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Voluntary disclosure a rischio per clienti e professionisti

16 Gennaio 2015 | Autore:
Voluntary disclosure a rischio per clienti e professionisti

Con la circolare del 9 gennaio 2015 il Ministero dell’Economia e delle Finanze interviene a chiarire il rapporto fra le norme sulla collaborazione volontaria e le norme anti-riciclaggio.

Nella circolare dello scoro 9 gennaio, i tecnici del MEF precisano come deve essere applicata la normativa anti-riciclaggio [1] qualora si voglia eseguire la procedura di collaborazione volontaria [2].

La procedura di collaborazione volontaria riguarda il contrasto all’evasione fiscale e l’emersione ed il rientro di capitali detenuti illecitamente all’estero, nonché la sanatoria delle inadempienze agli obblighi dichiarativi fiscali, anche qualora non siano state violate le disposizioni del monitoraggio fiscale, cioé nel caso di detenzione di capitali costituiti illecitamente in patria.

Detta collaborazione volontaria deve essere prestata dal contribuente in modo effettivo e totale, solo in questo caso la norma prevede l’esclusione dalla applicabilità delle sanzioni penali previste o la riduzione delle stesse, qualora, attraverso le condotte omissive, si fossero concretizzati reati tributari [3].

La procedura della collaborazione volontaria prevede dunque l’analisi delle condotte omissive e la predisposizione di una istanza, corredata di tutta la documentazione necessaria, da depositare agli organi della Amministrazione Finanziaria competenti, secondo le modalità attuative ancora in corso di predisposizione.

Nello studio della posizione il contribuente deve affidarsi un professionista che possa essere di ausilio alla predisposizione tecnica dei documenti ed a relazionare sui fatti, così come il cliente, rispettivamente, li produce e li narra.

Tra l’altro nella norma è previsto un nuovo reato, configurabile qualora il contribuente possa eventualmente produrre documenti ed atti falsi o non veri (totalmente o parzialmente), oppure possa narrare fatti e riferire condotte non corrispondenti alla realtà [4].

In questo caso il professionista sarebbe salvaguardato da una dichiarazione che il cliente deve esibire sotto la propria responsabilità, nella quale egli attesta che i documenti e gli atti prodotti e le notizie ed i fatti narrati sono corrispondenti al vero e, presumibilmente, che non esiste ulteriore documentazione in relazione alle fattispecie oggetto di collaborazione.

Ora, oltre questo ostacolo già di per sé rilevante, le cui possibili conseguenze in capo al professionista incaricato non sono ancora del tutto chiarite, la circolare citata interviene ad introdurre una ulteriore rilevante problematica.

La circolare infatti afferma che in capo ai professionisti che vengono incaricati di predisporre l’istanza per la procedura rimangono immutati gli obblighi di collaborazione attiva e l’applicabilità delle sanzioni previsti dalla normativa anti-riciclaggio.

La Circolare precisa che restano pertanto obbligatori:

– la adeguata verifica della clientela, con identificazione del titolare effettivo e le eventuali misure rafforzate;

– la registrazione e la segnalazione di eventuali operazioni sospette.

Dunque il cliente, al momento della adeguata verifica e della identificazione, dovrà essere avvertito dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette in capo al professionista che lo identifica.

A questo punto, difficilmente il cliente potrà pertanto rappresentare la propria posizione con serenità, non avendo dettagliata e tecnica conoscenza delle specifiche condotte che possono configurare l’operazione sospetta ai fini del riciclaggio, tenuto conto che il professionista, pur di non rischiare di incappare nella denuncia penale per mancata segnalazione, sarà portato a segnalare qualsiasi tipo di operazione eventualmente riferita dal cliente, come sospetta.

Questo orientamento rischia di sommergere di segnalazioni di operazioni sospette l’Unità Informazioni Finanziarie, con un più che legittimo dubbio sulle capacità del sistema di assorbire le decine di migliaia di comunicazioni potenzialmente prevedibili secondo lo scopo della norma, nonché sul rischio che lo spostamento dell’attenzione dei verificatori, dai casi più rilevanti, a quelli che invece non rileverebbero ai fini previsti dalla normativa, sia controproducente.

Tuttavia non sembra che i tecnici del MEF abbiano correttamente analizzato il contenuto della norma anti-riciclaggio.

Quest’ultima infatti prevede [5] che l’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette non si applica ai professionisti indicati dalla norma per le informazioni che essi ricevono da un loro cliente o ottengono riguardo allo stesso, nel corso dell’esame della posizione giuridica del loro cliente o dell’espletamento dei compiti di difesa o di rappresentanza del medesimo in un procedimento giudiziario o in relazione a tale procedimento, compresa la consulenza sull’eventualità di intentare o evitare un procedimento, ove tali informazioni siano ricevute o ottenute prima, durante o dopo il procedimento stesso.

Poiché la norma sulla collaborazione volontaria non introduce alcuna variazione o integrazione suscettibili di modificare il contenuto della norma antiriciclaggio, non si comprende per quale motivo, o in base a quale norma di legge, il procedimento della voluntary dovrebbe essere escluso da quelli per i quali è già previsto l’esonero dall’obbligo della segnalazione delle operazioni sospette, fermo restando l’obbligo di adeguata verifica della clientela.


note

[1] D.Lgs. n. 231/2007

[2] L. n. 186/2014

[3] L. n. 186/2014 art. 1 co. 1 che introduce l’art.  5-quinquies co. 1 lett. a) nel DL 167/90

[4] L. n. 186/2014 art.  1 co. 1 che introduce l’art. 5-septies nel DL 167/90

[5] D.Lgs. n. 231/2007 art. 12 co. 2

Autore immagine: 123rf com


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