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Quando il trasferimento è illegittimo?

19 Luglio 2021
Quando il trasferimento è illegittimo?

La sede di lavoro del dipendente può essere modificata solo se sussistono ragioni obiettive dimostrabili dal datore di lavoro.

Lavori da due anni per un’azienda che ha la propria sede a due passi dalla tua abitazione. Hai scelto questo lavoro proprio per restare vicino alla tua famiglia. La società, tuttavia, ti ha comunicato il trasferimento in un luogo di lavoro lontano oltre 200 chilometri. Ti chiedi cosa puoi fare per tutelare la tua posizione.

La sede di lavoro è un elemento essenziale del rapporto di lavoro che, tuttavia, al ricorrere di determinati presupposti, può essere modificato dal datore di lavoro. Ma quando il trasferimento è illegittimo? Il lavoratore è tutelato dalla legge contro trasferimenti arbitrari e immotivati e, in questi casi, può agire in giudizio ed ottenere il ripristino della propria sede di lavoro originaria. Ma andiamo per ordine.

Chi decide il luogo di lavoro?

La sede di lavoro, ossia il luogo in cui il lavoratore deve svolgere la prestazione di lavoro prevista dal contratto di assunzione, è un elemento essenziale del contratto di lavoro che viene negoziato, discusso e firmato sia dal lavoratore che dal datore di lavoro. Ne deriva che la sede originaria di lavoro è decisa da entrambe le parti del rapporto.

Spesso, in verità, il luogo di svolgimento della prestazione di lavoro è uno degli elementi fondamentali che incide sulla decisione del dipendente di accettare una determinata proposta di lavoro poiché questo aspetto incide innegabilmente sull’organizzazione della propria vita personale e familiare.

Luogo di lavoro: può essere modificato?

Nel corso dell’esecuzione del rapporto lavorativo, la sede di lavoro può essere modificata. Innanzitutto, le parti possono, consensualmente, rinnovare il contratto di lavoro originario e prevedere una diversa sede di lavoro. In questo caso, trattandosi di un accordo consensuale, non ci sono particolari ragioni che devono essere sottese alla modifica.

In alcuni casi, poi, il datore di lavoro richiede al dipendente di prestare servizio, temporaneamente, in un’altra sede di lavoro senza, tuttavia, modificare il luogo di lavoro contrattuale. In tali ipotesi si parla di trasferta, ovvero, di una modifica meramente temporanea della sede di lavoro per esigenze tecniche, organizzative e produttive aziendali.

Infine, il datore di lavoro può disporre unilateralmente la modifica del luogo di lavoro del dipendente comunicando il trasferimento, ossia, la previsione strutturale di una nuova sede di lavoro.

Trasferimento del lavoratore: quali requisiti?

La legge [1] prevede che il trasferimento del lavoratore debba essere dettato da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive aziendali che il datore di lavoro, con onere probatorio a suo carico, deve essere in grado di dimostrare nell’eventuale giudizio di impugnazione del trasferimento.

Si ritiene, pertanto, che il datore di lavoro, per difendere la legittimità del trasferimento, debba dimostrare:

  • la non utilità del lavoratore nella sede di lavoro di origine;
  • la necessità del lavoratore, con le sue specifiche competenze, nella sede di destinazione;
  • di aver seguito criteri di correttezza e buona fede nella scelta del lavoratore da trasferire.

Se, ad esempio, l’azienda ha bisogno di un manutentore nella sede di destinazione e nella sede di origine ci sono tre lavoratori che svolgono questo ruolo, il datore di lavoro dovrà dimostrare perché ha scelto proprio quello specifico dipendente e quali criteri hanno ispirato tale scelta (ad es. competenze specifiche necessarie, carichi di famiglia, condizione economica e familiare, etc.).

Trasferimento illegittimo: quale tutela?

Il trasferimento, soprattutto se la sede di destinazione è molto lontana da quella di origine, può avere un impatto molto forte nella vita del lavoratore, soprattutto se ha una famiglia a proprio carico. Per questo, la legge esige che ci siano ragioni oggettive che rendono necessaria questa scelta, comprovabili in giudizio.

Il lavoratore che riceve una lettera di trasferimento può impugnare la modifica della sede di lavoro entro 60 giorni dalla data di ricezione della comunicazione con ogni atto stragiudiziale. Se la situazione non trova una soluzione bonaria in via stragiudiziale, nei successivi 180 giorni, il dipendente trasferito dovrà depositare il ricorso presso la cancelleria del giudice del lavoro.

Nel corso del giudizio, il datore di lavoro dovrà dimostrare le ragioni sottese al trasferimento. Se quest’ultimo verrà dichiarato illegittimo il giudice condannerà il datore di lavoro a ripristinare la sede di lavoro originaria e a risarcire al dipendente trasferito eventuali danni allegati dal lavoratore e riconducibili alla condotta illegittima del datore di lavoro.


note

[1] Art. 2103 cod. civ.


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