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Quanto tempo passa da denuncia a processo?

22 Luglio 2021 | Autore:
Quanto tempo passa da denuncia a processo?

Quanto durano le indagini preliminari del pubblico ministero? Che succede se non sono rispettati i termini massimi? Avocazione e inutilizzabilità delle indagini.

La giustizia italiana non è nota per la sua rapidità; anzi: tutti sanno che purtroppo, un procedimento non giunge a conclusione se prima non sono trascorsi diversi anni. Sembra perciò strano che, in ambito penale, la legge ponga un termine ben preciso al pubblico ministero affinché le sue indagini si concludano. In altre parole, l’ordinamento stabilisce una durata massima della fase delle indagini preliminari, oltre la quale non sarebbe possibile andare. Con questo articolo ci occuperemo proprio di ciò: vedremo quanto tempo passa dalla denuncia al processo.

Fin da subito, bisogna fare delle precisazioni. Nonostante la legge preveda un termine massimo di durata delle indagini preliminari, tale limite è piuttosto “flessibile” per via di alcune sospensioni che subisce, la più importante delle quali è quella rappresentata dall’avviso di conclusione delle indagini e dall’eventuale, successiva attività d’investigazione suppletiva. Ma non solo. Al pm è concessa la facoltà di prorogare le indagini quando ve ne sia bisogno per via della complessità del caso. Infine, anche qualora il pubblico ministero dovesse sforare il termine massimo consentito per l’espletamento della propria attività d’indagine, non si verificherebbero conseguenze gravi: al massimo, il procuratore generale potrebbe disporre l’avocazione delle indagini e chiedere egli stesso, sulla base delle investigazioni effettuate fino a quel momento o di quelle ulteriori ritenute indispensabili, l’archiviazione o il rinvio a giudizio.

Insomma: capire quanto tempo passa dalla denuncia all’avvio del processo penale non è così semplice. Per questo motivo, ti consiglio di proseguire nella lettura per scoprire quanto durano le indagini preliminari.

Indagini preliminari: quanto tempo durano?

Secondo la legge [1], il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio entro sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale è attribuito il crimine è iscritto nel registro delle notizie di reato.

La durata ordinaria delle indagini preliminari è pertanto di sei mesi dal momento in cui è identificato il nominativo della persona sottoposta a investigazione.

Ciò significa che, se la denuncia sporta alle forze dell’ordine contiene già l’identificazione del presunto colpevole, allora le indagini preliminari cominceranno formalmente a partire dal momento in cui la segnalazione, trasmessa dalle forze armate agli uffici della Procura competente, è iscritta nel registro delle notizie di reato.

La durata ordinaria delle indagini preliminari è invece di un anno se si procede per alcuni delitti che la legge reputa particolarmente gravi (associazione per delinquere, sequestro di persona, omicidio, terrorismo, violenza sessuale di gruppo, ecc.).

Durata delle indagini per reati procedibili a querela

Quanto appena detto nel paragrafo superiore vale in linea di massima per ogni tipo di crimine. Vi sono tuttavia alcuni reati che, per essere perseguiti penalmente, necessitano della querela sporta direttamente dalla vittima.

Secondo la legge, se è necessaria la querela, il termine di durata delle indagini decorre dal momento in cui questa perviene al pubblico ministero.

Ciò significa che, se il nominativo del colpevole è stato iscritto nel registro degli indagati ma manca la querela (che è condizione di procedibilità per alcuni reati, tipo lo stalking, le percosse, la violenza sessuale, il furto semplice, ecc.), il termine di durata delle indagini non decorre fintantoché la querela non sarà regolarmente sporta. Facciamo un esempio.

Tizio assiste a un furto commesso in strada. Si reca subito dai carabinieri per denunciare l’accaduto. La notizia di reato viene comunicata in Procura ma le indagini non possono formalmente cominciare se la vittima del furto non sporge querela personalmente. Ciò perché il furto semplice, commesso senza astuzie o stratagemmi particolari, è un reato procedibile solo a querela di parte.

La proroga delle indagini

Il pubblico ministero che svolge le indagini, quando sussistono comprovate esigenze (ad esempio, se occorre proseguire nelle investigazioni per via di alcune obiettive difficoltà, tipo l’elevato numero di indagati), può chiedere al giudice per le indagini preliminari una proroga. Ciascuna proroga può essere autorizzata dal giudice per un tempo non superiore a sei mesi.

La legge [2] stabilisce che, in caso di proroga, il termine massimo non può comunque superare i diciotto mesi, salvo che il pubblico ministero (pm) e l’indagato chiedano la proroga del termine delle indagini ai fini dell’esecuzione dell’incidente probatorio.

Solamente per i reati particolarmente gravi (per la precisione, quelli per i quali, in assenza di proroghe, il termine di durata massima è di un anno), si può giungere sino a due anni, sempre che il pm motivi l’impossibilità di concludere nei tempi prestabiliti.

Indagini preliminari: qual è la durata massima?

In sintesi, la durata massima delle indagini preliminari è di diciotto mesi. Per i reati di particolare gravità, la durata massima delle indagini è invece di due anni.

Come vedremo nei prossimi paragrafi, questi termini possono subire ulteriori dilatazioni a causa delle indagini suppletive da svolgersi a seguito della notifica dell’avviso di conclusione delle indagini oppure per via della “tolleranza” che la legge concede al pm prima che le indagini vengano avocate, cioè condotte dal procuratore generale presso la Corte d’Appello.

Avocazione delle indagini: cos’è e come funziona?

Come detto in apertura, il pubblico ministero che non rispetta i termini di durata massima delle indagini rischia di vedersi avocate le indagini.

Secondo la legge [3], il procuratore generale presso la Corte d’Appello, se il pubblico ministero non esercita l’azione penale o non richiede l’archiviazione entro tre mesi dalla scadenza del termine massimo di durata delle indagini (e comunque dalla scadenza dei termini previsti per l’avviso di conclusione – si veda paragrafo successivo) dispone, con decreto motivato, l’avocazione delle indagini preliminari.

L’avocazione comporta la sottrazione delle indagini al pm che stava procedendo e l’assegnazione delle stesse al procuratore generale. Quest’ultimo svolge le indagini preliminari indispensabili e formula le sue richieste entro trenta giorni dal decreto di avocazione.

In pratica, una volta disposta l’avocazione delle indagini, il procuratore generale ha un mese di tempo per chiedere il rinvio a giudizio oppure l’archiviazione.

Inutilizzabilità delle indagini

Lo sforamento dei termini massimi di conclusione delle indagini preliminari comporta un’altra, importante conseguenza.

Per legge, qualora il pubblico ministero non abbia esercitato l’azione penale o richiesto l’archiviazione nel termine stabilito dalla legge o prorogato dal giudice, gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine non possono essere utilizzati. In pratica, essi non saranno utili per provare la responsabilità dell’indagato.

Gli atti di indagine compiuti dopo la presentazione della richiesta di proroga e prima della comunicazione del provvedimento del giudice sono comunque utilizzabili sempre che, nel caso di provvedimento negativo, non siano successivi alla data di scadenza del termine originariamente previsto per le indagini.

Alla luce di questa norma, è opportuno che il pm, per non vedersi compromesse le indagini, faccia richiesta di proroga prima che sia spirato il termine ultimo delle investigazioni.

Avviso di conclusione e indagini ulteriori

I termini visti nei precedenti paragrafi subiscono un ulteriore slittamento per via dell’obbligo di notificare l’avviso di conclusione delle indagini [4], cioè la comunicazione con cui la Procura informa l’indagato che le indagini sono terminate e che è suo diritto prendere visione del fascicolo ed essere interrogato dal pm.

Secondo la legge, l’avviso di conclusione delle indagini contiene l’avvertimento che l’indagato ha facoltà, entro il termine di venti giorni, di presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa ad investigazioni del difensore, chiedere al pubblico ministero il compimento di atti di indagine, nonché di presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.

In particolare, la richiesta del compimento di nuovi atti d’indagine e quella di interrogatorio comportano un inevitabile allungamento dei tempi processuali, in quanto:

  • se l’indagato chiede di essere sottoposto ad interrogatorio, il pubblico ministero deve necessariamente procedervi entro trenta giorni, ovvero entro un termine maggiore di sessanta giorni, se il gip glielo concede;
  • quando il pubblico ministero, a seguito delle richieste dell’indagato, dispone nuove indagini, queste devono essere compiute entro trenta giorni dalla presentazione della richiesta. Anche in questo caso, il termine può essere prorogato dal giudice per le indagini preliminari, su richiesta del pubblico ministero, per una sola volta e per non più di sessanta giorni.

Dunque, alla durata iniziale delle indagini preliminari vista nei paragrafi precedenti si aggiungono i seguenti tempi:

  • almeno venti giorni, obbligatoriamente concessi all’indagato per legge, entro i quali avanzare le proprie richieste e depositare le proprie memorie;
  • ulteriori trenta giorni, prorogabili di altri sessanta, nell’ipotesi in cui si debba procedere ad interrogatorio oppure a un supplemento di indagini.

Rinvio a giudizio: quanto tempo ci vuole?

Chiuse le indagini con la richiesta di rinvio a giudizio, occorre attendere un altro po’ di tempo affinché si celebri la prima udienza, cioè il processo vero e proprio. Per la precisione, bisogna distinguere due casi:

  • reati per i quali è prevista l’udienza preliminare;
  • reati per i quali è prevista la citazione diretta a giudizio.

Quanto tempo passa per l’udienza preliminare?

Quando si procede per reati per cui è prevista l’udienza preliminare, la legge dice che il giudice, una volta ricevuta la richiesta di rinvio a giudizio del pm, ha cinque giorni di tempo per fissare l’udienza, la quale non può tenersi oltre trenta giorni da quando la richiesta è stata depositata.

In altre parole, la legge [5] dice che tra la data di deposito della richiesta di rinvio a giudizio e la data dell’udienza non può intercorrere un termine superiore a trenta giorni. Insomma: entro un mese, deve celebrarsi l’udienza preliminare.

Svolta l’udienza preliminare, se il giudice ritiene che l’imputato debba andare a dibattimento (e, quindi, che il processo penale debba celebrarsi), fissa la data dell’udienza non prima di venti giorni dall’udienza preliminare [6].

Insomma: dalla data di emissione del decreto che dispone il giudizio a seguito di udienza preliminare e il giudizio stesso devono trascorrere almeno venti giorni.

Quanto tempo passa per la citazione diretta a giudizio?

Se si procede per reati per i quali è prevista che la citazione a giudizio sia curata direttamente dal pm (senza dunque passare per il “filtro” dell’udienza preliminare), il pubblico ministero emette il decreto di citazione a giudizio, tenendo però conto che questo atto è notificato all’imputato almeno sessanta giorni prima della data fissata per l’udienza di comparizione. Nei casi di urgenza, di cui deve essere data motivazione, il termine è ridotto a quarantacinque giorni.

Insomma: nei casi in cui si procede per i reati che prevedono la citazione diretta (in genere, si tratta di reati minori), l’udienza dibattimentale non potrà mai celebrarsi prima di sessanta giorni da quando il decreto è stato portato a conoscenza dell’imputato.

Quanto tempo passa dalla denuncia all’inizio del giudizio?

Possiamo ora tirare le fila di quanto detto sino a questo momento. Dalla denuncia all’inizio del processo passa in genere molto tempo, a meno che il pm non sia così solerte da concludere le indagini prima del termine e non proceda direttamente alla citazione in giudizio del presunto responsabile.

Volendo ipotizzare che il pm concluda le indagini nel termine ordinario di sei mesi, che a seguito dell’avviso di conclusione delle indagini non si debba compiere alcuna attività e che si proceda per un reato per cui non è necessaria l’udienza preliminare, dal momento della denuncia alla prima udienza dibattimentale è possibile che trascorrano circa nove mesi.

A volte, però, le indagini durano davvero poco: è il caso di reati per i quali non occorre alcun tipo di investigazione particolare, ad esempio perché il crimine è già provato documentalmente all’interno degli allegati alla denuncia. In questo caso, la fase delle indagini preliminari può concludersi in pochi giorni, con conseguente accelerazione del rinvio a giudizio.

Al contrario, quando si procede per reati particolarmente gravi oppure per crimini in cui sono coinvolte numerose persone, allora le indagini potrebbero tranquillamente superare l’anno, con un processo che non comincerà prima di due anni, se solo si considera che, a seguito di notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, ogni indagato potrebbe chiedere di essere interrogato, con ulteriore dilatazione dei tempi.


note

[1] Art. 405 cod. proc. pen.

[2] Art. 406 cod. proc. pen.

[3] Art. 412 cod. Proc. Pen.

[4] Art. 415-bis cod. proc. pen.

[5] Art. 418 cod. Proc. Pen.

[6] Art. 429 cod. Proc. Pen.

Autore immagine: canva.com/


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