Diritto e Fisco | Articoli

Marito violento: deve pagare il mantenimento?

9 Marzo 2021
Marito violento: deve pagare il mantenimento?

Addebito a chi è colpevole di violenza domestica, ma gli alimenti non sono una conseguenza automatica. 

Non sempre l’addebito è sinonimo di assegno di mantenimento. Anzi, le due cose camminano su binari indipendenti poiché diversi sono i presupposti e le finalità. Così ben è possibile che un marito traditore non sia tenuto a pagare gli alimenti all’ex moglie se questa è autonoma sotto il profilo economico. 

Allo stesso modo, ci si è chiesto se il marito violento deve pagare il mantenimento. Interrogato sul punto, il tribunale di Firenze [1] ha fornito una chiara ed esemplificativa risposta, spiegando anche perché l’assegno mensile non va di pari passo con l’addebito. Cerchiamo di fare il punto della situazione al fine di non alimentare facili speranze in chi, pur vittima di soprusi in ambito familiare, sta per separarsi. A questi, come vedremo a breve, può spettare tutt’al più il risarcimento del danno per le violenze subite.

Ma procediamo con ordine e vediamo se il marito violento deve pagare il mantenimento. 

Se c’è l’addebito spetta il mantenimento?

Prima ancora di analizzare i casi di violenza domestica, dobbiamo comprendere come funzionano l’assegno di mantenimento e l’addebito. Si tratta di cose completamente distinte. L’addebito è una cosa, l’assegno di mantenimento un’altra. 

L’addebito scatta tutte le volte in cui uno dei due coniugi viola i doveri del matrimonio come, ad esempio, l’obbligo di fedeltà, di convivenza, di contribuzione ai bisogni della famiglia, di assistenza morale e materiale, di rispetto degli altrui diritti costituzionali.

Dall’addebito conseguono solo due sanzioni e nessun’altra: la perdita del diritto all’assegno di mantenimento, se mai il coniuge colpevole per la fine del matrimonio ne avesse avuto diritto a causa delle sue condizioni economiche disagiate, e la perdita dei diritti sull’eredità dell’ex, se mai questi dovesse morire prima del divorzio (ricordiamo infatti che se il divorzio cancella definitivamente ogni diritto successorio, la separazione invece lascia intatta la natura di erede al coniuge).

Facciamo tre esempi pratici che chiariranno ogni dubbio in proposito.

Mariano e Mariella, lui benestante imprenditore e lei casalinga, si stanno per separare. Mariano ha scoperto una chat privata della moglie con un amante. Mariella subisce il cosiddetto addebito, avendo – con la propria condotta colpevole – decretato la fine del matrimonio. Mariella, in condizioni normali, avrebbe avuto diritto all’assegno di mantenimento, ma avendo subìto l’addebito non può più chiedere l’assegno, nonostante la propria condizione economica non le consenta di mantenersi da sola.

Mariano e Mariella, entrambi dipendenti statali, si stanno separando. Il giudice addebita la separazione a Mariano perché ha lasciato casa senza una valida ragione. Mariella non può chiedere l’assegno di mantenimento, in quanto le sue condizioni economiche sono equivalenti a quelle dell’ex marito. Non essendoci quindi un divario economico tra i due, non c’è neanche l’obbligo di versare gli alimenti. Non rileva il fatto che Mariano abbia subìto l’addebito, posto che l’addebito non implica, come sanzione, l’obbligo di versare il mantenimento. A tutto voler concedere, le conseguenze per l’addebito in capo a Mariano consisteranno nella perdita dei diritti di successione su Mariella, qualora questa dovesse morire nell’imminenza. 

Mariano è un ex lavoratore ora disoccupato a causa di un recente licenziamento subito dalla propria azienda. La moglie, Mariella, porta avanti la famiglia con il proprio lavoro di dipendente presso uno studio professionale. I due smettono di andare d’accordo e decidono di separarsi. Non viene pronunciato l’addebito nei confronti di nessuno dei due perché nessuno ha una specifica colpa. Ciò nonostante, Mariella deve versare l’assegno di mantenimento a Mariano in quanto il reddito di quest’ultimo è inferiore a quello della moglie. Le cose non sarebbero andate diversamente se Mariella avesse subito l’addebito. Al contrario, se la separazione dovesse essere addebitata a Mariano, questi – benché disoccupato – non potrebbe rivendicare il mantenimento.

L’obbligo di versare il mantenimento scaturisce non già dall’addebito ma dalla condizione di divario economico tra i due coniugi.

La sanzione per l’addebito non è quindi l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento, ma la perdita dell’eventuale diritto a ricevere il mantenimento. 

L’addebito peraltro non implica neanche il diritto al risarcimento del danno se, dalla condotta in questione, non è derivata la violazione di diritti costituzionali come la salute, la reputazione, l’onore o la privacy. Così, ad esempio, un tradimento non è di per sé condizione per chiedere un risarcimento, anche qualora ne sia derivato un grave stato di depressione, a meno che, per le modalità plateali con cui è stato posto in essere, non ne sia derivato un pregiudizio alla reputazione del coniuge tradito (il che si verifica evidentemente quando il fatto è noto alla collettività).

L’assegno di mantenimento non è automatico

Per rendere più semplici gli esempi appena fatti, abbiamo ipotizzato che il giudice riconosca l’assegno di mantenimento per il semplice fatto che vi sia un divario economico tra gli ex coniugi. Oggi, però, questo presupposto non basta più. Se un tempo l’assegno di mantenimento scattava quasi sempre in automatico, non appena le condizioni economiche di un coniuge fossero state inferiori a quelle dell’ex, oggi si richiede un ulteriore elemento: la meritevolezza. In buona sostanza, chi chiede l’assegno di mantenimento deve anche dimostrare che l’impossibilità a mantenersi da solo non dipende da propria colpa. Ciò avviene ad esempio quando le condizioni di salute sono precarie, quando l’età avanzata (almeno 45-50 anni) renda improbabile un impiego, quando si dia prova che il mercato occupazionale è saturo.

Marito violento con addebito ma senza assegno di mantenimento

Il caso analizzato dal tribunale di Firenze, richiamato in apertura, ha riguardato due coniugi con un tenore di vita pressoché identico, perché simili erano gli stipendi dei due. 

In una situazione del genere, se mai il matrimonio dovesse terminare a causa delle condotte violente del marito, quest’ultimo subirebbe sicuramente l’addebito, ma non sarebbe tenuto a versare l’assegno di mantenimento. E ciò perché l’ex coniuge è già in grado di mantenersi da solo. Come detto, infatti, l’addebito non implica una sanzione economica, ma solo la perdita di due diritti: quello al mantenimento e quelli successori.

Se invece l’ex moglie fosse stata priva di redditi, il marito le avrebbe dovuto versare il mantenimento, indipendentemente dal fatto di aver subito o meno l’addebito.

Il tribunale di Firenze ribadisce in modo radicale come «rispetto a tali condotte nessuna giustificazione può essere addotta: la violenza fisica domestica, infatti, quale violazione di norme di condotta imperative poste a tutela dei beni di rango costituzionale, è di per sé sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza», concludendo per l’accoglimento della domanda di addebito.

Dunque, la violenza domestica è sempre causa di addebito della separazione, ma non implica, di per sé, l’attribuzione dell’obbligo di pagare un assegno di mantenimento a carico di chi la commette. 

La vittima però può denunciare il marito violento e, nel corso del processo penale, costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento dei danni. 

Ma il risarcimento può essere chiesto indipendentemente dal processo penale, con un semplice giudizio civile. In proposito, si è già espressa la Cassazione [2] che ha affermato il principio secondo cui la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio che, da un lato è causa di intollerabilità della convivenza, giustificando la pronuncia di addebito, dall’altro, dà luogo a un comportamento (doloso o colposo) che incidendo su beni essenziali della vita produce un danno ingiusto con conseguente obbligo al suo risarcimento secondo lo schema generale della responsabilità civile. Possono dunque coesistere pronuncia di addebito e risarcimento del danno. 


note

[1] Trib. Firenze, sent. n. 1314/2020.

[2] Cass. sent. n. 8862/2012.

Autore immagine: depositphotos.com

Tribunale Firenze Sezione 1 Civile Sentenza 5 giugno 2020 n. 1314

Data udienza 4 giugno 2020

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di FIRENZE

SENTENZA

Con l’intervento del Pubblico Ministero conclusioni

per il ricorrente: pronunciare la separazione personale dei coniugi, se del caso con addebito alla (…) con vittoria di spese e distrazione a favore del difensore antistatario;

per la resistente: pronunciare la separazione personale dei coniugi con addebito al (…); porre a carico del ricorrente un contributo a titolo di mantenimento della ricorrente pari a Euro 700 mensili o, in subordine, un contributo a titolo di alimenti pari a Euro 200 mensili; con vittoria di spese, da rimborsare allo Stato;

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 9.10.2017 (…) deduceva di aver contratto matrimonio a (…) con (…). Precisava che la copia si era stabilita nell’abitazione già di proprietà del ricorrente in Firenze e che ben presto l’armonia coniugale era andata progressivamente deteriorandosi a causa di incomprensioni e del disinteresse mostrato dalla coniuge, di giovane età e attratta dalle frivolezze della vita, cui in precedenza aveva dovuto rinunciare per essere divenuta madre a soli 19 anni; in questo peraltro supportata dalla propria madre. Sicché a seguito di ripetuti e frequenti allontanamenti della donna dalla casa coniugale, già dal giugno 2017 i coniugi si erano separati di fatto. Chiedeva, pertanto, la pronuncia della separazione con eventuale addebito alla coniuge, senza ulteriori condizioni.

Per l’udienza presidenziale si costituiva (…), chiedendo, in via preliminare, la riunione del procedimento a quello n. 17687/2017 R.G.A.C., da lei introdotto ed avente lo stesso oggetto. Nel merito, deduceva che la crisi coniugale era dovuta, oltreché alle incompatibilità caratteriali fra i due sposi, alle frequenti condotte violente dell’uomo ai suoi danni, che l’avevano costretta più volte a rifugiarsi presso la propria madre. Evidenziava che dopo ogni allontanamento lui l’aveva pregata di perdonarlo e lei ancora innamorata aveva ogni volta ceduto facendo rientro nella casa coniugale. Fin quando nell’aprile 2017 si era recata al Pronto Soccorso e aveva sporto poi denuncia. Ne era scaturito un procedimento penale nell’ambito del quale nell’agosto 2017 (…) era stato sottoposto dal GIP alla misura cautelare del divieto di avvicinarsi alla moglie e nel dicembre successivo ne era stato disposto il rinvio a giudizio. Chiedeva, pertanto, l’addebito della separazione al marito e la previsione di un contributo per se di Euro 700,00-

Previa riunione dei due procedimenti, il Presidente, autorizzava le parti a vivere separati e rimetteva la causa in istruttoria.

In tal sede, concessi i termini di cui all’art. 183 VI co. c.p.c., ritenuta la superfluità e inammissibilità delle prove richieste, veniva fissata udienza per la precisazione delle conclusioni.

Infine, all’udienza del 21.01.2020, i procuratori delle parti concludevano come dai rispettivi atti introduttivi e la causa veniva posta in decisone con termini di cui all’art. 190 c.p.c.-

MOTIVI DELLA DECISIONE

Ai sensi dell’art. 151 c.p.c. la separazione giudiziale può essere pronunciata sol che si accerti la verificazione di fatti che rendano intollerabile, anche in una prospettiva esclusivamente soggettiva, la prosecuzione della convivenza tra i coniugi, fatti che possono anche essere indipendenti dalla loro volontà.

Nel caso in esame le parti vivono separate dall’aprile 2017, a seguito di litigio sfociato nella presentazione di una querela per lesioni e maltrattamenti da parte della (…) ed entrambe le parti si accusano reciprocamente di comportamenti contrari ai doveri matrimoniali, quali la violazione dell’obbligo di assistenza materiale e morale.

Tanto basta per l’accoglimento della domanda di separazione.

Risulta altresì provato che la responsabilità del fallimento del matrimonio vada attribuita al (…), che si è reso autore di ripetuti atti di violenza fisica ai danni della coniuge costringendola ad allontanarsi da lui a dispetto dell’iniziale sentimento di sincero trasporto che la donna provava. Prova ne sono i numerosi messaggi scambiati fra i due in cui (…) chiede scusa alla moglie dei pugni (in data 27.7.16), degli schiaffi e pugni (il 2.11.16), delle tirate di capelli (in data 11.4.17), in particolare merita citarne alcuni particolarmente eloquenti; “mi dispiace per i pugni non me lo perdonerò mai”, “mi fa male il cuore a pensare che ti ho dato uno schiaffo quando avevo promesso di non farlo mai più”, “non hai avuto solo schiaffi”, “Ti ho dato uno schiaffo, mica ti ho pestata?!”, “ma io ti ho dato uno schiaffo, ti ho tirato i capelli”). Gli stessi messaggi prodotti dal ricorrente dimostrano come egli chiedesse più volte perdono alla moglie e fosse consapevole delle proprie colpe: il 28.02.2017 egli, infatti, scrive “tesoro, ti prego di perdonarmi. Soffro tantissimo perché il dolore per il male che faccio a te è peggiore di quello del male che subisco”.

Fatti per i quali (…) è stato condannato con sentenza penale divenuta irrevocabile il 22.6.19 alla pena di nove mesi di reclusione (con sospensione condizionale della pena) per il reato di lesioni dolose (in relazione agli episodi avvenuti a marzo ed aprile 2017).

Rispetto a tali condotte nessuna giustificazione può essere addotta, tantomeno eventuali tentazioni di “frivolezze” da parte della giovane moglie: la violenza domestica, infatti, quale violazione di norme di condotta imperative poste a tutela di beni di rango costituzionale, è di per sé sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, non rilevando in contrario alcuna diversa mancanza da parte dell’altro coniuge. Anche un unico episodio di percosse è stato ritenuto sufficiente ai fini dell’addebito della separazione al coniuge violento (fra le ultime, Trib. Vicenza sent. n. 2330/2019). Del resto, il ricorrente, non contestando specificamente le accuse mossegli, nella memoria integrativa descrive le violenze riferite dalla moglie “singoli e sporadici episodi caratterizzati da tenuità del fatto (uno schiaffo; una tirata di capelli ecc.”), con ciò minimizzando condotte che non ammettono, invece, giustificazione alcuna.

Solo per completezza si osserva che la strana formulazione adottata dal difesa (…) in ordine alla pronuncia della separazione “se del caso con addebito alla resistente” esclude in radice che il ricorrente abbia effettivamente formulato domanda di addebito, non potendosi tale pronuncia essere rimessa alla volontà dell’autorità giudiziaria, che altrimenti, statuirebbe ultra petita. Sicché si considera come non formulata.

Alla luce di quanto esposto, deve essere accolta la domanda di addebito avanzata dalla resistente.

Infine, per quanto riguarda la domanda di assegno separativo, si osserva che nulla è stato dedotto circa il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, il quale peraltro ha avuto una durata talmente limitata e caratterizzata da così tanti litigi e interruzioni di coabitazione, sia pur per brevi periodi, che nemmeno può ipotizzarsi quale regime economico la coppia avesse assunto per il proprio menage quotidiano. D’altra parte è certo che (…), proprietario dell’immobile in cui vive, e che in passato lavorava quale agente per compagnie telefoniche e percepiva un reddito costante, verosimilmente almeno pari ad Euro 2.000,00 mensili netti, è disoccupato dagli inizi del 2018 e viene aiutato dai propri genitori. La (…) invece ha svolto lavori saltuari per collaboratrice domestica, e dal patto di servizio stipulato nell’ottobre 2017, risulta percepire un’indennità mensile di disoccupazione (NASPI). In sede presidenziale ha dichiarato di essere mantenuta dalla propria madre. Con il che deve ritenersi che la famiglia di origine della (…) abbia ampia disponibilità economica, considerato che il contributo materno deve essere sufficiente a coprire un canone di locazione di Euro 700,00 mensili (come dedotto in udienza presidenziale) e mantenere il figlio della (…), salvo il modesto contributo di Euro 150,00 mensili del padre del bambino.

Nessuna delle parti ha poi fornito documentazione reddituale aggiornata, neanche sottoforma di ISEE.

In conclusione, fra le condizioni economiche dei coniugi non sembra sussistere quella disparità che giustifichi l’attribuzione di un contributo a favore del coniuge svantaggiato mentre la rilevante differenza di età esistente fra i due (la (…) è ben 22 anni più giovane del marito) e la capacità lavorativa già messa in atto dalla (…), il possesso da parte della medesima di un più elevato titolo di studio rispetto al coniuge più anziano, essendo lei diplomata, escludono il diritto ad un assegno separativo.

Analogamente non risultano comprovati i presupposti per il riconoscimento di un assegno mensile a titolo alimentare, richiesto in via subordinata dalla ricorrente, ai sensi degli artt. 433 ss. c.c., ossia lo stato di bisogno dell’alimentando e la sua incapacità oggettiva di provvedere al proprio mantenimento.

Infatti la (…) ha un’indubbia capacità lavorativa, avendo lavorato in passato come collaboratrice domestica, non soffrendo di problemi di salute tali da renderla inabile al lavoro, essendo molto giovane (nata nel 1991), provvista di un diploma di scuola media superiore nel settore alberghiero e conoscendo, oltre alla lingua madre, anche l’italiano e l’inglese (come affermato dal ricorrente e da lei non smentito): ella, dunque, è fornita di adeguate competenze spendibili nel mondo del lavoro, nel quale può ragionevolmente ancora inserirsi. Il fatto di avere un figlio minorenne a carico, peraltro, non le impedisce oggettivamente di lavorare, potendo ella contare sull’appoggio, economico e materiale, della madre.

Di tal che anche tale domanda non può che essere rigettata.

Infine risulta inammissibile la domanda di restituzione proposta dalla resistente, avente ad oggetto la metà dei beni mobili acquistati insieme al coniuge in costanza di matrimonio o del loro controvalore economico, dovendo essa proporsi separatamente nelle forme del rito ordinario, essendo le domanda di separazione e di restituzione legate non da una connessione oggettiva qualificata a norma degli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c., ma da una connessione oggettiva generica ai sensi dell’art. 33 c.p.c. che non giustifica la trattazione congiunta ai sensi dell’art. 40 111 co. c.p.c.-

In punto di spese, considerata la natura e l’andamento della controversia, e la soccombenza reciproca, risultano sussistenti giustificati motivi per disporne la compensazione integrale.

P.Q.M.

Il Tribunale come sopra costituito,

pronuncia la separazione giudiziale dei coniugi (…), e (…) con addebito a (…);

respinge tutte le ulteriori domande;

compensa fra le parti le spese di lite

Così deciso nella camera di consiglio del Tribunale di Firenze, il 4 giugno 2020.

 


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube