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I diritti degli atei

19 Luglio 2021 | Autore:
I diritti degli atei

Cosa dicono le normative italiane e internazionali su chi non appartiene ad alcuna confessione religiosa? Può promuovere il suo pensiero?

«Le persone che vanno in chiesa, stanno lì tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri e parlando male della gente sono uno scandalo: meglio vivere come un ateo anziché dare una contro-testimonianza dell’essere cristiani». Potrebbe essere un pensiero come tanti se non fosse stato condiviso durante un’udienza generale in Vaticano da Papa Francesco in persona. «Meglio atei che finti cristiani», dice Bergoglio per esortare i fedeli a non adagiarsi nella vita facile dell’apparenza, a non «tessere delle preghiere senza Dio». Insomma, bisogna che ciascuno porti avanti le proprie idee con convinzione. Chi professa una religione, ha la facoltà di farlo grazie alla legge che concede libertà di culto.

Ma chi non crede può fare altrettanto? Quali sono i diritti degli atei? Non sono scritti da nessuna parte, non c’è un documento specifico che elenchi i «diritti degli atei», ma sono implicitamente riconosciuti dalla Costituzione e dalla normativa europea e, più esplicitamente, citati dalla Cassazione. Si parte dal presupposto che in uno Stato laico come l’Italia, per quanto sia geograficamente vicina al Vaticano, non si può imporre una religione ai cittadini e, pertanto, vigono il principio di uguaglianza e il divieto di discriminazione. Vediamo.

Diritti degli atei: la laicità dello Stato

Come segnalato poco fa, sebbene la Costituzione non lo dica esplicitamente, l’Italia è un Paese laico e aconfessionale. Significa che non esiste una religione di Stato, come succede altrove (l’anglicana Gran Bretagna, la luterana Danimarca, l’evangelica-luterana Svezia, l’islamico Egitto, ecc.). Così come non esiste un ateismo di Stato, adottato per legge soltanto in Albania e fino al 1967.

Va precisato che lo Stato aconfessionale non deve essere identificato come uno Stato anticlericale: viene, comunque, garantita la libertà di professare una religione o di non professarla affatto. Altro discorso è che le autorità facciano il possibile affinché sia lo Stato stesso l’unica religione (vedi, ad esempio, la Cina).

Per quanto ci riguarda, la nostra Costituzione si limita a dire, all’articolo 7, che «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani» e che i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Non c’è in questo articolo alcun riferimento ad altre confessioni, ma lo si trova nell’articolo successivo dove si legge: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze».

Ci sarebbe da aggiungere quanto disposto all’articolo 19 della Carta, ovvero che «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume» (leggi anche Il principio di laicità e gli articoli 7-8 Costituzione).

Diritti degli atei nella Costituzione

Non c’è un articolo specifico nella Costituzione che riconosca i diritti degli atei come tali, ma la Corte di Cassazione ha richiamato in proposito proprio quest’ultimo passaggio che abbiamo citato poco fa, vale a dire l’articolo 19 della Carta.

Secondo la Suprema Corte, infatti, «il loro diritto a professare un credo che si traduce nel rifiuto di una qualsiasi confessione religiosa – il cosiddetto pensiero religioso “negativo” – espressione della libertà di coscienza sancita dall’articolo 19 della Costituzione, è tutelato a livello nazionale e internazionale, al pari e nella stessa misura del credo religioso “positivo”, che si sostanzia invece nell’adesione ad una determinata confessione religiosa».

In altre parole, quello che la Cassazione sancisce è il principio di uguaglianza tra chi professa il credo in una religione e chi professa il credo nell’assenza di una religione.

Se ne deduce che così come un cittadino che appartiene ad una confessione religiosa è libero di professare liberamente la propria fede e di farne propaganda, anche un ateo ha altrettanta libertà di non professarla o di sostenere «un credo ateo o agnostico», aggiunge la Cassazione, nonché di fare propaganda del proprio pensiero. In entrambi i casi, ricorda la Costituzione, «purché non si tratti di riti contrari al buon costume».

Diritti degli atei nella normativa europea

La citata ordinanza della Cassazione [1] trattava il caso di un ricorso presentato dall’Unione atei e agnostici razionalisti in un giudizio civile avviato contro il Comune di Verona, colpevole di avere impedito all’Uaar di affiggere dei manifesti con la parola Dio che riportava la lettera D barrata con una crocetta, e la dicitura «10 milioni di italiani vivono bene senza D».

Nel ricordare il principio di laicità dello Stato, la Suprema Corte ha anche richiamato la direttiva europea sulle pari opportunità [2], che contiene il principio di parità di trattamento, il quale impone «che venga assicurata una forma di uguaglianza tra tutte le forme di religiosità, in esse compreso il credo ateo o agnostico». La violazione di questo principio, chiariscono gli Ermellini, «integra la discriminazione vietata, che si verifica quando, nella comparazione tra due o più soggetti, non necessariamente nello stesso contesto temporale, uno di essi è stato, è, o sarebbe avvantaggiato rispetto all’altro, sia per effetto di una condotta posta in essere direttamente dall’autorità o da privati, sia in conseguenza di un comportamento, in apparenza neutro, ma che abbia comunque una ricaduta negativa per i seguaci della religione discriminata».

Tuttavia, conclude la Cassazione, la libertà di coscienza e di professare il proprio credo «non deve tradursi nel vilipendio della fede da altrui professata», in «un’aggressione o in una denigrazione della diversa fede o in una denigrazione della diversa fede da altri professata».


note

[1] Cass. ordinanza n. 7893/2020 del 17.04.2020.

[2] Direttiva Ue n. 78/2000.


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