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Come tutelarsi dai debiti del padre defunto?

11 Marzo 2021
Come tutelarsi dai debiti del padre defunto?

Problemi di eredità: come non farsi sopraffare dai debiti dei genitori. La rinuncia, l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, la prescrizione e lo sgravio delle cartelle. 

Chi si appresta ad accettare l’eredità di un genitore dovrebbe prima verificare se questi ha lasciato debiti: l’accettazione dell’eredità è infatti un atto irrevocabile e da questa deriva la responsabilità patrimoniale, in capo all’erede, per tutte le obbligazioni non adempiute dal defunto. Il che significa che tutti i debiti di quest’ultimo ricadono sugli eredi, con esclusione solo delle sanzioni amministrative o penali. Ed allora è naturale chiedersi come tutelarsi dai debiti del padre defunto? 

In verità, come avremo modo di vedere a breve, tutte le soluzioni previste dalla legge possono essere adottate non prima del decesso del familiare. Salvo infatti i casi di soggetto incapace di gestire il proprio patrimonio – per il quale può essere chiesta l’amministrazione di sostegno o, nei casi più gravi, l’interdizione o l’inabilitazione – non si può impedire a una persona, per quanto anziana, di disporre del proprio patrimonio e, quindi, di contrarre debiti. E ciò anche se verosimilmente tali debiti passeranno ai figli.

Ma procediamo con ordine e proviamo a dare qualche suggerimento pratico su come tutelarsi dai debiti del padre defunto. 

La rinuncia all’eredità

Chi non vuol rischiare di ereditare i debiti, ritenendo che questi siano superiori al patrimonio lasciato dal padre, non ha altra strada che la rinuncia all’eredità. In questo modo, il figlio non dovrà rispondere delle obbligazioni del defunto, non risponderà di eventuali arretrati con le banche, delle bollette non pagate, delle imposte non versate allo Stato. 

Peraltro, la rinuncia all’eredità non pregiudica la possibilità di ricevere comunque la pensione di reversibilità del padre defunto. Questa, infatti, spetta anche agli eredi rinunciatari.

Si tenga infine conto che, a differenza di quanto avviene con l’accettazione dell’eredità, la rinuncia all’eredità può sempre essere oggetto di successiva revoca: se infatti non sono ancora decorsi dieci anni dal decesso, l’erede che ha rinunciato può ripensarci ed esprimere accettazione, partecipando alla divisione del residuo patrimonio del defunto.

L’accettazione dell’eredità in ritardo

Chi vuol “vederci chiaro” e attendere di poter meglio definire l’entità dei debiti lasciati dal defunto può sempre aspettare. Se è vero infatti che per la dichiarazione di successione c’è solo un anno di tempo, l’accettazione dell’eredità può avvenire nei 10 anni successivi al decesso. 

Si ricorda, a riguardo, che la dichiarazione di successione è un mero adempimento fiscale, da farsi obbligatoriamente entro un anno dinanzi all’Agenzia delle Entrate: essa pertanto non implica alcuna accettazione dell’eredità ma serve solo a liquidare le imposte di successione. Invece, è solo con l’accettazione dell’eredità che si acquista la qualifica vera e propria di erede.

Nell’arco dei primi anni dalla morte del defunto, è verosimile che i creditori si facciano vivi, pretendendo i pagamenti da parte dei figli e degli altri familiari. Ebbene, in assenza di accettazione dell’eredità, non bisogna pagare nulla. In questo frangente, i figli potranno farsi un’idea dei debiti che li attendono e decidere se accettare o meno l’eredità. Il fatto di ricevere le raccomandate per conto del defunto non implica un’accettazione dell’eredità, fermo restando che chi non ha accettato l’eredità potrebbe anche rifiutare di firmare la posta che non è indirizzata a lui direttamente. 

Invece, qualora nessun creditore dovesse richiedere il pagamento, l’eventuale credito potrebbe cadere in prescrizione. Ecco perché il decorso del tempo gioca a favore degli eredi: più trascorrono gli anni, più è probabile che il credito sia prescritto. 

L’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario 

Chi non vuole rinunciare all’eredità ma nello stesso non vuol rischiare di ritrovarsi soffocato dai debiti può optare per l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario. In questo modo, l’erede risponde dei debiti del defunto solo nei limiti del valore dell’eredità che ha ricevuto. In più, il creditore non può pignorargli i beni personali ma solo quelli ricevuti con l’eredità. 

Quindi, ad esempio, se una persona – erede unico – riceve in eredità una casa del valore di 200 mila euro ma nell’eredità sono presenti debiti del valore di 400 mila euro, il suo obbligo di soddisfare i creditori è limitato a 200 mila euro e, se anche non dovesse adempiere, i creditori potranno pignorargli solo l’immobile ricevuto in eredità. 

Sgravare cartelle e richieste di pagamento per il defunto

Gli eredi, anche dopo l’accettazione dell’eredità, non devono pagare le multe stradali del defunto: queste infatti non si trasferiscono in successione. Non devono pagare neanche le sanzioni amministrative come ad esempio quelle conseguenti all’emissione di assegni a vuoto, e le sanzioni penali conseguenti alla commissione di reati.

Semmai, l’Agente per la Riscossione Esattoriale dovesse richiedere tali importi agli eredi, questi hanno il diritto di chiedere lo sgravio della cartella.

Altra possibilità di difendersi dai debiti del defunto è, come anticipato, verificare quali di questi sono caduti in prescrizione.

Si tenga conto che, nella peggiore delle ipotesi, la prescrizione non può mai superare i 10 anni. In generale, la prescrizione relativa ai crediti contrattuali è di 10 anni. Invece, tutti i pagamenti che devono farsi annualmente o mensilmente si prescrivono in 5 anni. Si prescrivono in 5 anni anche i debiti da risarcimento del danno.

Quanto alle imposte o alle cartelle esattoriali, la prescrizione è di 10 anni per le tasse dovute allo Stato, mentre è di 5 anni per quelle dovute agli enti locali (Regioni, Province, Comune), all’Inps o all’Inail.

Tutelarsi in anticipo dai debiti del padre defunto

Come anticipato, non c’è modo di evitare di ereditare i debiti del genitore se non dopo la morte di questi, tramite gli strumenti che abbiamo appena elencato. Chi tuttavia ritiene che il proprio padre stia dilapidando il proprio patrimonio perché ha perso i numi della ragione potrebbe chiederne l’interdizione o l’inabilitazione al giudice, ma dimostrando la grave infermità di mente. Per le infermità meno gravi c’è invece l’amministrazione di sostegno. 

Fuori da qualsiasi patologia mentale, non c’è modo di impedire al padre di spendere e di sperperare il proprio patrimonio. 

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