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La sentenza è retroattiva?

9 Marzo 2021
La sentenza è retroattiva?

Si può applicare una sentenza a un fatto vecchio? L’efficacia retroattiva della sentenza trova due limiti: il giudicato e la prescrizione. 

Quando esce una pronuncia della Cassazione che afferma un principio rivoluzionario o comunque di forte rottura rispetto al passato ci si chiede spesso se la sentenza è retroattiva.

Chiedersi se la sentenza è retroattiva equivale a domandarsi se la regola in essa contenuta vale anche per situazioni pregresse, già consumatesi. La retroattività consiste infatti nell’applicazione di un principio giuridico a fatti passati. 

Chi dunque ha maturato il diritto in epoca anteriore rispetto alla data di pubblicazione della sentenza può “appellarsi” ad essa, e ricorrere innanzi a un giudice per ottenere tutela oppure tale facoltà è riservata solo a coloro che matureranno il diritto dal giorno successivo alla sentenza stessa?

La ragione di tale incertezza deriva dal fatto che, di regola, la legge non può mai essere retroattiva, salvo specifiche eccezioni. Occorre allora fornire maggiori chiarimenti sul punto per poi arrivare a comprendere se la sentenza è dotata di efficacia retroattiva. Ma procediamo con ordine.

La legge può essere retroattiva?

Prima ancora di stabilire se la sentenza è retroattiva approfondiamo il discorso in merito alla legge. Questo ci aiuterà poi a comprendere meglio le differenze rispetto alle pronunce dei giudici.

In linea generale, possiamo disgiungere tra leggi civili (che regolano i rapporti tra privati o tra privati e Pubblica Amministrazione) e leggi penali (che regolano invece quei comportamenti che costituiscono reato).

Retroattività legge civile

Partendo dalle leggi civili, l’articolo 11 delle disposizioni preliminari al Codice civile stabilisce che «la legge non risponde che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo». Questa norma però può ben essere derogata dalla stessa legge che, di volta in volta, può stabilire eccezioni. Non poche volte, infatti, leggi, decreti legge e decreti legislativi sono riusciti a disciplinare situazioni passate.

Dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che una norma possa avere valore retroattivo se ciò risponde a un criterio di ragionevolezza e di maggiore giustizia. Per esempio, sarebbe ragionevole e giusto che venisse attribuito valore retroattivo a una norma che riconosce tardivamente un certo diritto a una certa categoria di persone.

Il potere del legislatore di creare norme con effetto retroattivo trova però un limite nei cosiddetti «diritti quesiti», quelli cioè già maturati e, pertanto, intangibili. Ad esempio, un lavoratore che abbia, nel corso della propria carriera, maturato il Tfr non potrebbe vedersi ridurre tale importo da una successiva riforma della materia. 

Retroattività legge penale

Passiamo ora alle leggi penali. In questo caso, bisogna distinguere:

  • le norme penali favorevoli al reo hanno effetto retroattivo: così, se una persona ha commesso un reato che, dopo poco, viene depenalizzato, questa non può essere più punita in quanto l’ordinamento ha rivalutato la condotta ritenendola non più tanto grave. Immaginiamo che una persona stia per essere condannata a due anni di reclusione per un reato che una norma successiva al fatto ha reso punibile con una semplice multa. Sarebbe ingiusto mandare tale persona in carcere: in tal caso, dunque, la norma penale successiva, quella che dispone la minor pena, ha effetto retroattivo;
  • le norme penali sfavorevoli al reo non possono mai avere effetto retroattivo: questo perché ne verrebbe meno il principio di certezza della pena. Ciascun cittadino deve essere cosciente e consapevole delle conseguenze a cui va incontro ponendo in essere un determinato comportamento; per cui, se tale comportamento non è punito al momento in cui viene commesso, non potrebbe più esserlo in un momento successivo. L’articolo 25 della Costituzione stabilisce infatti che nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.

La sentenza ha effetto retroattivo?

Discorso completamente diverso vale invece per le sentenze della Cassazione o di qualsiasi altro giudice. Queste infatti contengono non già nuove norme ma l’interpretazione di disposizioni già esistenti. Le sentenze non fanno che affermare un principio già esistente nell’ordinamento, chiarendone la portata e i limiti. 

Dunque, se è vero che, in linea generale, la sentenza non aggiunge nulla di nuovo al diritto, è anche vero che essa deve avere valore retroattivo, dovendosi applicare a tutti i casi disciplinati dalla legge stessa a cui essa si riferisce.

L’efficacia retroattiva della sentenza deriva dal fatto che quel principio – per come chiarito dalla giurisprudenza – è sempre esistito ed è giusto dunque che venga applicato correttamente sin dalla sua nascita. 

Naturalmente, l’applicazione retroattiva di una sentenza trova un limite nel cosiddetto giudicato ossia in tutti quei casi già definiti con una precedente sentenza se questa è diventata definitiva, ossia non è più impugnabile. 

Marito e moglie divorziano. Il giudice assegna alla moglie un mantenimento. La sentenza non viene impugnata e diventa definitiva. Senonché, viene dopo pubblicata una sentenza della Cassazione secondo cui l’assegno di mantenimento non può più essere accordato alle donne con meno di cinquant’anni. In questo caso, il marito non può ricorrere di nuovo al giudice per ottenere la revisione della precedente pronuncia.

Invece, se la sentenza non è stata ancora emessa o se, benché emessa, è ancora impugnabile, c’è sempre spazio per l’applicazione del nuovo principio al caso precedente.

Altro limite dell’efficacia retroattiva della sentenza è costituito dalla prescrizione: un diritto, una volta prescritto, non può più essere fatto valere in giudizio.

Così, se un diritto di credito dovesse cadere in prescrizione, il relativo creditore non potrebbe ricorrere al giudice per ottenere tutela in forza di una nuova sentenza.



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