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Il basso livello culturale giustifica l’offesa alla moglie?

21 Luglio 2021 | Autore:
Il basso livello culturale giustifica l’offesa alla moglie?

Può attenuare la pena per maltrattamenti il fatto di essere convinti di fare il proprio dovere di marito e di agire in buonafede?

Cosa risponderesti a chi ti picchia e ti insulta dicendo che non pensava di fare qualcosa di sbagliato? Sicuramente, non gli diresti: «Ah, ok. Continua pure, allora». Più probabile che tu lo denunci o all’autorità giudiziaria o all’autorità sanitaria. O ad entrambe. Eppure, di persone che maltrattano il proprio coniuge da un punto di vista fisico e psicologico ritenendo che sia una cosa giusta ce ne sono in giro. È una triste realtà che nella maggior parte dei casi risponde al fatto di avere ricevuto un’educazione alquanto dubbia e che pone, tra gli altri, questo interrogativo: «Il basso livello culturale giustifica l’offesa alla moglie?».

Sia ben chiaro che nulla può giustificare i maltrattamenti, di qualunque tipo essi siano. Ma c’è chi tende a discolpare chi ha un atteggiamento violento «perché è quello che ha visto in casa da bambino» o «perché nessuno gli ha insegnato che certe cose sono sbagliate». Insomma, la mancanza di una famiglia con buon senso e l’avere frequentato la scuola poco o male possono portare una persona a far prevalere l’istinto sulla ragione nella convinzione di star facendo una cosa giusta. Tuttavia, per la Corte di Cassazione tutto ciò non giustifica l’offesa alla moglie, le percosse o gli insulti, le vessazioni o le minacce. I giudici supremi lo hanno messo nero su bianco in una sentenza recentemente depositata (che trovi in fondo a questo articolo) stabilendo che i maltrattamenti al consorte o alla consorte non possono essere attenuati dal livello culturale di una persona.

Cosa si intende per maltrattamenti al coniuge?

Per quanto possa essere triste pensarlo, e i fatti di cronaca ce lo confermano con una certa frequenza, c’è ancora chi si sente legittimato a ritenere la propria moglie un oggetto di sua proprietà adatto a soddisfare qualsiasi tipo di esigenza. Una mentalità che porta non solo a pretendere che la donna faccia tutto quello che il marito ordina ma, allo stesso modo, che non faccia tutto quello che il marito non vuole. E nel momento in cui si sgarra, arrivano le botte. «Così impara a ubbidire», pensa soddisfatto il maschio mentre si pulisce le mani sporche del sangue di lei, convinto di avere fatto quello che ogni marito dovrebbe fare.

L’offesa alla moglie si manifesta anche con le minacce, aumentando la sua paura giorno dopo giorno, portandola alla soggezione. C’è, quindi, oltre al maltrattamento fisico, anche quello psicologico che la legge non ignora affatto.

Comportamenti di questo tipo, che non trovano una scusante nel basso livello culturale del marito, rientrano nel reato di maltrattamenti in famiglia, che si configura quando un soggetto ha un atteggiamento aggressivo con una persona con lui convivente o sottoposta alla sua autorità. Dove per «autorità» non si intendono comportamenti come quelli sopra descritti.

In particolare, e secondo anche la giurisprudenza, l’offesa alla moglie può consistere nell’atto prevaricatorio, vessatorio e oppressivo reiterato nel tempo, in grado di provocare nella vittima una sofferenza fisica o morale o di compromettere il suo pieno e soddisfacente sviluppo della personalità.

Inoltre, affinché si configuri il reato di maltrattamenti in famiglia, occorre il dolo generico, cioè la volontà di creare nella vittima delle conseguenze negative.

Maltrattamenti in famiglia: cosa si rischia?

La normativa prevede per il reato di maltrattamenti in famiglia la pena della reclusione da due a sei anni. Ma poi ci sono le aggravanti, cioè:

  • da quattro a nove anni se dal fatto deriva una lesione personale grave;
  • da sette a 15 anni se dal fatto deriva una lesione personale gravissima;
  • da 12 a 24 anni se dal fatto deriva la morte.

Maltrattamenti: il livello culturale è attenuante?

Recentemente, la Cassazione si è occupata del caso di un uomo che procurava delle ferite fisiche e morali alla moglie convinto di fare il suo dovere di marito. La Suprema Corte gli ha aperto gli occhi: non è proprio questo «il dovere del marito». E, affinché l’uomo impari bene la lezione e se la ricordi per il resto della sua vita, l’ha condannato per maltrattamenti, lesioni e minacce. Con l’obbligo, oltretutto, di provvedere al risarcimento dei danni.

Secondo i giudici supremi, un comportamento come quello dimostrato dall’uomo non può essere giustificato dal suo basso livello culturale.

Come ha cercato di giustificarsi quest’uomo? Il suo difensore ha argomentato che occorre tenere presente «il rapporto di accesa conflittualità e tensione» tra i coniugi, dovuto «alla continua presenza di congiunti della moglie» e «al rapporto teso tra lei e la madre del marito». Come a dire: i dissapori coniugali ed i cattivi rapporti con i suoceri possono legittimare le botte. Tesi, ovviamente, non accolta.

Il legale, inoltre, dopo avere negato che ci fossero stati dei comportamenti prevaricatori o del dolo da parte del suo assistito e che la moglie fosse in stato di soggezione, ha affermato che il suo cliente «si è dichiarato convinto di essere in regola e di non aver mai tenuto un comportamento antigiuridico». Insomma, non sapeva di avere un atteggiamento sbagliato, anzi: «L’uomo – ha sostenuto il difensore – è incorso in errore scusabile, non avendo consapevolezza delle condotte tenute in buonafede».

Altro che buonafede, secondo la Cassazione. La Corte Suprema ha deciso per la condanna dopo avere ascoltato «le dichiarazioni della donna, riscontrate da quelle di una testimone e dalle annotazioni di servizio redatte dalle forze dell’ordine in occasione di alcuni interventi presso la casa della coppia e, infine, dal referto medico attestante le lesioni subite dalla donna durante l’ultima aggressione» che si colloca «al culmine di una serie di episodi di violenza, verbale e fisica, mortificanti ed avvilenti nonché di minacce gravi (anche con uso di armi), rivoltele dal marito anche in presenza dei figli, traumatizzati dal clima di costante aggressività imperante tra le mura domestiche».

Quanto basta, aggiunge la Cassazione, per stabilire che non c’è spazio per pensare «all’inconsapevolezza dell’uomo di ledere l’integrità fisica e morale della moglie e di ferirne la dignità di donna e di moglie con le continue umiliazioni, volgarità e minacce rivoltele». E, a questo proposito, concludono gli ermellini, è inutile fare appello al modesto livello culturale del marito.


note

[1] Cass. sent. n. 9517/2021 del 10.03.2021.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 gennaio – 10 marzo 2021, n. 9517
Presidente Costanzo – Relatore Criscuolo

Ritenuto in fatto

1. Il difensore di Del Vi. Ma. propone ricorso avverso la sentenza in epigrafe con la quale la Corte di appello di Napoli ha confermato quella emessa dal Tribunale di Napoli Nord, che aveva dichiarato l’imputato colpevole dei reati riuniti di maltrattamenti, lesioni e minacce in danno della moglie e, con le attenuanti generiche, lo aveva condannato alla pena ritenuta di giustizia oltre al risarcimento dei danni in favore della parte civile.
Ne chiede l’annullamento per i seguenti motivi:
1.1 nullità dell’udienza preliminare del 28 giugno 2016 e nullità della relativa notificazione all’imputato nonché nullità della notifica del decreto di citazione a giudizio, effettuata presso il domicilio presuntivamente eletto ovvero presso il difensore, benché in data 14 ottobre 2015 l’imputato avesse dichiarato domicilio presso la sua abitazione in (omissis…);
1.2 mancanza e illogicità della motivazione per non avere la Corte di appello tenuto conto delle gravi contraddizioni in cui è incorsa la parte civile e del rapporto di accesa conflittualità e tensione esistente, dovuta alla continua presenza di congiunti della moglie e al rapporto teso tra suocera e nuora; inoltre, la Corte non ha considerato che dall’istruttoria dibattimentale non è emerso un comportamento di prevaricazione dell’imputato e di soggezione della moglie. E’ mancata un’indagine sul soggetto passivo e l’analisi sulla sussistenza del dolo alla luce di quanto dichiarato dall’imputato, convinto di essere in regola e di non aver mai tenuto un comportamento antigiuridico. Si sostiene che l’imputato era incorso in errore scusabile, non avendo consapevolezza delle condotte tenute in buona fede, frapponendosi in più occasioni tra la moglie e la madre per evitare il peggio.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile per genericità e manifesta infondatezza dei motivi, meramente reiterativi di censure formulate in appello, disattese in sentenza con motivazione congrua ed esaustiva con la quale il ricorso non si confronta.
2. Destituita di fondamento è l’eccezione di nullità della notificazione dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, dell’udienza e della notificazione della citazione a giudizio perché non eseguite presso il domicilio eletto dall’imputato bensì presso il difensore.
L’esame degli atti, cui questa Corte ha accesso in ragione della natura processuale dell’eccezione, conferma la correttezza della risposta fornita dal giudice di appello in base all’indicazione contenuta nel verbale della prima udienza dibattimentale del 22 settembre 2016, nel quale si attesta che “il P.m. riferisce che l’imputato era presente all’udienza preliminare del 28 giugno 2016”, senza che il difensore obiettasse alcunché. Peraltro, a differenza di quanto dedotto nel ricorso, la notificazione presso il difensore di fiducia non fu eseguita per errore ovvero perché si ritenne erroneamente che l’imputato avesse eletto domicilio presso il difensore, bensì correttamente ai sensi dell’art. 161, comma 4, cod. proc. pen. a seguito dell’impossibilità di eseguire la notificazione presso il domicilio dichiarato dall’imputato, accertata dall’ufficiale giudiziario il 27 luglio 2016 per trasferimento in altro luogo, come riferito dalla moglie.
3. Generico e manifestamente infondato è anche il secondo motivo con il quale si contesta in modo aspecifico l’attendibilità della persona offesa, il cui narrato si reputa contraddittorio, senza tuttavia, evidenziare specifiche incongruenze o incoerenze in grado di inficiare la conforme valutazione dei giudici di merito sulla linearità e precisione delle dichiarazioni della denunciante, riscontrate da quelle della testimone, dalle annotazioni di servizio redatte in occasione degli interventi presso l’abitazione della coppia e dal referto medico, attestante le lesioni subite dalla donna durante l’ultima aggressione, che si colloca al culmine di una serie di episodi di violenza, verbale e fisica, mortificanti ed avvilenti nonché di minacce gravi (anche con uso di armi, effettivamente possedute), rivoltele anche in presenza dei figli, traumatizzati dal clima di costante aggressività imperante.
A fronte della coerenza e dello stato di prostrazione della persona offesa, confermato dalla testimone e da quanto verificato dagli operanti anche in occasione dell’episodio del settembre 2015, quando l’imputato continuava ad ingiuriare e minacciare la moglie in loro presenza, risultano del tutto generiche le censure difensive circa la mancata valutazione dell’attendibilità della persona offesa e delle testimonianze a discarico, invece, analizzate dal primo giudice, che ne ha giustificato la scarsa rilevanza (p. 9 sentenza di primo grado).
Del tutto infondata è la tesi difensiva, già disattesa in sentenza, della sussistenza dell’errore scusabile, idoneo ad escludere il dolo, non essendovi spazio per ipotizzare l’inconsapevolezza dell’imputato di ledere l’integrità fisica e morale della moglie e di ferirne la dignità di donna e di moglie con le continue umiliazioni, volgarità e minacce rivoltele, a nulla rilevando il modesto livello culturale del ricorrente o la convivenza con la madre del ricorrente né potendo ascriversi alle tensioni tra le due donne la sua necessità di intervenire, trattandosi di una inconsistente prospettazione alternativa.
All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende, equitativamente determinata in Euro tremila.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della cassa delle ammende.


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