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Quando l’affido è a tempo indeterminato?

22 Luglio 2021
Quando l’affido è a tempo indeterminato?

Se la famiglia di origine non è in condizioni di riaccogliere il minore, il tribunale può reiterare il provvedimento di affidamento.

Tu e tuo marito avete dato la vostra disponibilità ad accogliere un minore in casa. Dopo diversi mesi dalla presentazione della domanda, siete stati contattati dal Comune che vi ha proposto un affidamento a lungo termine.

In questo articolo vedremo insieme quando l’affido è a tempo indeterminato e quali conseguenze comporta. Devi sapere, infatti, che nel momento in cui mancano le condizioni affinché un figlio possa fare ritorno nella sua famiglia di origine, si parla di affido sine die (ossia senza scadenza). In altre parole, il tribunale reitera il provvedimento ogni due anni fino a quando il ragazzo diventa maggiorenne ed acquisisce la capacità giuridica di poter decidere liberamente come e con chi vivere.

Cos’è l’affido?

L’affido è un istituto previsto dalla legge nelle ipotesi in cui una famiglia non sia in grado di occuparsi del figlio minore. Ciò può accadere, ad esempio, per aver perso il lavoro, per il decesso di uno dei genitori, a causa di una separazione della coppia, ecc. In tutti questi casi, infatti, il bambino (italiano o straniero che sia) viene affidato ad un’altra famiglia che gli garantisca un ambiente idoneo alla sua crescita.

L’affido può essere:

  • a tempo pieno (o residenziale): in pratica, il minore vive con i soggetti affidatari, ma mantiene rapporti costanti con la propria famiglia di origine secondo quanto previsto dal tribunale o dai servizi sociali;
  • a tempo parziale: il bambino trascorre con la famiglia affidataria solamente una parte della giornata oppure alcuni giorni o brevi vacanze, sempre nel rispetto delle modalità fissate del provvedimento. In quest’altra ipotesi, si parla anche di “appoggio familiare”.

Se vi è il consenso dei genitori del minore, il provvedimento di affido viene adottato dai servizi sociali ed è reso esecutivo con decreto del giudice tutelare. In caso contrario, l’affido è disposto direttamente dal tribunale per i minorenni e i servizi sociali territoriali provvedono all’attuazione e alla verifica del progetto.

Quando l’affido è a tempo indeterminato?

Se l’affido dura più di ventiquattro mesi (che è il tempo massimo previsto dalla legge) si parla di affido sine die oppure a tempo indeterminato. Ciò accade quando, una volta scaduto il termine previsto nel provvedimento, la famiglia di origine non è ancora nelle condizioni per poter accogliere il proprio figlio. Ad esempio, i genitori non hanno trovato un lavoro o comunque non hanno risolto i loro problemi (economici, di salute, ecc.). Pertanto, il progetto di affido viene reiterato fino al compimento del diciottesimo anno del minore.

Chi può diventare affidatario?

In base alla legge, possono diventare affidatari:

  • le persone single, le coppie sposate o i conviventi (con o senza figli);
  • gli istituti di assistenza pubblica o privata: a condizione che il bambino non abbia un’età inferiore ai 6 anni;
  • le comunità familiari.

Tuttavia, va precisato che gli affidatari verranno dapprima individuati tra i familiari del minore entro il quarto grado (affido intrafamiliare) e solo qualora non vi sia nessuno, il bambino verrà accolto da altre persone (affido extrafamiliare).

Inoltre, la famiglia affidataria deve possedere:

  • la disponibilità di una casa, possibilmente in un luogo vicino a quello in cui risiede stabilmente la famiglia d’origine del bambino;
  • l’effettiva volontà di crescere, mantenere ed educare il minore per tutto il tempo necessario.

Dunque, per diventare genitori affidatari basta aver compiuto diciotto anni, essere idonei dal punto di vista psicofisico e, soprattutto, capaci di occuparsi di un minore.

Naturalmente, gli aspiranti affidatari devono dichiarare la loro disponibilità ai servizi sociali del Comune di residenza. Inoltre, è previsto un percorso conoscitivo (attraverso colloqui individuali, incontri di gruppo, visite domiciliari, ecc.) finalizzato ad acquisire una certa consapevolezza delle conseguenze che comporta un simile passo e ad accertare l’idoneità dell’istante a prendersi cura di un bambino da ogni punto di vista (economico, affettivo, educativo, ecc.).

Nel provvedimento devono essere indicati i motivi e la durata dell’affido familiare, i poteri riconosciuti all’affidatario, le modalità attraverso le quali i genitori biologici possono mantenere i rapporti con il minore e il servizio sociale locale cui è attribuita la responsabilità del programma di assistenza, nonché la vigilanza durante l’affidamento.

Quali sono i compiti degli affidatari?

Durante il progetto di affido familiare, gli affidatari devono:

  • collaborare con i servizi sociali e l’autorità giudiziaria (se coinvolta);
  • accogliere il minore e provvedere alla sua cura, al suo mantenimento, alla sua educazione ed alla sua istruzione usufruendo dei contributi economici erogati dal Comune;
  • rispettare l’identità culturale, sociale e religiosa del bambino;
  • curare e mantenere i rapporti con la famiglia di origine e agevolare il rientro del bambino secondo le indicazioni contenute nel progetto di affido.

Infine, va detto che la legge tiene conto del rapporto significativo che si instaura tra il minore e gli affidatari riconoscendo a questi ultimi, in presenza di determinate condizioni, una priorità nell’eventuale domanda di adozione. Ovviamente, ciò deve rispondere all’interesse del bambino e il tribunale deve decidere tenendo conto della valutazione dei servizi sociali e dell’opinione del minore se ha compiuto 12 anni.



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