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Dire ebete di una persona è diffamazione?

12 Marzo 2021 | Autore:
Dire ebete di una persona è diffamazione?

Cosa si rischia per scrivere su un social una parola del genere a qualcuno? Se c’è il reato, è anche aggravato?

Dal vocabolario Treccani: «Ebete, aggettivo maschile e femminile. Dal latino “spuntato, ottuso, essere smussato”. Ottuso di mente, deficiente. C’è chi nasce ebete e c’è chi lo diventa per l’infermarsi e ingrossare degli organi. È usato soprattutto come epiteto ingiurioso e anche come sostantivo». Con una definizione del genere, è possibile che chi si sente dare dell’ebete non se la prenda e presenti una denuncia? Altro discorso è che poi ottenga successo. Ma dire ebete di una persona è diffamazione?

Bisogna, come sempre in questi casi, inserire il termine in un contesto, verificare l’eventuale volontà di offendere e distinguere tra l’aver detto la parola in faccia (il che potrebbe comportare l’illecito civile dell’ingiuria) o altrove, ad altre persone e in assenza del destinatario dell’offesa (in questo caso scatterebbe il reato di diffamazione).

C’è una terza via per dare dell’ebete a qualcuno ed è quella di scriverlo su un social network dove, peraltro, c’è quello che la normativa definisce «un numero imprecisato» di persone che possono leggere quel messaggio. In questo caso, ci sarebbero gli estremi per il reato aggravato. Sempre che dire ebete di una persona sia diffamazione. La Cassazione ha il suo punto di vista in merito. Vediamo quale.

Ebete è un’offesa?

Come abbiamo visto all’inizio con la definizione presa in prestito dal vocabolario Treccani, chi dice «ebete» di qualcuno non sta proprio dicendo bene di lui, tanto meno che gli vuole bene. Certo, ci sono delle situazioni in cui si usa questo termine, come tanti altri, per prendere bonariamente in giro un amico, un parente o un conoscente. Spesso si sente dire o si legge sui social, a proposito di un’espressione buffa, un commento del tipo «che faccia da ebete che hai». Ovvio che, in questo caso, si tratta di uno scherzo, di un’amichevole presa in giro come quando si dice «ma sei scemo?» a chi ha fatto qualcosa di strano o di divertente.

Ride di meno chi si sente dare dell’ebete da uno sconosciuto oppure con un tono che non denota proprio amicizia o complicità. Peggio ancora se il commento viene scritto su Facebook o su Instagram. Ed è qui che può scattare il reato di diffamazione, quando l’offesa viene fatta non direttamente alla vittima ma in separata sede. Come, appunto, può essere un social.

La pensa così la Cassazione [1], che ha condannato per diffamazione aggravata un medico reo di avere utilizzato su Facebook delle frasi ritenute offensive nei confronti di un avvocato durante una discussione su Internet.

Dire ebete su Facebook: quando è diffamazione aggravata?

Bisogna chiarire che il reato di diffamazione, che sia per dire ebete a qualcuno o per dargli dell’incompetente o del malintenzionato, scatta non solo quando la persona oggetto dell’offesa non è presente ma anche quando chi pronuncia la parola offensiva non è stato provocato.

Poniamo il caso analizzato dalla Cassazione nella sentenza in commento. Un medico pubblica una comunicazione su Facebook e si lascia sfuggire una frase infelice quando specifica che si tratta di un avviso a «poveri ebeti» colpevoli di «essere al soldo delle multinazionali». Nessuno aveva offeso prima questo medico: come dicono i ragazzi rimproverati per una lite, «ha iniziato prima lui». E quindi, si prende la colpa.

La colpa, in questo caso, è la condanna per diffamazione aggravata perché l’offesa viene ritenuta del tutto gratuita e, per di più, viene amplificata dalla potenzialità di un social network capace di arrivare ad un numero imprecisato di persone.

Già nel 2017, infatti, la stessa Suprema Corte aveva stabilito che le offese su Facebook possono configurare il reato di diffamazione aggravata perché si tratta di una condotta «potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone». L’aggravante, secondo la Cassazione, sta proprio nel mezzo utilizzato, vale a dire Facebook, in quanto in grado «di coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – ed aggravando, appunto, – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa» [2] (leggi anche Offese su Facebook: diffamazione aggravata). Per questo reato si rischia la reclusione da sei mesi a tre anni o la multa non inferiore a 516 euro.

Nel caso del medico condannato per dire «ebete», la Cassazione non ha accolto le giustificazioni con cui l’imputato chiedeva una sanzione più mite: il fatto, ad esempio, di essere incensurato, di non conoscere la professione del destinatario dell’offesa (avvocato con una certa immagine pubblica), di non avere ricevuto alcuna richiesta di rimuovere il post su Facebook e di avere reagito ad una provocazione. Cosa, quest’ultima, che la Suprema Corte ha ritenuto falsa: a offendere per primo, secondo i giudici supremi, è stato il medico. Ed è per questo che gli viene riconosciuto il reato di diffamazione aggravata.


note

[1] Cass. sent. n. 9790/2021.

[2] Cass. sent. n. 50/2017 e sent. n. 8482/2017.


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