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Malattia: durata massima

23 Luglio 2021 | Autore:
Malattia: durata massima

Sino a quando il dipendente assente perché ammalato ha diritto alla conservazione del posto di lavoro?

La legge [1] tutela il dipendente ammalato, prevedendo la possibilità di assentarsi senza perdere il posto di lavoro e con diritto alla retribuzione, sino a un determinato limite di tempo. Facciamo allora il punto sulla malattia: durata massima del diritto alla conservazione del posto in base alla patologia ed alla disciplina prevista per la categoria di appartenenza.

La malattia, nel dettaglio, costituisce un’ipotesi di temporanea impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa, che non comporta la risoluzione del contratto di lavoro, ma solo una sospensione dell’obbligo di svolgere l’attività.

Durante la malattia, se certificata, l’assenza del dipendente dal posto di lavoro è giustificata e il relativo periodo è utile all’anzianità di servizio.

Solo se l’infermità del lavoratore è permanente ed è riconosciuta l’inidoneità allo svolgimento dell’attività, questi può essere licenziato in quanto si determina una sopravvenuta impossibilità alla prestazione lavorativa. Il dipendente può essere licenziato anche se la malattia prosegue oltre il termine previsto per la conservazione del posto di lavoro, cioè se supera il cosiddetto periodo di comporto.

Periodo di comporto

Il periodo di malattia durante il quale il lavoratore non può essere licenziato, o periodo di comporto, viene generalmente disciplinato dalla contrattazione collettiva nazionale.

Si distinguono due tipi di comporto:

  • il comporto secco, che si riferisce ad un unico evento di malattia di carattere continuativo ed ininterrotto;
  • il comporto per sommatoria, riferito a più malattie verificatesi in un determinato arco temporale.

Il contratto collettivo [2], ad esempio, può prevedere che durante la malattia i lavoratori non in prova abbiano diritto alla conservazione del posto per un periodo massimo di 180 giorni, decorrenti dal giorno di inizio di malattia: in questo caso, si tratta di comporto secco. Nell’ipotesi in cui il contratto preveda, invece, il cumulo di tutti i periodi di assenza per malattia nel corso dell’anno solare entro il limite di 180 giorni, parliamo di comporto per sommatoria.

Ai dipendenti pubblici, per citare un altro esempio, si applica il comporto per sommatoria, in quanto i lavoratori possono beneficiare di un massimo di 18 mesi di assenze complessive per malattia nell’arco di 3 anni.

Se la normativa parla di “anno di calendario”, si intende il periodo compreso tra il 1° gennaio e il 31 dicembre. Se invece si utilizza il termine “anno solare”, si intende il periodo di 365 giorni decorrenti dal primo giorno di malattia.

Ai fini del superamento del comporto sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Azzeramento del comporto

Nelle ipotesi in cui si applica il comporto secco, il periodo tutelato si azzera una volta terminata la malattia: in pratica, se il dipendente si ammala, ma non supera le giornate previste dal contratto, al verificarsi di una nuova malattia il conteggio parte da zero.

Tuttavia, può succedere che il lavoratore si ammali più volte, per diverse ragioni, e che le singole malattie durino sempre meno del comporto secco. In questo caso, se sommando tutte le giornate di malattia si supera il comporto secco, si deve fare riferimento a due limiti, per determinare il periodo protetto:

  • la durata prevista dal contratto per il comporto secco;
  • la durata (ossia la vigenza) del contratto collettivo.

In parole semplici, la vigenza del contratto collettivo è il periodo di riferimento entro il quale sommare più episodi di malattia: se, sommando le assenze per malattia che si verificano durante tale periodo, si supera il comporto secco, il lavoratore decade dalla tutela [3].

Un dipendente si ammala 3 volte, una volta per 1 mese, una volta per 2 mesi, ed un’altra volta per 2 mesi, durante il periodo di vigenza del contratto collettivo; il contratto collettivo stabilisce un comporto secco di 4 mesi; in questo caso, il comporto è superato, poiché gli episodi di malattia che si sono verificati all’interno del periodo di durata del contratto collettivo, sommati, superano il comporto secco.

Periodo di comporto per i lavoratori part time

Per i dipendenti con contratto di lavoro a tempo parziale di tipo verticale, la legge [4], prevede che il contratto collettivo applicato possa ridurre il periodo di conservazione del posto di lavoro, in proporzione all’attività svolta.

Anche in assenza della disciplina da parte del contratto collettivo applicato, è possibile provvedere, in via giudiziale [5], al proporzionamento del periodo di comporto in relazione all’impegno lavorativo richiesto, pur nel rispetto del principio di non discriminazione tra lavoro full time e part time.

La finalità della previsione è quella di evitare conseguenze eccessivamente onerose per il datore di lavoro.

Periodo di comporto per i lavoratori a termine

I lavoratori assunti a tempo determinato hanno diritto alla conservazione del posto per tutta la durata del periodo di malattia, sino al periodo di comporto previsto contrattualmente e, comunque, non oltre la programmata scadenza del termine.

Malattie escluse dal comporto

Sono escluse dal periodo di comporto:

  • le patologie legate allo stato di gravidanza;
  • la malattia professionale o infortunio la cui responsabilità è del datore di lavoro.

In base al contratto collettivo applicato o alla categoria di appartenenza (ad esempio dipendenti pubblici), sono escluse dal comporto le giornate di assenza per patologie gravi che richiedono terapie salvavita, o terapie assimilabili come l’emodialisi, la chemioterapia, il trattamento riabilitativo per soggetti affetti da Aids; nel dettaglio, sono esclusi dal comporto, se certificati:

  • i giorni di ricovero ospedaliero;
  • i giorni di day hospital;
  • i giorni di assenza dovuti alle terapie salvavita e assimilate.

Per i lavoratori appartenenti alle categorie protette, non è computata nel comporto la malattia collegata all’invalidità riconosciuta.

Sospensione del periodo di comporto

Il comporto può essere sospeso se il lavoratore chiede di fruire delle ferie residue. Il datore di lavoro è libero di non concedere le ferie, ma deve comunque tenere in considerazione le esigenze del lavoratore.

Secondo una recente pronuncia della Cassazione [6], in particolare, anche se il datore di lavoro non è tenuto ad accogliere la richiesta di ferie del dipendente, al fine di evitare il licenziamento, quindi la perdita del posto di lavoro, solo esigenze effettive e concrete possono giustificare un diniego e far prevalere l’interesse dell’azienda sull’interesse del lavoratore di godere di giorni di ferie, scongiurando così la maturazione del comporto.

Prolungamento del periodo di comporto

Per offrire un rimedio al rischio di perdere il posto per l’insorgenza di una grave patologia, il contratto collettivo applicato può prevedere la misura dell’aspettativa non retribuita; si tratta di un ulteriore periodo durante il quale:

  • il rapporto di lavoro può proseguire, nonostante l’assenza del dipendente;
  • non è prevista alcuna retribuzione.

L’aspettativa non è automatica, ma deve essere richiesta dal lavoratore: il datore può rifiutarla solo se dimostra l’esistenza di seri motivi che ne impediscano la concessione.


note

[1] Art. 2110 Cod. Civ.

[2] Art. 104 del CCNL Studi professionali del 17/04/2015.

[3] Cass. sent. n. 2599/1985.

[4] Art.4 Co.2 Lett. a) D.lgs. 61/2000.

[5] Cass. sent. 27762/2009.

[6] Cass. sent. 27392/2018 del 29/10/2018.

Autore immagine: pixabay.com


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