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Figli di coppie gay: verso la legge per riconoscerli

9 Marzo 2021 | Autore:
Figli di coppie gay: verso la legge per riconoscerli

La Corte Costituzionale suona la sveglia al Parlamento: l’inerzia del legislatore su questi temi non è più tollerabile. 

I diritti civili come una specie di «patata bollente». La sensazione è che la politica abbia quasi paura di affrontare alcuni temi, perché troppo «divisivi». A ricordare che certe questioni sono diventate indifferibili, però, c’è la Corte Costituzionale.

Ieri, la Consulta ha pubblicato le motivazioni di due sentenze emesse il 28 gennaio scorso. Riguardano i figli di coppie lesbiche e gay, che si sono rivolte ai giudici costituzionali per rivendicare il diritto a essere riconosciuti come genitori dei bambini avuti dai rispettivi partner, attraverso fecondazione eterologa e maternità surrogata.

La Corte Costituzionale, in realtà, ha dichiarato inammissibili entrambe le questioni, che riguardano ovviamente due diverse vicende. Però ha messo in evidenza come la situazione di vuoto giuridico, che produce un vuoto di diritti per i bimbi figli di coppie dello stesso sesso, non sia più sostenibile.

Il primo caso

Uno dei due procedimenti riguardava un’ex coppia lesbica. Grazie alla fecondazione eterologa, avevano avuto due bambine, biologicamente riconosciute solo come figlie di una delle due donne, colei che le ha partorite. La coppia, poi, ha rotto. E proprio il fatto che l’altra non sia stata riconosciuta come genitore delle bambine, ha permesso all’ex di farla sparire dalle loro vite.

Così, per rivendicare il suo diritto a figurare anche lei come madre delle bimbe, si è rivolta al tribunale di Padova che, a sua volta, ha trasmesso gli atti alla Consulta, non avendo «materiale» per decidere, dal momento che, giuridicamente, la questione non è stata mai risolta dal Parlamento.

In molti casi, i tribunali hanno rimediato a questo vulnus con la stepchild adoption, la possibilità, per il genitore non biologico, di adottare il figlio con l’assenso del genitore biologico. La stessa legge Cirinnà sulle unioni civili – la numero 76 del 20 maggio 2016 – si proponeva di riconoscere il legame di genitorialità con i figli nati con tecniche di procreazione medicalmente assistita, ma questo fu impedito da resistenze politiche.

La stepchild adoption

Nella sentenza riguardante l’ex coppia lesbica, i giudici costituzionali scrivono che la stepchild adoption non è sufficiente: serve un riconoscimento più forte, per fare in modo che i bambini delle coppie dello stesso sesso non subiscano discriminazioni e abbiano piena e pari tutela, rispetto ai figli di coppie etero, in termini «di cura, educazione, istruzione, mantenimento, successione e, più in generale, alla continuità e al conforto di abitudini condivise».

La Consulta ha bacchettato il Parlamento, sottolineando l’«inerzia del legislatore», cui spetta il compito di trovare il «ragionevole punto di equilibrio tra i diversi beni costituzionali coinvolti, nel rispetto della dignità della persona umana».

Anche perché, «i nati a seguito di procreazione medicalmente assistita eterologa praticata da due donne versano in una condizione deteriore rispetto a quella di tutti gli altri nati solo in ragione dell’orientamento sessuale delle persone che hanno posto in essere il progetto procreativo – ha messo nero su bianco la Consulta -. Essi, destinati a restare incardinati nel rapporto con un solo genitore, proprio perché non riconoscibili dall’altra persona che ha costruito il progetto procreativo, vedono gravemente compromessa la tutela dei loro preminenti interessi».

Il secondo caso

L’altro caso era quello di una coppia gay che ha avuto un bambino attraverso la maternità surrogata. Ovvero: nell’utero di una donna è stato impiantato un embrione formato con i gameti di una donatrici e quelli di un uomo della coppia. L’uomo ha sposato il suo compagno e, insieme, hanno condiviso un progetto genitoriale per il piccolo.

Ma mentre in Canada (dove, contrariamente all’Italia, questa forma di procreazione assistita è permessa e dove la coppia si è recata appositamente) il bambino è stato registrato come figlio di entrambi, in Italia no.

La Consulta ha evidenziato i rischi della maternità surrogata: il divieto punta a proteggere la dignità della donna e a evitarne lo sfruttamento. Ma ha comunque ribadito che questi bambini devono essere tutelati. Per far questo bisogna «ottenere un riconoscimento anche giuridico dei legami che nella realtà fattuale già li uniscono a entrambi i componenti della coppia».

L’unico modo per dare loro una famiglia e una stabilità è «una disciplina della materia organica» e «un procedimento di adozione effettivo e celere, che riconosca la pienezza del legame di filiazione tra adottante e adottato». Ma può farlo solo il Parlamento, con una legge.



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