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Prostituzione: quando scatta l’accertamento fiscale?

11 Marzo 2021 | Autore:
Prostituzione: quando scatta l’accertamento fiscale?

Attività di meretricio: è legale? Chi si prostituisce deve pagare le tasse? Cos’è e come funziona il redditometro?

Più volte, abbiamo spiegato perché la prostituzione non è reato. Il fatto di non commettere alcun crimine non significa, però, che la condotta sia pienamente lecita: chi guadagna dalla vendita di prestazioni sessuali può infatti incorrere nelle sanzioni del Fisco italiano, il quale sicuramente non gradisce che si guadagni in nero, cioè senza dichiarare le proprie entrate. Con questo articolo vedremo quando scatta l’accertamento fiscale per la prostituzione.

Sin da subito, possiamo anticipare che una recente sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito che è legittimo l’accertamento mediante redditometro sulle entrate non dichiarate della prostituta, nonostante la testimonianza del genitore che dichiara che le somme contestate sono state da lui donate alla figlia. In pratica, anche chi si prostituisce può essere condannato per evasione fiscale. Se l’argomento ti incuriosisce e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme quando scatta l’accertamento fiscale per chi si prostituisce.

Prostituzione: è reato?

In linea di massima, in Italia la prostituzione è legale. Ciò significa che se una persona decide di concedere una prestazione sessuale dietro pagamento non commette alcun illecito.

Perché la prostituzione sia legale, però, occorre che tale scelta sia completamente libera: chi si prostituisce deve cioè aver assunto questa determinazione in assoluta autonomia, senza pressioni esterne. E, infatti, se qualcuno inducesse un’altra persona a prostituirsi, ad esempio per condividerne il profitto, allora scatterebbe il reato.

Dunque, chi si prostituisce non commette alcun crimine; coloro che invece traggono profitto dalla prostituzione di un’altra persona rischiano di incorrere in un grave reato.

Commette infine il reato di prostituzione minorile colui che paga un minorenne per prostituirsi.

Redditometro: cos’è e come funziona?

L’amministrazione finanziaria italiana ha diverse frecce al proprio arco per poter stanare le entrate sospette, i depositi bancari troppo “gonfi” e le movimentazioni di denaro che non quadrano.

Il Fisco italiano, per verificare la reale consistenza patrimoniale dei cittadini, si avvale, tra gli altri strumenti, anche del cosiddetto redditometro. Cos’è e come funziona? Con il redditometro, il Fisco determina il reddito presunto del contribuente, in base alle spese da questi effettuate nell’anno di imposta.

In pratica, il redditometro consente all’Agenzia delle Entrate di verificare la compatibilità del reddito del contribuente con le spese da questi sostenute. L’accertamento scatta però soltanto nel caso in cui la differenza fra il reddito dichiarato e quello accertato sia superiore al 20%.

Il redditometro, dunque, non ficca il naso direttamente nel conto corrente del contribuente, in quanto mira a ricostruire il reddito individuale della persona fisica tenendo conto della spesa media sostenuta dal nucleo familiare cui il contribuente appartiene (con esclusione delle spese sostenute nell’esercizio dell’attività di impresa o nell’esercizio di arti e professioni).

Rimane sempre salva la possibilità, da parte del contribuente, di dimostrare, in sede di contraddittorio con l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, l’inesistenza o la diversa qualificazione degli elementi considerati.

Dunque, il contribuente finito nelle grinfie dell’Agenzia delle Entrate potrà dimostrare che parte delle spese non è riconducibile al suo reddito, in quanto sostenuta, del tutto o in parte, da un’altra persona, ad esempio il coniuge o un altro parente, evidentemente titolare di un reddito proprio.

Chi si prostituisce deve pagare le tasse?

Uno dei rischi che potrebbe correre chi si prostituisce è quello di incorrere in evasione fiscale. In altre parole, chi vende il proprio corpo è tenuto a pagare le tasse?

Sul punto, non c’è unanimità di vedute: secondo parte della giurisprudenza [1], l’attività di prostituzione, pur essendo un’attività discutibile sul piano morale, non può essere certamente ritenuta illecita e, pertanto, i redditi da essa derivanti sono assoggettabili non solo ai fini Irpef, ma anche Irap e Iva. Per approfondire l’argomento, è consigliabile la lettura dell’articolo “Prostituzione: quali tasse si pagano?“.

Secondo un altro orientamento [2], invece, il guadagno conseguito da chi si prostituisce non può considerarsi reddito derivante da lavoro autonomo o dipendente; piuttosto, è una forma di risarcimento del danno sui generis a causa della lesione della integrità della dignità di chi subisce l’affronto della vendita di sé.

In definitiva, non è ancora ben chiaro se chi si prostituisce rischia di evadere il Fisco non dichiarando i propri guadagni oppure no.

A tal proposito, è giunta da ultimo un’interessante decisione della Corte di Cassazione che sembra delineare una vera e propria responsabilità per chi si prostituisce e non dichiara i propri redditi. Vediamo di cosa si tratta.

Prostituzione: c’è accertamento fiscale?

Secondo una recente pronuncia della Corte di Cassazione [3], è legittimo l’accertamento con redditometro fatto a una prostituta su redditi sospetti, nonostante le dichiarazioni del padre sulle elargizioni di denaro.

Nella fattispecie, la donna aveva prodotto nel giudizio tributario una dichiarazione scritta resa dal padre, il quale asseriva che le somme oggetto di accertamento erano state da lui donate alla figlia e, pertanto, non rappresentavano un reddito da lavoro.

Questa dichiarazione, tuttavia, non è stata ritenuta attendibile. Secondo la Suprema Corte, occorre tenere conto che il valore probatorio delle dichiarazioni scritte rese dal contribuente non è in alcun modo assimilabile a quello della prova testimoniale pura.

Nel caso di omessa dichiarazione, sussiste il potere-dovere dell’amministrazione di determinare il reddito complessivo del contribuente sulla base dei dati e delle notizie raccolti o venuti a sua conoscenza. A tal fine, il Fisco può utilizzare qualsiasi elemento probatorio e può fare ricorso al metodo induttivo, avvalendosi anche di presunzioni le quali determinano un’inversione dell’onere della prova, ponendo a carico del contribuente la deduzione di elementi contrari intesi a dimostrare che il reddito non è stato prodotto o è stato prodotto in misura inferiore a quella indicata dall’ufficio.

Insomma: scatta l’accertamento fiscale a carico della prostituta che non giustifica adeguatamente i redditi non dichiarati.


note

[1] Cass., sent. n. 10578/2011; Cass., sent. n. 20528/2010.

[2] Cass. sent. n. 19078/2005; Cass., sent. n. 15984/2002; Cass., sent. n. 13180/2000.

[3] Cass., ord. n. 6405 del 9 marzo 2021.

Autore immagine: canva.com/


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6 Commenti

  1. Ricordo anche la Sentenza della Corte Costituzionale n. 141/2019, considerato in diritto punto 4.3 secondo capoverso, la quale ha dichiarato tassabile il meretricio.
    Difatti, esiste principalmente l’articolo 36 comma 34bis della Legge 24/2006 (posteriore alle Sentenze della Cassazione del 2005 e precedenti), secondo la quale anche la prostituzione è considerata tassata.

  2. Le prostitute dovrebbero dichiarare i loro guadagni. Quanti soldi si beccano le escort o quelle ragazze che vanno nei festini? riescono a guadagnare migliaia di euro e mettono tutto sotto il materasso…

  3. Ok che la prostituzione è legale in Italia, mentre lo sfruttamento della prostituzione no. Ma sfido io di andare a trovare una prostituta senza un protettore alla spalle che le trovi i clienti

  4. Sono tante le donne che sono costrette a prostituirsi e quel poco che riescono a guadagnare magari lo mettono da parte per cercare di costruirsi un futuro e liberarsi da questo incubo. Mica sono tutte Pretty woman con il principe innamorato che ti porta via dalla vita da schifo che fai e che ti fa vivere il sogno d’amore con una vita agiata

  5. Se essere sex worker significa vendere il proprio corpo com’è possibile che il corpo resta con il/ la sex worker stesso/a? Cascano le braccia a leggere certe maniere di esprimersi ancora oggi nel XXI secolo soprattutto da chi si erge ad esperto. Anche la frase “chi si prostituisce” andrebbe cambiata a favore di “chi esercita questa attività”. I termini sono importanti.

  6. Desiderare che la prostituta paghi le tasse è atteggiamento d’ odio e misoginia nei confronti di una persona che cerca di sopravvivere tramite lo sfruttamento del corpo. La mia opinione è che giudici, legislatori, attivisti, semplici cittadini dovrebbero attivarsi per promuovere parità e rispetto tra tutti i cittadini senza concedere alcuna lesione della dignità della persona quale è la prostituzione. La Corte Costituzionale si è già espressa in questo senso molto chiaramente con espliciti riferimenti all’ articolo 3 della Costituzione Italiana.

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