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Allarme pollini: possono aumentare i casi di Covid

10 Marzo 2021
Allarme pollini: possono aumentare i casi di Covid

Secondo uno studio di ricercatori dell’Università di Monaco, nella stagione delle allergie, è possibile un incremento delle infezioni da Sars-CoV2.

L’aumentata concentrazione di polline dell’aria, a primavera, può influire sulla pandemia di Coronavirus? Secondo una ricerca, la risposta è sì. È stato un gruppo di studiosi dell’Università di Monaco, in Germania, ad arrivare a questa conclusione. A coordinare il team, Stefanie Gilles, responsabile del settore di ricerca in Immunologia ambientale.

Per la prima volta al mondo, ci si è chiesti se il polline, nella sua qualità di fattore ambientale, possa avere un qualche ascendente sull’andamento della pandemia. Nei risultati dello studio, pubblicato sulla rivista Pnas, si legge che questa influenza esiste nella misura in cui il polline indebolisce le difese immunitarie, rendendo le persone più esposte ai virus. Sars-CoV2 compreso.

Cosa succede praticamente? Le difese dai virus si attivano non appena le cellule infette penetrano nell’organismo, inviando proteine in funzione di campanelli d’allarme, chiamate interferoni. Inalare i pollini, presenti in maggior concentrazione nell’aria a primavera, può comportare una minore attivazione degli interferoni e, quindi, un sistema immunitario meno pronto al contrattacco.

La constatazione degli scienziati è sorretta da calcoli ed esperimenti pratici. Il team di ricercatori ha passato al setaccio i dati sulle condizioni meteo, le concentrazioni di polline e i contagi giornalieri da Coronavirus in 31 Stati del mondo. Si è prestata particolare attenzione al crescere delle infezioni proporzionalmente all’aumento delle concentrazioni di polline.

Come riporta un articolo pubblicato oggi sul quotidiano online Wired, lo studio ha dimostrato come il polline «può rappresentare, in media, il 44% della variabilità dei tassi di nuove infezioni, spesso insieme ad altri fattori ambientali, come l’umidità e la temperatura».

Gli studiosi si sono accorti che i casi di Covid-19 aumentavano in media circa quattro giorni dopo un documentato incremento delle concentrazioni di polline nell’aria. Si calcola che, per ogni aumento di 100 grani di polline al metro cubo d’aria, le infezioni siano cresciute del 4% circa, questo in assenza di restrizioni.

Invece, in quei Paesi in cui era aumentata la concentrazione di polline, ma diminuiti gli spostamenti delle persone, per effetto di lockdown o misure restrittive, l’incremento dei casi è stato pari al 2%. Dunque, c’è stato comunque un aumento, ma dimezzato laddove i divieti erano rimasti in vigore. Il che potrebbe suggerire una manovra di contrasto: uscire di casa il meno possibile nei giorni di maggior concentrazione di polline nell’aria.

Il tasso di nuove infezioni, in alcuni casi, è salito vertiginosamente, sempre a causa di questo fattore ambientale. Ad esempio, in alcune città tedesche è stato notato un aumento pari al 20% in presenza di concentrazioni fino a 500 granuli di polline per metro cubo al giorno.

Secondo Athanasios Damialis, co-autore dello studio, questo dimostra che «quando si studia la diffusione del Coronavirus, bisogna tenere conto di fattori ambientali come il polline» e che «una maggiore consapevolezza di questi effetti è un passo importante per prevenire e mitigare l’impatto del Covid-19».

Il polline ha l’effetto di abbassare le difese immunitarie non solo dei soggetti allergici, ma anche in coloro che non hanno di questi problemi. Ecco perché è minaccioso: perché rende più indifesi nei confronti del Covid e anche di altri virus come, banalmente, quello del raffreddore.



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