Diritto e Fisco | Articoli

Chi paga la retta delle case famiglia?

18 Luglio 2021 | Autore:
Chi paga la retta delle case famiglia?

Le strutture che accolgono minori in difficoltà ricevono un contributo da parte dei singoli Comuni.

In Italia, esistono delle strutture, denominate case famiglia, destinate all’accoglienza di soggetti che si trovano in situazioni di difficoltà. Si tratta di comunità residenziali di tipo familiare, con finalità puramente sociali, nelle quali operano dei professionisti specializzati, che coordinano la vita quotidiana e l’attività delle persone ivi ospitate.

Nelle case famiglia, possono essere accolti ad esempio bambini ed adolescenti, disabili, rifugiati, migranti, persone anziane sole, ragazze madri. In genere, della gestione delle case famiglia si occupano cooperative sociali ed associazioni di volontariato o di professionisti – come educatori, psicologi, mediatori culturali -, congregazioni religiose, istituzioni. Il tariffario delle case famiglia è rimesso all’iniziativa privata, quindi, i gestori godono di un’autonomia abbastanza ampia nello stabilire i prezzi dei servizi offerti. Per quanto riguarda, invece, le case famiglia che ospitano minori, le stesse ricevono mensilmente un contributo per ciascun bambino ospitato.

In questa ipotesi, chi paga la retta delle case famiglia? Il contributo viene erogato dai Comuni nei cui territori sono ubicate le strutture [1] e la retta viene pagata fino a quando i minori sono ospitati nelle stesse. In alcuni casi, si può trattare di periodi piuttosto lunghi. Basti pensare che alcuni bambini rimangono nelle case famiglia fino alla maggiore età e, a volte, anche di più, cioè fino ai 21 anni.

Come si aprono le case famiglia

Di norma, le case famiglia si fondano su coppie di coniugi, su persone singole oppure su coppie di partner, che manifestano la disponibilità ad ospitare nella propria abitazione fino a 6 persone. Per questo, sono denominate case famiglia, in quanto vengono create all’interno di civili abitazioni dove vivono già famiglie, disposte ad accogliere altre persone.

Per l’apertura delle case famiglia è richiesta un’autorizzazione comunale. Non sono obbligate ad ottenere la preventiva autorizzazione le case famiglia che:

  • ospitano fino a 6 ospiti, purché non si effettuino attività sanitarie. Le attività sanitarie possono provenire dall’esterno ad esempio attraverso i servizi domiciliari territoriali dell’Asl di appartenenza o i servizi infermieristici privati territoriali;
  • finalizzate alla semplice abitazione, alla frequenza scolastica, all’inserimento lavorativo, ai soggiorni di vacanza;
  • non svolgono attività socio-assistenziali.

I gestori delle case famiglie devono comunicare l’inizio attività tramite la relativa denuncia, all’assessorato per le politiche sociali del Comune di riferimento, entro 60 giorni dall’avvio dell’attività. In tali casi, vale il principio del silenzio-assenso, ovvero in assenza di controllo, le strutture si intendono “temporaneamente autorizzate”.

Inoltre, i gestori devono:

  • aprire la partita Iva presso l’Agenzia della Entrate;
  • iscrivere l’attività presso il Registro delle Imprese tenuto dalle Camere di Commercio e iscriversi all’Inps e all’Inail per i relativi contributi, tramite un modello denominato ComUnica, che serve ad aprire tutte le posizioni in una sola volta e con una sola comunicazione.

Come si distinguono le case famiglia

In base ai soggetti ospitati, è possibile distinguere varie tipologie di case famiglia come, ad esempio, quelle che accolgono:

  • bambini, che sono stati allontanati dalla propria famiglia di origine;
  • anziani, con scopi soprattutto ricreativi;
  • ragazze madri, le quali vengono ospitate insieme ai propri bambini;
  • immigrati, ai quali viene fornita assistenza al fine del loro inserimento sociale oltre che nella ricerca di una casa o di un lavoro.

Quali sono i requisiti delle case famiglia

Le case famiglia devono possedere determinati requisiti.

In particolare, non devono presentare barriere architettoniche e devono:

  1. essere ben collegate con il resto della città dai mezzi pubblici;
  2. mettere a disposizione degli ospiti un telefono;
  3. avere almeno un bagno per disabili;
  4. avere una cucina funzionale, del tutto simile a quelle delle abitazioni civili;
  5. avere camere singole di almeno 9 metri quadri e camere doppie di almeno 14 metri quadri;
  6. garantire ambienti comuni di almeno 20 metri quadri;
  7. altresì, possono avere spazi esterni attrezzati per le attività.

Gli edifici nei quali si trovano ubicate le case famiglia devono essere a uso residenziale e devono rispettare le normative sugli impianti e sulla sicurezza dei luoghi di lavoro [3], trattandosi non solo di abitazioni residenziali ma anche di posti di lavoro.

Case famiglia per minori: da cosa sono caratterizzate

Le case famiglia che si occupano dell’accoglienza di minori “per interventi socio-assistenziali ed educativi integrativi o sostitutivi della famiglia” [4], rappresentano un’alternativa agli orfanotrofi, presentando delle caratteristiche che le rendono piuttosto somiglianti alle famiglie.

Più precisamente, tali caratteristiche consistono nella presenza:

  1. di figure parentali con funzioni genitoriali, che risiedono abitualmente nelle strutture;
  2. di un numero ridotto delle persone accolte, così da garantire rapporti interpersonali simili a quelli di una famiglia;
  3. di elementi architettonici propri di una comune abitazione familiare.

Inoltre, le case famiglia devono essere radicate nel territorio dove si trovano, cioè, devono usufruire dei servizi locali (negozi, luoghi di svago, istruzione) e partecipare alla vita sociale della zona.

Per le comunità che accolgono minori, gli specifici requisiti organizzativi, adeguati alle necessità educativo-assistenziali dei bambini e degli adolescenti, sono fissati dalle Regioni.

Le Regioni possono anche stabilire accorpamenti tra più comunità, per cui vi sono strutture la cui capienza totale supera anche i 100 minori accolti.

Chi paga le rette delle case famiglie per minori

Le rette delle case famiglie per minori vengono pagate dai singoli Comuni con cadenza mensile. Per ogni minore ospitato, il contributo equo dovrebbe essere tra i 100 euro e i 120 euro al giorno. In realtà, le case famiglie percepiscono tra i 60 euro e gli 80 euro al giorno, quindi, circa 1.800/2.400 euro al mese.

Ogni Comune stabilisce il contributo con apposite delibere. Nella determinazione delle rette, l’ente dovrebbe tenere conto di alcuni elementi essenziali quali il costo del lavoro del personale e della gestione delle case famiglie, i percorsi formativi individuali di ogni minore, le vacanze, ecc. Peraltro, molti Comuni accumulano un notevole ritardo nell’erogazione dei contributi, arrivando a non pagare per oltre 36 mesi.


note

[1] L. n. 46/1990

[2] L. n. 149/2001.

[3] L. n. 626/2006 e L. n. 81/2008.

[4] Decreto sui requisiti delle strutture assistenziali diurne e residenziali n. 136/2001.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube