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Così si può ringiovanire il cervello

10 Marzo 2021
Così si può ringiovanire il cervello

Uno studio ha individuato l’origine dell’invecchiamento cerebrale, dunque, dov’è che bisogna agire per contrastare danni alla memoria e all’apprendimento.

Un cervello sempre vigile e scattante è il sogno di tutti ma, purtroppo, insieme al fisico invecchiano anche le capacità cerebrali, come la memorizzazione e l’apprendimento.

Non sarà forse l’elisir per la giovinezza del cervello lo studio appena pubblicato da un team internazionale di scienziati, ma certamente rappresenta un enorme passo avanti nel capire come ritardare il più possibile l’invecchiamento cerebrale.

I ricercatori, infatti, ne hanno individuata la causa. Al lavoro hanno partecipato studiosi italiani dell’Università Statale di Milano e dell’ateneo di Padova, insieme ai colleghi di Dusseldorf (Germania) e Portsmouth (Gran Bretagna). Questi ultimi, in particolare nella persona di Arthur Butt, hanno coordinato il progetto.

Secondo i risultati dello studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica Aging Cell, il segreto della giovinezza del cervello è nella mielina. Si tratta di una sostanza isolante che avvolge porzioni di neuroni. È una specie di guaina, costituita per lo più da proteine e lipidi. La sua principale funzione è quella di garantire la corretta conduzione degli impulsi nervosi, in modo che ne sia amplificata la velocità di trasmissione.

Parte dell’efficienza dei neuroni, insomma, nella loro capacità di veicolare gli stimoli che ricevono, dipende dalla mielina. Quindi, in cosa si differenzia un cervello di una persona anziana da quello di un giovane? Dalla presenza di mielina e dalla quantità delle cellule che la producono. Queste cellule sono chiamate oligodendrociti.

«Ciò che questa ricerca mette chiaramente in evidenza è che, nell’anziano, la funzionalità dei neuroni viene alterata a causa di una drastica diminuzione nel numero di oligodendrociti», ha spiegato all’agenzia di stampa Adnkronos Maria Pia Abbracchio, che lavora al Dipartimento di Scienze farmaceutiche della Statale di Milano ed è coautrice dello studio.

«Gli oligodendrociti – continua Abbracchio – sono le cellule specializzate nella produzione di mielina, la sostanza che riveste i prolungamenti nervosi permettendo la trasmissione degli impulsi elettrici e la comunicazione fra le varie parti del cervello e il mondo esterno. La riduzione degli oligodendrociti compromette la capacità di rimielinizzare le zone del cervello dove si verificano danni alla mielina, condizione comune a molte malattie neurodegenerative, in primis la sclerosi multipla».

Ecco perché agire sui meccanismi di produzione della mielina della può aiutare a contrastare l’invecchiamento cerebrale. Ma per capire come mai gli oligodendrociti producono meno mielina bisogna ripercorrere all’indietro le tappe dell’intero processo, per risalire ai progenitori di queste cellule: sono chiamati opc, (oligodendrocyte precursor cells o oligodendrociti precursori), cellule simil-staminali del cervello.

Riepilogando: la mielina diminuisce a causa degli oligodendrociti che, a loro volta, ne riducono la produzione perché vanno perdute alcune di queste cellule staminali cerebrali chiamate opc. Che sono anche quelle che, in caso di danni al cervello, corrono immediatamente ai ripari.

«Ringiovanire» gli opc, agendo su di loro, potrebbe quindi essere la chiave di volta di nuove ricerche e strategie per conservare un cervello agile e scattante, proprio come tutti lo vorremmo. Non solo. Gli studiosi suggeriscono che questo approccio potrebbe anche «migliorare il decorso e favorire la rimielinizzazione nelle malattie neurodegenerative quali sclerosi multipla, ictus cerebrale e Alzheimer», nel tentativo di alleviare l’impatto di queste patologie sulla quotidianità dei pazienti.



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