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Come si dimostra la diffamazione?

2 Aprile 2021 | Autore:
Come si dimostra la diffamazione?

I mezzi di prova per dimostrare in giudizio l’offesa alla propria reputazione: testimonianze, documenti, registrazioni, estrazione tabulati chat.

Esistono reati che possono distruggere la vita di una persona. Non si tratta necessariamente di crimini per cui occorre l’uso della violenza; anche le semplici parole possono ferire più di qualsiasi altra azione. È il caso della diffamazione, cioè della condotta di colui che, offendendo una persona in sua assenza e davanti a una molteplicità di altri individui, ne lede (a volte in maniera compromettente) la reputazione. Ciò può causare un grave danno all’immagine e all’onore della vittima, la quale potrebbe vedersi mandata in frantumi la propria carriera o, perfino, la propria vita.

Come si dimostra la diffamazione? Sin da subito, possiamo anticipare che, all’interno di un processo penale, ci si può avvalere di diversi mezzi di prova: dalla testimonianza di chi ha assistito al fatto criminoso sino alle registrazioni audiovisive, passando per la produzione di documenti. Inoltre, a differenza del processo civile, nel giudizio penale la responsabilità dell’imputato potrebbe essere dimostrata anche solo con la deposizione della vittima.

Insomma: non occorrono per forza i testimoni per inchiodare il colpevole alla propria responsabilità. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme come si dimostra la diffamazione in un processo penale.

Reato di diffamazione: cos’è?

Il reato di diffamazione consiste nell’offendere la reputazione di un’altra persona quando questa non è presente [1].

L’offesa deve essere comunicata a terze persone, non al diretto interessato, il quale nemmeno deve assistervi: è questa la grande differenza con l’ex reato di ingiuria. E infatti, mentre con l’ingiuria si lede la considerazione che la persona offesa ha di sé stessa, con la diffamazione si lede la reputazione che la vittima ha all’interno della società.

Per questo motivo la diffamazione è ritenuta più grave della semplice ingiuria, la quale è sanzionata semplicemente con il risarcimento dei danni e con una somma da pagare a favore dello Stato (da cento a ottomila euro, aumentata, nei casi più gravi, da duecento a dodicimila euro).

Diffamazione: com’è punita?

Il Codice penale punisce il reato di diffamazione con la reclusione fino a un anno oppure, in alternativa, con la multa fino a 1032 euro. Le sanzioni sono più severe nei molteplici casi di diffamazione aggravata che la legge prevede:

  • se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro. Per fatto determinato deve intendersi un episodio sufficientemente delineato, di modo che possa essere più credibile e, pertanto, possa arrecare un maggior danno al diffamato rispetto ad una diffamazione generica;
  • se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro;
  • se l’offesa è recata a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad un’autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Diffamazione: come tutelarsi?

Chi ha subito una diffamazione può sporgere querela entro tre mesi. Il termine decorre non da quando la diffamazione è stata effettivamente compiuta, ma da quando la vittima ne ha avuto conoscenza.

In pratica, per tutelare la persona offesa che non ha immediata percezione del crimine, il termine di tre mesi per proporre querela inizia a decorrere dal momento esatto in cui la vittima ha appreso di essere stata oggetto del delitto. Ciò vale tanto più per reati come la diffamazione, i quali presuppongono l’assenza della persona offesa.

Per rendere più credibile ed efficace la propria denuncia/querela, la vittima può allegare alla stessa documentazione idonea a dimostrarla: fotografie, screenshot, videoriprese, indicazione di testimoni (come meglio vedremo nel prossimo paragrafo).

Una volta sporta querela, bisognerà attendere che le autorità facciano il loro lavoro e che le indagini terminino; solo a questo punto, con il rinvio a giudizio dell’imputato, si potranno portare davanti al giudice tutte le prove necessarie per dimostrare la diffamazione.

Diffamazione: come provarla?

Come anticipato in premessa, la diffamazione può esser provata in giudizio con qualsiasi mezzo di prova.

Innanzitutto, vale la deposizione della vittima che, se dimostra di essere credibile, può già di per sé bastare per giustificare una condanna.

Tuttavia, per andare sul sicuro e per evitare il classico impasse fondato su «È la tua parola contro la mia», è bene portare davanti al giudice altre prove.

Innanzitutto, potranno essere chiamati a testimoniare tutti coloro che hanno assistito alla diffamazione. Ad esempio, al banco dei testimoni potranno presentarsi coloro che hanno udito con le proprie orecchie i commenti irriguardosi nei confronti della vittima, ovvero coloro che hanno preso visione del commento ingiurioso su Facebook o su altro social.

Proprio la diffamazione sui social network consente di poter produrre in giudizio la documentazione idonea a dimostrare gli scritti e le foto ingiuriose che sono state pubblicate in rete. Lo stesso si può fare per i messaggi su gruppi WhatsApp o su altri sistemi di messaggistica istantanea, ovvero per il contenuto irriguardoso delle email. Per fare ciò, però, occorre affidarsi a un perito che estragga i tabulati dei messaggi di WhatsApp dal proprio smartphone.

Per compiere questa operazione occorre che un esperto, attraverso l’utilizzo di appositi software di estrazione, risalga alle chat presenti all’interno dello smartphone o del computer, anche se cancellate.

Questi programmi (cosiddetti software di mobile forensics) consentono di effettuare un’acquisizione integrale di dispositivi come smartphone, tablet e telefoni cellulari, generando un’immagine forense che può poi essere analizzata nell’ambito di una perizia sullo smartphone.

All’interno dei software di analisi forense sarà possibile visualizzare l’intero tabulato dei messaggi di WhatsApp, comprendendo sia i messaggi inviati che ricevuti, nonché quelli cancellati ancora presenti sul cellulare. Solo in questa maniera le autorità potranno essere certe della veridicità di quanto scritto in chat, nonché della provenienza dei messaggi.

Lo stesso metodo deve essere utilizzato per certificare l’autenticità delle immagini (screenshot, ecc.) tratte da pagine internet (blog, social, ecc.) in cui sono apparsi commenti, disegni o immagini diffamatorie.

Insomma: stampare l’immagine tratta dal proprio pc o dal proprio cellulare potrebbe essere insufficiente a dimostrare la diffamazione, in quanto l’avvocato dell’imputato potrebbe contestare l’attendibilità dell’immagine o del file, il quale in teoria potrebbe essere stato alterato dalla vittima per incriminare il presunto diffamatore.

Infine, per dimostrare la diffamazione ci si può avvalere di riprese video o audio: è il caso di chi riesca a registrare colui che pronuncia la diffamazione, magari grazie alla telecamere del proprio smartphone oppure a un registratore vocale.


note

[1] Art. 595 cod. pen.

Autore immagine: canva.com/


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