi dei ricercatori dell’Ispi, operate in termini di vaccino.

Se, infatti, è vero che già la fase uno del piano vaccinale prevedeva di concentrarsi, oltre che sul personale sanitario, anche sugli anziani nelle residenze sanitarie assistite, è anche vero che due dosi di vaccino su tre sono andate a persone under 70. Il dato proviene proprio dallo studio dell’Ispi, che a Repubblica fa notare come si sia molto indietro sulle immunizzazioni della fascia 71 – 79 anni, falcidiata dal Coronavirus.

«Dopo il Giappone l’Italia è il Paese al mondo con la popolazione più anziana e dunque più a rischio. E purtroppo la curva dei decessi è destinata a salire, da circa 300 decessi al giorno a 500 – dichiara, al quotidiano di Maurizio Molinari, Matteo Villa, studioso che lavora all’Ispi di Milano -. L’aumento dei decessi non ha ancora raggiunto il suo picco e l’effetto vaccino è ancora molto ridotto. Nel giro di due settimane dovremmo cominciare a riscontrare una diminuzione della mortalità del 17 per cento, ma se avessimo concentrato i vaccini nella fascia di popolazione più a rischio oggi conteremmo già un abbattimento della letalità del 48 per cento. Già a febbraio, con la disponibilità dei pochi vaccini che avevamo, avremmo potuto vedere una diminuzione dei morti del 25 per cento, in altre parole se si fosse scelto di dare priorità alle fasce più a rischio avremmo avuto 2.200 morti di meno nell’ultimo mese».

L’Ispi contesta all’Italia di aver dato la priorità al personale sanitario e, come sottolinea Repubblica, «anche a decine di migliaia di persone che gravitano a vario titolo nel mondo della sanità».

I morti italiani in media hanno 81 anni, si legge su un report dell’Istituto superiore di sanità (Iss). La stragrande maggioranza di coloro che non sono riusciti a vincere la battaglia contro il virus era in età avanzata o soffriva di patologie alle quali il virus ha fatto, in qualche modo, da detonatore.

Nel Regno Unito, dove la quota dei centomila morti è stata già abbondantemente superata, si è riusciti ad abbattere il tasso di mortalità proprio grazie a un’attenta politica delle vaccinazioni, privilegiando i più anziani e le persone più fragili per il loro quadro clinico. Non è la direzione verso la quale si sta muovendo l’Italia, dove è stato vaccinato solo un over 90 su 3 e un over 80 su 4.



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