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Minore abusato: come si valuta l’attendibilità?

9 Marzo 2021 | Autore:
Minore abusato: come si valuta l’attendibilità?

I criteri adottati dai giudici e dagli esperti per stabilire se il racconto è credibile e se il bambino è capace di testimoniare.

Nessun giudizio penale è facile, perché si tratta di stabilire qual è la “verità processuale” di fatti accaduti, spesso controversi, che devono essere ricostruiti a posteriori; ma quando il caso riguarda una violenza sessuale sui minori il decidere dei giudici diventa ancora più complesso e problematico, per la delicatezza di tali vicende e dei soggetti che ne sono vittime. Un elemento centrale per arrivare alla condanna del responsabile dell’abuso è la testimonianza del minore abusato: come si valuta l’attendibilità? Il metodo è complesso quanto più il bambino è in tenera età, ma la Cassazione ha elaborato alcune linee guida da seguire. Vediamo quindi i criteri seguiti dai giudici per esaminare questi casi: si tratta di regole consolidate che stabiliscono quali sono le valutazioni da compiere.

Le dichiarazioni del minore abusato

Innanzitutto, va evidenziato che la testimonianza del minore abusato è sufficiente da sola per affermare la responsabilità penale dell’imputato per il delitto di violenza sessuale commesso in suo danno, anche quando è priva di altri elementi di riscontro. Spesso, gli abusi sessuali in danno di minori vengono commessi in ambito familiare o con abuso di relazioni domestiche o di autorità e non vi sono testimoni dell’accaduto, a parte la vittima stessa.

Così la Cassazione ha più volte affermato [1] che il convincimento del giudice sulla colpevolezza può emergere «anche dalle sole dichiarazioni della persona offesa, sempre che sia sottoposta a vaglio positivo circa la sua attendibilità». Da un lato, quindi, per arrivare alla condanna non occorrono i riscontri esterni [2], ma dall’altro lato è indispensabile che la persona offesa risulti attendibile. Vediamo quindi più in dettaglio in cosa consiste l’attendibilità.

L’attendibilità del minore abusato

L’attendibilità del minore abusato si compone di due elementi: il primo è soggettivo e riguarda la sua capacità di esprimersi e narrare fatti ed esperienze, il secondo è oggettivo e concerne un giudizio di verosimiglianza dei fatti riferiti e, dunque, degli abusi sessuali subiti.

Il giudizio di attendibilità deve verificare la coerenza del racconto e l’assenza di contraddittorietà o illogicità rispetto agli altri elementi probatori, come i riscontri dei testimoni, tenendo però sempre conto del modo di esprimersi e di percepire gli eventi tipico di un soggetto in tenera età. Infatti è previsto che l’accertamento comprenda anche la capacità di testimoniare del minore e, di regola, ciò si effettua mediante una perizia da parte di esperti dell’età evolutiva nominati dal giudice. Nel corso dell’esame, devono essere sempre evitate le «domande suggestive», quelle cioè volte a suggerire o comunque a indicare la risposta [3].

La perizia sull’attendibilità del minore

In alcune occasioni, la Cassazione [4] ha affermato che per valutare l’attitudine del minore a testimoniare (attendibilità soggettiva) e per stabilire la credibilità del suo racconto (attendibilità oggettiva) occorre una perizia, ma essa non è indispensabile: anche quando tale accertamento non è stato svolto, oppure non ha seguito i protocolli riconosciuti dalla comunità scientifica, possono essere valorizzati altri elementi di prova o di riscontro oggettivi.

Con una nuova sentenza, la Suprema Corte [5] torna su questo delicato tema, a proposito di un bimbo affetto da un ritardo mentale che era stato abusato da un uomo anziano. Gli Ermellini hanno richiamato l’attenzione sulla necessità che «nel caso di vittime di reati sessuali di età minore, l’esame deve avvenire in modo omnicomprensivo che tenga conto di più elementi, quali l’attitudine a testimoniare, la capacità di recepire le informazioni, ricordarle e raccordarle», evitando sempre i rischi di etero-suggestione, ossia di dichiarazioni indotte o stimolate da altri ma non veritiere.

La valutazione della testimonianza del minore

Dunque, nel caso dei minori che riferiscono come testimoni gli abusi sessuali compiuti in loro danno ci sono degli accorgimenti in più da adottare rispetto a quelli comuni a tutte le persone offese da reati (come la coerenza intrinseca del narrato e l’assenza di motivi per deporre il falso): qui è richiesto – sottolinea la sentenza – di «accertare da un lato la capacità a deporre, ovvero l’attitudine psichica, rapportata all’età, a memorizzare gli avvenimenti e a riferirne in modo compiuto» e, dall’altro lato, di verificare «il complesso delle situazioni che attengono la sfera inferiore del minore, il contesto delle relazioni con l’ambito familiare ed extrafamiliare e i processi di rielaborazione delle vicende vissute». Nel caso deciso, il minore è stato ritenuto attendibile quanto alla descrizione degli abusi che aveva subito, riscontrati anche grazie ai testimoni ai quali egli li aveva raccontati.

Acquisizione della testimonianza nell’incidente probatorio

Il minore abusato deve quindi essere sottoposto a un giudizio di attendibilità delle sue dichiarazioni, che vanno attentamente valutate nel loro contenuto descrittivo dei fatti accaduti e nella loro portata accusatoria nei confronti dell’imputato.

Di solito, per “blindare” la testimonianza del minore (persona offesa) si ricorre allo strumento dell’incidente probatorio, che garantisce l’acquisizione della prova nel contraddittorio tra le parti (accusa e difesa) in un momento anticipato rispetto a quello di celebrazione dell’udienza dibattimentale, che potrebbe essere fissata solo dopo molto tempo, alterando i ricordi del bambino e aumentando i rischi di dispersione della prova.

Attendibilità del minore: casi controversi

L’attendibilità del minore «è una questione di fatto», sottolinea la Corte nella sua più recente sentenza che abbiamo menzionato [5], e, dunque, è sottratta al giudizio di legittimità della Cassazione, a meno che non essa non si riverberi sulla «illogicità, contraddittorietà e carenza di motivazione» della sentenza di merito impugnata per vizi di legittimità.

Pertanto, spiega il Collegio, «il mancato espletamento della perizia in ordine alla capacità a testimoniare non determina l’inattendibilità della testimonianza della persona offesa, non essendo tale accertamento indispensabile ove non emergano elementi patologici che possano far dubitare della predetta capacità».

Nel caso esaminato, gli Ermellini hanno ritenuto valido il resoconto degli esperti nominati dal pubblico ministero, che avevano accertato come il bambino, nonostante il suo deficit cognitivo, fosse in grado di rievocare i traumi subiti e le sensazioni spiacevoli riportate; e la loro testimonianza era stata regolarmente acquisita nel dibattimento. Così la condanna dell’abusante a dieci anni di carcere è divenuta definitiva.

Dunque, la capacità del minore a rendere testimonianza nel processo per gli abusi commessi in suo danno si presume fino a prova contraria. L’importante è che, com’è avvenuto nel caso esaminato, venga accertata la capacità di intendere e di volere del minore, mediante l’ascolto psicologico e gli accertamenti psicodiagnostici, specialmente quando il bambino è affetto da ritardo mentale.

Leggi anche gli articoli “Violenza sessuale minorenne: ultime sentenze” e “Violenza sessuale: la testimonianza del minore è valida?“.


note

[1] Per tutte, Cass. sent. n. 29372 del 27.7.2010.

[2] Art. 192, commi 3 e 4, Cod. proc. pen.

[3] Art. 499 Cod. proc. pen.

[4] Cass. sent. n. 1235 del 10.01.2013.

[5] Cass. sent. n. 9155/21 del 08.03.2021.


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