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Lui vuole che abortisca: come tutelarsi?

24 Luglio 2021 | Autore:
Lui vuole che abortisca: come tutelarsi?

A chi spetta, secondo la legge 194, la decisione di interrompere la gravidanza? E come reagire se il padre del bambino spinge per non arrivare al parto?

Una relazione che dura da tempo o un incontro occasionale che finisce sotto le lenzuola. L’amore e/o la passione che vengono condivisi senza limiti. Ed un risultato inaspettato: lei che, ad un certo punto, dice a lui: «Sono incinta». Non si scopre l’acqua calda nel dire che le reazioni possibili sono due: il cuore che scoppia di felicità per l’arrivo di un bambino cercato e voluto oppure il sangue che si gela nelle vene al pensiero di diventare genitori di un figlio non desiderato. Anzi, di un bimbo che può creare qualche problema nel caso in cui sia frutto di una relazione clandestina. Lei è decisa a tenerlo, lui vuole che abortisca: come tutelarsi?

Sicuramente, la futura mamma si chiederà in quel momento, di fronte alla volontà e alla richiesta perentoria e determinata del futuro papà di abortire, se la legge è dalla sua parte o se lui ha il diritto di non diventare padre così come lei lo ha di diventare madre. Premesso, ovviamente, che potrebbe anche capitare il contrario, cioè che sia lui a volere il figlio, mentre lei non se la senta di portare a termine la gravidanza.

La domanda di fondo, dunque, è questa: chi decide sull’aborto? Devono essere d’accordo tutti e due per interrompere la gestazione o per far nascere il bambino? Oppure uno dei due può prendere la decisione per conto suo indipendentemente dalla volontà dell’altro? Vediamo.

Chi decide sull’aborto?

È probabile che l’uomo ci resti male ma la decisione di portare a termine una gravidanza o di interromperla anticipatamente – entro i termini temporali consentiti – spetta alla donna. Così ha stabilito la tanto discussa (ai tempi) legge 194 sull’aborto del 1978, ancora in vigore. La stessa normativa concede 90 giorni di tempo, cioè 3 mesi, per recarsi in un consultorio, dal suo medico di fiducia, in una clinica o in una struttura ospedaliera ed avviare la pratica per porre fine alla dolce attesa.

Su questo, dunque, l’ultima parola ce l’ha la futura mamma. Il padre può tentare di imporsi quanto vuole, può cercare di convincere lei in ogni modo, ma alla fine sarà la donna a dire «abortisco» oppure «mi tengo il bambino».

Quando è consentito l’aborto?

Perché deve decidere solo la donna e perché la legge le concede la possibilità di ignorare completamente il parere del padre del bambino? La «194» permette l’aborto se la donna ritiene che portare avanti la gravidanza, affrontare un parto o essere costretta ad occuparsi del figlio comporti un serio pericolo per la sua salute fisica e psichica, della sua situazione economica, sociale o familiare o dalle circostanze in cui è rimasta incinta (l’esempio che viene sempre citato, a questo proposito, è quello della gravidanza in seguito ad un episodio di violenza sessuale).

Inoltre, l’aborto è consentito quando sono previste delle anomalie nella gravidanza o delle malformazioni nel bambino.

Va detto, però, che la donna non è tenuta a spiegare al medico che deve praticare l’aborto il motivo della sua scelta: basta che l’intervento venga eseguito entro i primi e mesi dal concepimento. Tuttavia, prima di mettere tutte le firme per la pratica dell’aborto, il consultorio o il personale sanitario sono obbligati a proporre alla donna delle alternative. La legge lo spiega in questo modo: la struttura o il medico sono tenuti «ad aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto». Significa che ci deve essere sempre un tentativo di garantire, per quanto possibile, il rispetto delle condizioni e della riservatezza della donna e, allo stesso tempo, di far tutelare il bambino.

Se lui vuole abortire e lei no, cosa succede?

Come detto, la legge mette nelle mani della donna incinta la decisione di abortire entro i primi 3 mesi dal concepimento oppure di portare avanti la gravidanza. Vuol dire che la sua decisione prevale su quella del padre del bambino, il quale avrà soltanto una scelta nel caso in cui volesse che lei abortisse: mettersi il cuore in pace, nel limite del possibile.

Per quanto sia antipatico dirlo in questo modo, la donna può ascoltare l’opinione di lui solo se lo ritiene opportuno ma, alla fine, la decisione dell’uomo conta quanto uno zero a sinistra. Sarà efficace soltanto quella di lei. Ovviamente, nel caso in cui lui pretendesse l’aborto con la forza o con la violenza, alla donna non resta che denunciarlo alle forze dell’ordine.

Ma non finisce qui. Il padre non solo dovrà accettare quello che la futura mamma deciderà ma, nel caso in cui lei volesse portare avanti la gravidanza, lui dovrà anche riconoscere il bambino e farsene carico per la sua parte anche dal punto di vista economico fino a quando il nascituro non sarà a tutti gli effetti autonomo. Anche se lui aveva chiesto l’aborto perché non desiderava quel figlio.

La donna può anche decidere di dire all’uomo con cui ha concepito il bambino: «Sparisci, a nostro figlio ci penso io». A quel punto, se lui ottiene il consenso di lei a disinteressarsi del piccolo, non sarà tenuto a fare nulla. A meno che, col passare del tempo, lei ci ripensi e chieda il mantenimento del figlio con tanto di arretrati (quindi, a lui conviene che lei ci ripensi in fretta). Non dovrebbe fare molta fatica ad ottenerlo: in questi casi, non contano gli accordi tra i genitori ma il bene del bambino.

Così come può capitare che la donna non muova un solo dito ma che col passare del tempo a bussare alla porta dell’uomo sia proprio il figlio: potrebbe chiedere e ottenere dal padre un risarcimento del danno morale e materiale derivante dalla perdita della figura paterna. Insomma: mai dare per stabilito che il proprio passato sia rimasto definitivamente alle spalle.



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1 Commento

  1. Il che significa, in poche parole, che io madre mi faccio mettere incinta da te e tu dovrai mantenermi per tutta la vita insieme a mio figlio (non figlio tuo, ovviamente, tu sei solo lo stallone di turno adatto allo scopo), vivendo in casa tua a vita, anche se è intestata a tuo nome, e mandandoti a dormire in macchina o sotto i ponti.

    Se invece accade il contrario, e cioè che sono io padre a voler tenere il bambino, tu madre te ne freghi altamente di me e fai quel che vuoi senza che io possa metterci bocca…

    E poiché l’albero si vede dai frutti, non mancherà molto a che si vedano un giorno gli effetti concreti di questa politica: che siano dieci anni o anche cento, le foreste ricoprono sempre i campi lasciati incolti dall’uomo, così come il mare restituisce i corpi dei naufraghi, sempre…

    Ma tant’è.

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