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Utero in affitto: cosa dice la legge

12 Marzo 2021 | Autore:
Utero in affitto: cosa dice la legge

La maternità surrogata richiede la tutela del bambino: lo afferma la Corte Costituzionale chiedendo l’intervento del legislatore.

La maternità surrogata coinvolge diversi soggetti: c’è la madre biologica, poi la coppia che ha voluto la nascita di un figlio affittando il suo utero, e infine – anzi, si dovrebbe dire prima di tutto – il bambino nato in questo modo. I problemi in campo sono molti e delicati, tant’è che di recente è intervenuta la Corte Costituzionale per sollecitare il legislatore a intervenire.

Ma cosa dice la legge sull’utero in affitto? Troppo poco, secondo la Consulta, perché non garantisce in modo adeguato i diritti dei nati da maternità surrogata e non riconosce il legame giuridico tra il bimbo e la coppia che se ne prende cura, esercitando di fatto la responsabilità genitoriale. E i problemi aumentano quando si tratta di coppie omosessuali.

Maternità surrogata: cos’è e come funziona

La maternità surrogata è una gestazione “per conto terzi” e, per questo, viene comunemente definita utero in affitto. Consiste in una forma di procreazione assistita, in cui una donna viene fecondata (in modo naturale oppure con l’impianto di un ovulo) e accoglie in grembo il nascituro, con l’accordo di consegnarlo, quando verrà alla luce, alla coppia che le aveva commissionato l’incarico e che, in questo modo, ottiene un figlio.

Quindi, il fenomeno dell’utero in affitto coinvolge solitamente quattro soggetti, o al minimo tre, e in particolari casi addirittura cinque o sei:

  • una coppia di committenti (ma potrebbe essere anche una persona sola);
  • la madre biologica che accetta (gratuitamente o dietro compenso) di prestare il proprio utero per la gravidanza;
  • il bambino che nasce, e viene consegnato dalla partoriente a coloro che diventeranno i suoi “nuovi” genitori;
  • se il seme maschile non viene fornito dal committente, ma da un altro donatore, c’è un soggetto in più, che sarà il padre biologico del bambino;
  • se alla madre biologica viene impiantato nell’utero un ovulo non suo, ci sarebbe una “seconda madre” dal punto di vista genetico.

Il fenomeno è fortemente discusso e criticato: c’è chi lo ritiene ammissibile come forma di riproduzione umana e come espressione del diritto ad avere un figlio e chi invece sottolinea la commercializzazione del corpo femminile, lo svilimento della dignità della donna e il trattamento innaturale del bambino nato da questo tipo di gestazione.

Il punto centrale, come vedremo tra poco, è quello dei diritti del bambino e, di conseguenza, dei modi in cui deve esprimersi il rapporto, non solo giuridico ma anche affettivo e relazionale, con i suoi genitori.

Maternità surrogata: è legale?

La pratica dell’utero in affitto è vietata in Italia dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita [1] che punisce chi «realizza, organizza o pubblicizza» ogni forma di maternità surrogata in cui la gestazione avviene per conto d’altri. Queste condotte costituiscono reato, punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600mila a 1 milione di euro. La Corte Costituzionale [2] ha sottolineato questo «elevato grado di disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità, vietata da apposita disposizione penale».

Il divieto normativo viene però aggirato da chi commissiona il bambino all’estero, specialmente nei Paesi poveri e svantaggiati dove molte donne sono disponibili a concepire e portare avanti una gravidanza sapendo che il bambino verrà loro sottratto subito dopo il parto. Spesso, accade che il figlio venga riconosciuto dai genitori non naturali nello Stato estero e iscritto nella relativa anagrafe; successivamente, sulla base dei dati riportati nel certificato di nascita, si tenta di ottenere la sua iscrizione nell’anagrafe italiana.

Anche qui però c’è una sanzione penale, prevista dalla legge sulle adozioni [3] che punisce con la reclusione da uno a tre anni chiunque, in violazione della rigorosa normativa sulle adozioni in Italia, «affida a terzi con carattere definitivo un minore, ovvero lo avvia all’estero perché sia definitivamente affidato, senza ulteriori condizioni ai fini della integrazione del reato».

La Corte di Cassazione [4] ha specificato che «solo per chi riceve il minore in illecito affidamento, con il carattere della definitività e quindi della tendenziale stabilità, la norma richiede ai fini della integrazione del reato che vi sia stato il pagamento di un corrispettivo economico o di altra utilità, non essendo tale elemento, invece, necessario per l’integrazione del delitto previsto per colui che ceda il minore o comunque si ingerisca nella sua consegna, essendo previsto anche un aggravamento della pena nel caso in cui il fatto sia commesso dal genitore».

La pratica del riconoscimento del figlio minore nato da maternità surrogata rimane illecita anche se le autorità estere lo avevano già effettuato e l’iscrizione del bambino in Italia non può avere luogo: le Sezioni Unite della Corte di Cassazione [5] hanno stabilito che «non può essere trascritto nei registri dello stato civile italiano il provvedimento di un giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero mediante il ricorso alla maternità surrogata e un soggetto che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico, il cosiddetto genitore d’intenzione».

Vi sono però delle oscillazioni nella giurisprudenza di legittimità e in alcuni casi è stata affermata la non punibilità di chi ricorre alla maternità surrogata in Paesi dove questa pratica è legale, come l’Ucraina (ne abbiamo parlato ampiamente nell’articolo “Più facile la maternità surrogata all’estero“).

Il riconoscimento del bambino da parte di coppie omosessuali

La maternità surrogata consente, ricorrendo alla fecondazione eterologa di un donatore, che il nuovo nato possa avere due genitori non biologici dello stesso sesso: due donne o due uomini e così una coppia omosessuale composta, in relazione al bambino, da due “madri” o due “padri”. In questo caso, secondo la recente decisione della Corte Costituzionale [6], la tutela dei diritti del bambino è ancora più necessaria, in quanto nella sua crescita non avrà come riferimento due figure di sesso diverso.

La Consulta afferma che «per tutelare i nati da maternità surrogata occorre il riconoscimento giuridico del legame tra il bambino e la coppia che se ne prende cura», cioè di coloro che esercitano nei suoi confronti la responsabilità genitoriale; e lo ha detto dichiarando inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Cassazione per l’impossibilità di riconoscere in Italia una sentenza straniera che aveva attribuito lo stato di genitori a due uomini uniti civilmente in Italia e che erano ricorsi alla maternità surrogata all’estero.

La Corte Costituzionale ha lanciato un monito al legislatore per intervenire adeguatamente in modo da colmare questo vuoto di tutela, sottolineando l’importanza degli interessi del bambino nei suoi rapporti con coloro che si comportano verso di lui come genitori assolvendo ai relativi doveri: il bambino deve avere diritto ad «ottenere un riconoscimento anche giuridico dei legami che nella realtà fattuale già lo uniscono a entrambi i componenti della coppia, ovviamente senza che ciò abbia implicazioni quanto agli eventuali rapporti giuridici tra il bambino e la madre surrogata».

Per questi motivi, una nuova legge è indispensabile ed anche urgente: la sentenza dei giudici costituzionali la ritiene «indifferibile». Per la Consulta, infatti, anche l’attuale normativa sull’adozione in casi particolari [7] è insufficiente, in quanto «costituisce una forma di tutela degli interessi del minore certo significativa, ma ancora non del tutto adeguata al metro dei principi costituzionali e sovranazionali».


note

[1] Art. 12 L. n.40/2004.

[2] C. Cost. sent. n. 272/2017.

[3] Art. 71 co. 1 L. n. 184/1983.

[4] Cass. sent. n. 2173/2019.

[5] Cass. Sez. Un. sent. n.12193/2019.

[6] C. Cost. sent n. 33/2021.

[7] Art. 44 co. 1 L. n. 184/1983.


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