Diritto e Fisco | Articoli

Mantenimento ex coniuge professionista che non lavora

13 Marzo 2021 | Autore:
Mantenimento ex coniuge professionista che non lavora

L’assegno di divorzio spetta anche a chi non esercita la professione, ma in misura ridotta al minimo: così la Cassazione.

Con il divorzio molti nodi vengono al pettine: succede spesso che chi non ha lavorato cerchi di essere mantenuto dal suo ex coniuge, ma questo diritto non è automatico. In base ai più recenti criteri stabiliti dalla Cassazione, il mantenimento spetta soltanto se il reddito del richiedente non è sufficiente a garantire l’autonomia economica. E occorre anche cercarsi un’occupazione, se si è in grado di lavorare. Così il mantenimento dell’ex coniuge professionista che non lavora può essere riconosciuto, ma solo entro ristretti limiti. Bisogna anche verificare il contributo fornito da chi è rimasto a casa durante gli anni di matrimonio, dedicandosi alla famiglia e liberando le ali al coniuge per un maggiore sviluppo professionale; se ciò è accaduto, chi si è sacrificato avrà diritto ad un riconoscimento economico.

Con una nuova sentenza la Corte di Cassazione [1] ha affermato che un’ex professionista – si trattava di un avvocata che non aveva mai esercitato, né durante il matrimonio né dopo – può continuare ad incassare l’assegno di divorzio corrisposto dall’ex marito (un magistrato), ma in misura estremamente ridotta. Cerchiamo di capire il perché di questa pronuncia, che è stata adottata non a caso e neppure “salomonicamente”, bensì seguendo i principi generali che regolano questa complessa materia e che si sono consolidati negli ultimi anni: il mantenimento oggi non è più concepito come avveniva fino a non molto tempo fa.

La funzione dell’assegno divorzile

Dopo alcune ormai ben note sentenze della Cassazione [2], la funzione dell’assegno divorzile è mutata rispetto al passato: la legge dispone [3] che esso vada pagato al coniuge che non ha mezzi economici adeguati e non può procurarseli per ragioni oggettive, ma i giudici hanno precisato che non bisogna affatto preservare lo stesso tenore di vita di cui si era goduto in costanza di matrimonio (il criterio del tenore di vita, invece, rimane ancora valido durante la fase di separazione coniugale).

Oggi l’assegno di divorzio non costituisce più una rendita assistenziale (e parassitaria) ma ha una funzione anche «perequativa e compensativa»: viene concesso nella misura strettamente necessaria a garantire l’autosufficienza economica all’ex coniuge che non è in grado di raggiungere questa indipendenza e autonomia da sé, ma senza alcun riequilibrio delle rispettive condizioni economiche; non occorre, cioè, rispettare una determinata proporzione tra l’importo riconosciuto al beneficiario ed il reddito o patrimonio di chi è tenuto a versare l’assegno, ma soltanto a riconoscere una somma adeguata per mantenersi.

Chi non lavora ha diritto all’assegno di divorzio?

Il fatto di non lavorare dopo la fine del matrimonio può dipendere da molte ragioni, come l’età raggiunta, il livello di istruzione conseguito, i titoli professionali posseduti, lo stato di salute e la zona in cui si vive. L’autosufficienza, che come abbiamo visto è il requisito essenziale per poter beneficiare dell’assegno, comporta che la sua mancanza deve essere incolpevole: solo chi veramente non riesce a rendersi economicamente indipendente dopo il divorzio può sperare di essere mantenuto. Così in un certo senso occorre dimostrare di essere “meritevoli” dell’assegno divorzile.

Quindi un ex coniuge ultracinquantenne, o in condizioni di salute cagionevoli, a causa di malattie e invalidità, o che vive in zone svantaggiate avrà la possibilità di ottenere il mantenimento, a differenza di chi, essendo in condizioni ottimali, non si è preoccupato di cercare un lavoro o addirittura ha rifiutato offerte e proposte, come abbiamo scritto di recente nell’articolo “Spetta il mantenimento alla ex moglie laureata?” analizzando una vicenda concreta decisa dalla Cassazione in senso sfavorevole a chi riteneva poco dignitoso, e inadeguato al suo grado di istruzione, lo svolgimento di lavori manuali e umili, come quello di assistenza alla persona, cioè di badante.

Il professionista che non esercita ha diritto al mantenimento?

Con la nuova sentenza cui abbiamo accennato [1] la Suprema Corte fa un ulteriore passo avanti in questa direzione, poiché riduce al minimo – ma non revoca del tutto – il beneficio economico del mantenimento ad una professionista che non aveva mai esercitato, pur essendo in possesso del titolo abilitativo.

La donna si era opposta alla domanda di taglio dell’assegno avanzata dall’ex marito, ma ha ottenuto ragione solo parzialmente: gli Ermellini hanno valorizzato «il contributo fornito alla vita familiare ed alla realizzazione del coniuge» (che era un magistrato) e tanto è bastato a riconoscere il suo diritto a percepire l’assegno divorzile, ma sulla quantificazione dell’importo ha pesato il fatto che ella «pur essendo professionalmente qualificata, non si era attivata nel corso degli anni per l’inserimento nel mondo del lavoro, nonostante fosse ancora abbastanza giovane»: era dotata, quindi, di una «concreta capacità lavorativa» che però non ha sviluppato neppure dopo la fine del matrimonio. Per ulteriori ragguagli leggi “Ex coniuge professionista: ha diritto al mantenimento?“.


note

[1] Cass. ord. n. 6529 del 10.03.2021.

[2] Cass. Sez. Un. sent. n. 8287/18 e Cass. sent. n. 11504/17.

[3] Art. 5 Legge n. 898/1970, come modificata dalla Legge n. 74/1987.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

5 Commenti

  1. Ma se l’ex è una professionista e poi ha deciso di mollare tutto per dedicarsi alla casa e alla famiglia, ha diritto al mantenimento perché vuol dire che ha sacrificato la sua carriera per permettere al marito di avanzare e dedicarsi al lavoro, mentre lei ha provveduto alla crescita del figlio e alla gestione del menage domestico. E’ come un lavoro e allora ha diritto al mantenimento

  2. Si, togliamo sempre la scusa della rinuncia alla carriera per dare la possibilità al marito di emergere e guadagnare, mentre la poverina è rimasta a casa a fare la maglia ai ferri..Ma suvvia, non diciamo sciocchezze. Evidentemente, non aveva voglia di lavorare e magari le ha fatto pure comodo stare a casa a fare la casalinga e ad occuparsi del figlio, piuttosto che sgobbare dalla mattina alla sera come fa il marito o come fanno tante altre donne lavoratrici.

  3. Allora. chiariamo una cosa. Se l’ex era una professionista e poi per anni è stata a casa ed ha perso i contatti e anche la praticità a svolgere un’attività lavorativa, a mio parere non si può condannare e non le si può dire dalla sera alla mattina di andare a cercarsi un lavoro. Ha sicuramente diritto al mantenimento e se ancora in grado di lavorare, deve cercare un’attività che possa rispondere alle sue capacità lavorative. Ora, non bisogna nemmeno fare gli schizzinosi perché se si presenta un lavoro umile deve rimboccarsi le maniche e andare a lavorare

  4. Io direi che una donna non dovrebbe sacrificare la sua carriera, altrimenti poi rischia di pentirsene. Se ha fatto tanto per costruire la sua posizione lavorativa, non dovrebbe abbandonarla per dedicarsi alla casa. Organizzandosi bene, può fare entrambe le cose ed evitare inoltre che un domani, a seguito di una separazione, si trovi nella posizione di dover richiedere il mantenimento all’ex.

  5. Parliamoci chiaro. Sono numerose le donne parassite che non aspettano altro che continuare a spennare il proprio ex marito dopo la rottura del matrimonio. E non bastava aver sperperato i suoi soldi durante la vita matrimoniale in spese folli, abiti e accessori costosi, servizi mensili per la cura personale, mobili costosi. Ma vuole continuare a strappargli soldi oltre che linfa vitale anche dopo la fine del matrimonio e della convivenza. Ma io sono riuscito a vincerla in tribunale e il giudice mi ha dato ragione!

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube