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Lo sai che? Se l’avvocato fa di testa sua e non si adegua all’interpretazione della giurisprudenza

Lo sai che? Pubblicato il 2 marzo 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 2 marzo 2014

L’avvocato deve sempre scegliere l’interpretazione del diritto che tutela maggiormente il cliente.

 

La legge, si sa, è soggetta a interpretazioni e ogni giudice può decidere in perfetta autonomia rispetto alle decisioni dei suoi colleghi o, addirittura, della stessa Cassazione.

Così disegnato, il nostro diritto è sempre connotato da un margine di incertezza che deriva, appunto, dal personale convincimento del singolo magistrato chiamato a decidere la controversia. Quale sarà la sua interpretazione? Impossibile dirlo in anticipo… Così capita a volte che si tenti la roulette della fortuna.

In teoria questo potrebbe mettere al riparo l’avvocato da possibili responsabilità qualora decida di non tenere conto di una linea interpretativa segnata in precedenza dalla giurisprudenza e seguirne invece un’altra che egli ritiene più convincente.

Ma fin dove si spinge questa libertà? In altri termini, fino a che punto il legale può fare “di testa propria”, ignorando gli indirizzi giurisprudenziali, per sostenere una tesi che poi, nei fatti, si rivela perdente per il proprio cliente?

A dare una risposta a questa domanda è intervenuta, un paio di giorni fa, una ordinanza della Cassazione [1].

Quel che dice la Suprema Corte è così sintetizzabile: è vero che il diritto è tutt’altro che certo ed è impossibile prevedere, a volte, l’interpretazione dei giudici: ma il legale – se vuole evitare una responsabilità professionale – è tenuto comunque a seguire quella linea interpretativa “maggioritaria” (ossia condivisa dalla maggior parte dei giudici o, comunque, dalla Cassazione, specie se a Sezioni Unite). In altre parole, il difensore deve optare per la via che garantisce di più il proprio cliente e lo mette al riparo da possibili contestazioni.

Insomma, nel dubbio, sempre meglio essere prudenti e non azzardare interpretazioni particolarmente ardite che possano esporre il cittadino al rischio di perdere la causa. Così, l’avvocato che perda la causa, non potrà poi difendersi dall’eventuale accusa di responsabilità, mossagli dal cliente, sostenendo che quella intrapresa è stata una scelta strategica innovativa e, comunque, frutto del suo particolare convincimento.

Sì, dunque, allo studio evolutivo del diritto: purché, però, non danneggi la parte.

note

[1] Cass. ord. n. 4790/14 del 28.02.2014.

Autore immagine: 123rf.com


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2 Commenti

  1. la certezza del diritto è un valore che va affermato e realizzato. questo sia sotto il profilo giurisprudenziale, che sotto il momento antecedente, della domanda in giudizio. Ma il lodevole intento,per un verso, non può farci dimenticare per un verso che la stessa giurisprudenza pone in essere interpretazioni contraddittorie, e che ciò avviene anche al più alto grado ( per tutti, in modo eloquente, la difformità interpretativa, con riguardo AL FRAZIONAMENTO GIUDIZIALE DEL CREDITO UNITARIO, visto che la prima cassazione a sezioni unite lo riteneva conforme ai principi di diritto, mentre la seconda, lo riteneva non rispettoso dei principi generali di buona fede); per altro verso, la legittima critica di un orientamento giurisprudenziale, se effettuata in modo non illusorio ma partendo dal presupposto che, comunque si tiene conto dell’orientamento diverso, è un espressione del diritto di critica, presupposto del aumento e accrescimento del sapere in tutte le sue forme di cui il sapere giuridico ne è una parte . Per quanto sopa affermato, si ritiene da parte di chi scrive, che la stabilità e la certezza del diritto, valore in se meritevole di perseguimento, e inoltre concreto presupposto per una crescita economica stabile( quale treno può scorrere su binari incerti?) va perseguito sempre , ma nel rispetto del pur essenziale diritto di critica, valore centrale di crescita e progresso economica ,; e poi si deve anche considerare che spesso è la stessa giurisprudenza ad essere fonte di incertezze interpretative . La stessa corte di giustizia europea si è posta con osservazioni critiche nella considerazione di come l’attività interpretativa, pur essendo relativa, è comunque basata su canoni di certezza per molti aspetti ;ossia la relatività consente una prevedibilità

  2. forse leggendo per intero la pronuncia il condivisibile, in astratto, auspicio di chi mi ha preceduto sarebbe parzialmente diverso.. Non si tratta di censurare lo sforzo ermeneutico utile a promuovere virate anche decise della pur prevalente giurisprudenza, ma scegliere, in presenza di un rischio noto, o che dovrebbero esserlo, non l’opzione che esponga il cliente, pur senza riservargli alcun vantaggio, ad un rischio elevato (elevatissimo, nel caso di specie poiché il collega, per un difetto di domiciliazione, non si avvede del deposito di un appello).

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