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Mobbing: oltre al danno biologico, per quello alla professionalità servono prove concrete

25 febbraio 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 febbraio 2014



Il lavoratore vittima di mobbing può chiedere al giudice il risarcimento, oltre che per il danno biologico subito, anche per quello alla progressione di carriera: ma questo va provato in modo autonomo.

 

Il mobbing è costituito da quell’insieme di comportamenti del datore di lavoro e/o dei colleghi finalizzati all’emarginazione e alla lesione del benessere psico-fisico del lavoratore. Esso si può attuare in molti modi: per esempio, attraverso il trasferimento del lavoratore in una sede più disagevole da raggiungere, senza che ve ne sia necessità, oppure l’assegnazione di mansioni inferiori rispetto alla specifica professionalità acquisita (si parla in tal caso di demansionamento).

In questi casi, il lavoratore che si ritenga danneggiato da una simile condotta e si rivolga al Tribunale, dovrà anche essere in grado di provare al giudice del lavoro:

– l’esistenza della situazione di mobbing;

– la volontarietà di tali comportamenti da parte del datore di lavoro o dei colleghi;

– l’aver subito un danno ingiusto come conseguenza dei suddetti comportamenti.

Si tratta di una prova non sempre agevole, non solo in quanto spesso i danni (specie quelli alla salute) possono manifestarsi a distanza di tempo, ma anche perché non è facile trovare colleghi disposti a testimoniare in una causa di lavoro, per il comprensibile timore di ritorsioni da parte del datore.

Proprio sulla prova del danno, la Suprema Corte si è di recente pronunciata [1], precisando che ciascuna tipologia di danno (patrimoniale, biologico, morale), che il lavoratore può riportare in conseguenza del mobbing, va provata in modo autonomo per essere risarcita.

Con particolare riferimento al caso sottoposto alla Suprema Corte, i giudici hanno ricordato che va fatta una distinzione tra:

danno biologico, ossia il danno alla salute psico-fisica come, ad esempio, il permanente stato d’ansia che colpisca il lavoratore all’idea di recarsi sul luogo di lavoro dove è oggetto di vessazioni;

danno alla professionalità, ossia quello inerente la ridotta possibilità di fare carriera per essere state affidate al lavoratore mansioni inferiori alle sue specifiche competenze, ad esempio, a seguito di un trasferimento.

Di conseguenza, precisa la Cassazione, anche quando il giudice riconosce al lavoratore il risarcimento per il danno alla salute (o biologico) derivante da mobbing, egli non potrà ricomprendere in questa voce di danno anche quello alla professionalità, liquidando così una maggior somma al lavoratore. Tale danno, infatti, va provato autonomamente e non può ritenersi inglobato in quello già riconosciuto dal giudice.

Il lavoratore deve essere in grado di fornire in giudizio prove concrete di aver subito un danno alla progressione di carriera (professionalità). Ad esempio, dimostrando di aver sempre svolto incarichi dei quali doveva rendere conto al solo dirigente e per i quali aveva una certa libertà decisionale, mentre ora ogni sua decisione è priva di autonomia (come nel caso di passaggio dall’attività di consulente di banca a semplice cassiere). In caso contrario, il giudice non potrà riconoscere il danno alla professionalità inglobandolo, in modo automatico, in altre voci risarcitorie.

note

 [1]  Cass. sent. n. 172/14 dell’8.1.14.

Autore immagine: 123rf.com

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