L’esperto | Articoli

Reati sui social network: Cassazione

17 Marzo 2021
Reati sui social network: Cassazione

Diffamazione, sostituzione di persona, stalking, molestie e minacce, lesione della privacy: tutti i comportamenti illeciti che possono essere commessi su Facebook e sugli altri social network.

Indice

Diffamazione sui social network

Sulla configurabilità del diritto di critica in casi di diffamazione a mezzo social network

Ai fini del riconoscimento dell’esimente prevista dall’art. 51 c.p., qualora le frasi diffamatorie siano formulate a mezzo social network, il giudice, nell’apprezzare il requisito della continenza, deve tener conto non solo del tenore del linguaggio utilizzato ma anche dell’eccentricità delle modalità di esercizio della critica, restando fermo il limite del rispetto dei valori fondamentali, che devono ritenersi sempre superati quando la persona offesa, oltre che al ludibrio della sua immagine, sia esposta al pubblico disprezzo.

Cassazione penale sez. V, 18/01/2021, n.8898

Esclusa l’esimente della provocazione se non vi è immediatezza tra i fatti

Ai fini del riconoscimento dell’esimente della provocazione nei delitti contro l’onore, sebbene sia sufficiente che la reazione abbia luogo finché duri lo stato d’ira suscitato dal fatto provocatorio, non essendo necessaria una reazione istantanea, è richiesta tuttavia l’immediatezza della reazione, intesa come legame di interdipendenza tra reazione irata e fatto ingiusto subito, sicché il passaggio di un lasso di tempo considerevole può assumere rilevanza al fine di escludere il rapporto causale e riferire la reazione ad un sentimento differente, quale l’odio o il rancore (nella specie, l’imputata aveva utilizzato i social network per pubblicare dei messaggi diffamatori contro l’ex marito e la donna con cui lui l’aveva tradita; la condotta diffamatoria era stata posta in essere dalla donna allorquando la relazione extraconiugale tra il marito e l’amante era già terminata, e comunque per un tempo eccedente rispetto alla immediatezza dei fatti).

Cassazione penale sez. V, 08/01/2021, n.3204

Diffusione di commenti diffamatori sulla bacheca di un social network e configurabilità del delitto di diffamazione.

Si configura il reato di cui all’art. 595 comma 3 c.p., ove siano “postati” commenti dal contenuto diffamatorio sulla bacheca di un social network. L’inserimento di frasi diffamatorie le rende accessibili ad una moltitudine indeterminata di soggetti e realizza così la pubblicizzazione e la diffusione delle stesse, con la conseguente configurazione della fattispecie aggravata del delitto di diffamazione ex art. 595 c.3 c.p.

Corte appello Ancona, 08/10/2020, n.1026

Diffamazione aggravata a mezzo di social network, in danno del defunto: i prossimi congiunti sono legittimati a proporre azione risarcitoria

In tema di diffamazione aggravata a mezzo di social network, in danno del defunto, trova applicazione il principio secondo cui l’offesa alla memoria di un congiunto si riflette “immancabilmente” sui suoi più stretti familiari, potendo la loro reputazione venirne indirettamente compromessa; ne deriva la piena legittimazione dei prossimi congiunti a proporre azione risarcitoria.

Tribunale Sciacca, 16/03/2020, n.112

La diffusione di un messaggio gravemente lesivo della reputazione attraverso l’uso di Facebook integra reato di diffamazione aggravata

Commette il reato di diffamazione aggravata colui che su Facebook offende l’onore e il decoro di un’altra persona pubblicando un post gravemente lesivo della reputazione della medesima, visibile a tutti gli utenti del social network. La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso della bacheca Facebook integra, infatti, un’ipotesi riconducibile all’art. 595, comma 3, c.p. trattandosi di una condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone. (Nel caso di specie, il Tribunale ha condannato per il reato de quo una persona che sulla propria bacheca di Facebook aveva pubblicato alcuni post contenenti espressioni offensive e gravemente lesive della reputazione di un avvocato).

Tribunale Campobasso, 28/11/2019, n.577

La pubblicazione su Facebook di immagini fotografiche con contenuto pornografico può integrare reato di diffamazione

Integra il reato di diffamazione la condotta di pubblicazione in un sito internet (nella specie, nel social network Facebook) di immagini fotografiche che ritraggono una persona in atteggiamenti pornografici, in un contesto e per destinatari diversi da quelli in relazione ai quali sia stato precedentemente prestato il consenso alla pubblicazione.

Cassazione penale sez. III, 19/03/2019, n.19659

In tema di diffamazione, un post su Facebook non equivale ad un articolo di giornale

A carico di un soggetto che pubblica un “post” su un social network (nella fattispecie Facebook) non si possono porre oneri informativi analoghi a quelli gravanti su di un giornalista professionista, tenuto conto della profonda differenza fra le due figure per ruolo, funzione, formazione, capacità espressive, spazio divulgativo e relativo contesto.

Cassazione penale sez. V, 19/11/2018, n.3148

Il rispetto della verità del fatto assume, nell’esercizio del diritto di critica politica, un rilievo più limitato e affievolito rispetto al diritto di cronaca

Il diritto di critica si concretizza in un giudizio valutativo che postula l’esistenza del fatto assunto a oggetto o spunto del discorso critico e una forma espositiva non ingiustificatamente sovrabbondante rispetto al concetto da esprimere, e, conseguentemente, esclude la punibilità di coloriture e iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale, purché tali modalità espressive siano proporzionate e funzionali all’opinione o alla protesta, in considerazione degli interessi e dei valori che si ritengono compromessi. In questa prospettiva, il rispetto della verità del fatto assume, in riferimento all’esercizio del diritto di critica politica, un rilievo più limitato e necessariamente affievolito rispetto al diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva e asettica.

Mentre nella valutazione del requisito della continenza, necessario ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica, si deve tenere conto del complessivo contesto dialettico in cui si realizza la condotta e verificare se i toni utilizzati dall’agente, pur aspri e forti, non siano gravemente infamanti e gratuiti, ma siano, invece, comunque pertinenti al tema in discussione (fattispecie in cui la Corte ha escluso la configurabilità del reato di diffamazione rispetto a un post pubblicato su un social network – contenente una critica a un’attività commerciale – che, pur caratterizzato da toni aspri e polemici, non era risultato trasmodare in una immotivata aggressione ad hominem).

Cassazione penale sez. V, 19/11/2018, n.3148

Non commette diffamazione chi pubblichi post su un social network con cui denunci prezzi esosi di un ristorante accusando anche di truffare sul peso dei ravioli

Rientra nel diritto di critica il post pubblicato sul social network con il quale si “denunciano” i prezzi esosi di un ristorante locale accusando anche di “truffare” sul peso dei ravioli. Non sussiste pertanto il reato di diffamazione in quanto non possono addossarsi a un mero utente gli stessi oneri informativi richiesti ai giornalisti. Ad affermarlo è la Cassazione, per la quale si tratta, infatti, di figure diverse per ruolo, formazione, capacità espressive, spazio divulgativo e contesto.

Cassazione penale sez. V, 19/11/2018, n.3148

Sostituzione di persona

Commette sostituzione di persona chi crea un profilo social servendosi di immagine di soggetto diverso e inconsapevole

Integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di colui che crea ed utilizza un “profilo” su “social network”, servendosi abusivamente dell’immagine di un diverso soggetto, inconsapevole, in quanto idonea alla rappresentazione di un’identità digitale non corrispondente al soggetto che ne fa uso.(Fattispecie relativa alla creazione di falsi profili “facebook”).

Integra il reato di sostituzione di persona la condotta consistente nella creazione di un profilo su un social network con abusivo utilizzo dell’immagine di una persona del tutto inconsapevole, dal momento che in tal modo viene rappresentata una identità digitale non corrispondente al soggetto che utilizza il profilo. (Nel caso di specie, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato, condannato per i reati di cui agli artt. 494 e 595 c.p. per aver creato falsi profili Facebook rappresentati da foto caricaturali della persona offesa ed aver leso la reputazione della stessa tramite internet, evidenziando che, ai fini della configurabilità del reato di sostituzione di persona è sufficiente la illegittima sostituzione della propria all’altrui persona, con conseguente irrilevanza del fatto che sia stata divulgata un’immagine caricaturale della persona offesa, circostanza quest’ultima rilevante ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione).

Cassazione penale sez. V, 06/07/2020, n.22049

Integra sostituzione di persona creare un profilo Facebook utilizzando abusivamente l’immagine di altra persona

Integra il delitto di sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.) la creazione ed utilizzazione di un profilo su social network, utilizzando abusivamente l’immagine di una persona del tutto inconsapevole, trattandosi di condotta idonea alla rappresentazione di una identità digitale non corrispondente al soggetto che lo utilizza (nella specie, l’imputato aveva creato un profilo Facebook apponendovi la fotografia di una persona minorenne per ottenere contatti con persone minorenni e scambio di contenuti a sfondo erotico).

Cassazione penale sez. V, 08/06/2018, n.33862

Minaccia, violenza e pubblicazioni illegittime

Inviare ad un minore messaggi sessualmente espliciti su Whatsapp minacciando di pubblicare la chat integra violenza sessuale nonostante l’assenza di contatto fisico con la vittima

Integra il reato di violenza sessuale la condotta consistente nell’invio di una serie di messaggi Whatsapp “allusivi e sessualmente espliciti” ad una minorenne, costringendola a scattarsi fotografie da inviare al soggetto agente, con la minaccia di pubblicare la chat su un altro social network.

(Nel caso di specie, la S.C. ha rigettato il ricorso dell’indagato avverso l’ordinanza con la quale il tribunale del riesame aveva confermato l’applicazione della custodia cautelare in carcere disposta dal g.i.p. per il reato di cui agli artt. 609-bis e 609-ter c.p., evidenziando come la violenza sessuale risultasse pienamente integrata nonostante l’assenza di contatto fisico con la vittima, dal momento che gli atti finalizzati a soddisfare gli istinti sessuali del ricorrente erano certamente idonei a violare la libertà di autodeterminazione sessuale della persona offesa).

Cassazione penale sez. III, 02/07/2020, n.25266

Hate speech e comportamenti d’odio in rete

La libertà di manifestazione del pensiero non include discorsi ostili e discriminatori e basati sull’intolleranza (vietati a vari livelli dall’ordinamento interno e sovranazionale). Gli obblighi imposti dal diritto sovranazionale impongono di esercitare un controllo e tale obbligo è imposto anche, entro certi limiti, ai social network come Facebook.

Le condizioni d’uso di Facebook vietano contenuti che possano essere interpretati come discorsi di incitazione all’odio, che si sostanziano in un attacco diretto alle persone sulla base di aspetti, quali razza, etnia, nazionalità di origine, religione, orientamento sessuale, casta, sesso, genere o identità di genere e disabilità o malattie gravi, perché creano un ambiente di intimidazione ed esclusione e, in alcuni casi, possono promuovere violenza reale.

Sulla base delle norme interne e sovranazionali e della costante loro applicazione giurisprudenziale sopra riportate e del Codice di condotta sottoscritto con la Commissione Europea e delle condizioni d’uso, Facebook ha il diritto di risolvere il contratto con gli utenti che in qualità di amministratori gestivano le pagine delle varie articolazioni dell’organizzazione Forza Nuova; Facebook ha il dovere giuridico di risolvere i contratti, essendo evidente che il richiamarsi agli ideali del fascismo in numerosissime iniziative pubbliche e pubbliche manifestazioni vale a qualificare Forza Nuova come organizzazione d’odio, cioè una associazione di almeno tre persone organizzata con un nome, un segno o simbolo e che porta avanti un’ideologia, dichiarazioni o azioni fisiche contro individui in base a caratteristiche come razza, credo religioso, nazionalità, etnia, genere, sesso, orientamento sessuale, malattie gravi o disabilità.

Tribunale Roma, 23/02/2020

Commette reato di apologia riguardante delitti di terrorismo anche colui che condivide sui social network meri link a materiale jihadista

Integra il reato di apologia riguardante delitti di terrorismo la condotta di chi condivide su “social network” (nella specie “Twitter” e “Whatsapp”) “link” a materiale “jihadista” di propaganda, senza pubblicarli in via autonoma, in quanto, potenziando la diffusione di detto materiale, accresce il pericolo, non solo di emulazione di atti di violenza, ma anche di adesione, in forme aperte e fluide, all’associazione terroristica che li propugna.

Cassazione penale sez. I, 09/10/2018, n.51654

Maltrattamenti aggravati che giustificano la custodia cautelare in caso di minacce sui social network

La trasgressione al divieto di comunicazione con le persone offese, inglobato nel provvedimento di divieto di dimora, che concreta la fattispecie addebitata, in una delle sue modalità attuative, autorizza la configurazione di una delle manifestazioni dei maltrattamenti aggravati, potendo la prova di esse desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente, che ha rivolto alle vittime messaggi vocali minacciosi, e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su facebook. Questi ultimi costituiscono documenti e mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario. Si caratterizza sul piano della interazione tra il mittente e il destinatario – in relazione al profilo saliente dell’oggetto giuridico della norma incriminatrice – per la incontrollata possibilità di intrusione, immediata e diretta, del primo nella sfera delle attività del secondo.

Cassazione penale sez. VI, 22/05/2018, n.57870

Lesione della privacy

Commette interferenze illecite nella vita privata chi si procuri immagini di parti intime di paziente sottoposta ad esame diagnostico e le diffonde sui social

Integra il reato di interferenze illecite nella vita privata la condotta di colui che, mediante strumenti di ripresa visiva, si procuri immagini delle parti intime di una paziente sottoposta ad esame diagnostico all’interno di uno studio medico privato e successivamente le diffonda attraverso i “social network”, atteso che il bene giuridico tutelato dall’art. 615-bis c.p. concerne qualsiasi atto che la persona svolga nella vita privata in un luogo riservato.

Cassazione penale sez. III, 11/06/2020, n.27990

Facebook, è scorretta la pratica che prevede la cessione a terzi dei dati degli iscritti senza un adeguato consenso

Deve ritenersi corretta la valutazione della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato circa l’idoneità della pratica, che comporta la trasmissione dei dati degli utenti Facebook dalla piattaforma del “social network” ai siti “web/app” di terzi e viceversa, senza preventivo consenso espresso dell’interessato, per l’uso degli stessi a fini di profilazione e commerciale, a trarre in inganno il consumatore e ad impedire la formazione di una scelta consapevole, omettendo di informarlo del valore economico di cui la società beneficia in conseguenza della sua registrazione al social network.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 10/01/2020, n.260

Diffusione illecita in un chat dei dati della vittima, il termine di prescrizione decorre dal giorno in cui i dati vengono rimossi

La condotta di diffusione illecita di dati personali (nella specie, iscrizione di una donna, a sua insaputa, ad una chat di incontri), in quanto programmaticamente destinata a raggiungere un numero indeterminato di soggetti, si caratterizza per la continuatività dell’offesa derivante dalla persistente condotta volontaria dell’agente (che ben avrebbe potuto rimuovere i dati personali resi ostensibili ai frequentatori del social network). Ne discende che l’illecito, perfezionatosi nel momento di instaurazione della condotta offensiva, si è consumato, agli effetti di cui all’art. 158, comma 1, c.p. per la decorrenza della prescrizione, dal giorno in cui è cessata la permanenza.

Cassazione penale sez. III, 28/05/2019, n.42565

Social Network: è reato accedere alla pagina Facebook dell’ex compagno contro la sua volontà anche se le credenziali erano state spontaneamente comunicate

La Suprema Corte, con le sentenze Cass. pen. n. 2905/2018 e Cass. pen. n. 2942/2018 ha stabilito che l’accedere al profilo di un Social network appartenente all’ex compagno, il quale abbia spontaneamente comunicato le proprie credenziali di accesso, integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico o telematico, qualora tale circostanza avvenga contro la sua volontà.

Commette il reato di cui all’art. 615-ter c.p. il soggetto che, pur essendo stato messo a conoscenza in precedenza dalla moglie delle chiavi di accesso da lei utilizzate per entrare nel sistema informatico, le utilizza senza il consenso attuale della medesima.

In tema di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico ex art. 615-ter cod. pen., non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema informatico protetto siano state comunicate all’autore del reato, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, dallo stesso titolare delle credenziali, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza di condanna dell’imputato che, dopo aver acceduto al profilo “facebook” della ex moglie avvalendosi delle credenziali a lui note, aveva preso conoscenza delle conversazioni riservate della donna e aveva poi cambiato la “password” al fine di impedirle di accedere al “social network”).

Integra il reato di cui all’art. 615 ter c.p. la condotta del marito che accede al profilo Facebook della moglie grazie al nome utente ed alla password utilizzati da quest’ultima potendo così fotografare una chat intrattenuta dalla moglie con un altro uomo e poi cambiare la password, sì da impedire alla persona offesa di accedere al social network. La circostanza che il ricorrente fosse stato a conoscenza delle chiavi di accesso della moglie al sistema informatico – quand’anche fosse stata quest’ultima a renderle note e a fornire, così, in passato, un’implicita autorizzazione all’accesso – non esclude comunque il carattere abusivo degli accessi sub iudice. Mediante questi ultimi, infatti, si è ottenuto un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante rispetto a qualsiasi possibile ambito autorizzatorio del titolare dello ius excludendi alios, vale a dire la conoscenza di conversazioni riservate e finanche l’estromissione dall’account Facebook della titolare del profilo e l’impossibilità di accedervi.

Cassazione penale sez. V, 02/10/2018, n.2905

Stalking e molestie

Avances ossessive verso un altro uomo: condannato per molestie

Va riconosciuta la responsabilità a titolo di molestie per l’imputato accusato di aver inviato messaggi tramite il social network Facebook ovvero tramite l’applicativo WhatsApp al fine di organizzare incontri o intavolare conversazioni di chiaro contenuto sessuale.

Cassazione penale sez. I, 05/03/2020, n.15835

Commette reato di atti persecutori chi reiteratamente pubblica sui social network foto o messaggi con contenuto denigratorio della p.o.

Integra l’elemento materiale del delitto di atti persecutori la condotta di chi reiteratamente pubblica sui “social network” foto o messaggi aventi contenuto denigratorio della persona offesa – con riferimenti alla sfera della sua libertà sentimentale e sessuale – in violazione del suo diritto alla riservatezza .

Cassazione penale sez. V, 01/03/2019, n.26049

Messaggi denigratori su Facebbok possono integrare lo stalking

Messaggi o filmati postati sui social network possono integrare l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori e l’attitudine dannosa di tale condotte non è tanto quella di costringere la vittima a subire offese o minaccia per via telematica, quanto quella di diffondere su internet dati, veri o falsi, fortemente dannosi.

Cassazione penale sez. V, 28/11/2017, n.57764

Aspetti processuali e prova

Diffamazione via social network: differente collaborazione di Facebook e LinkedIn con l’autorità giudiziaria italiana

In tema di diffamazione attraverso i social network Facebook e Linkedin è notorio che Facebook non fornisca indicazioni all’autorità giudiziaria italiana in relazione all’utente che si cela dietro un nickname mentre per LinkedIn è possibile acquisire elementi utili all’indagine.(Nel caso di specie il gip restituiva gli atti al PM per l’integrazione investigativa a seguito di opposizione alla richiesta di archiviazione).

Tribunale La Spezia sez. uff. indagini prel., 05/12/2019

Reati commessi via Facebook: è necessario verificare che i profili siano effettivamente riconducibili all’imputato

In tema di reati commessi attraverso facebook è necessario verificare che i profili facebook siano effettivamente riconducibili all’imputato. (Nel caso di specie, le frasi pronunciate su social network integranti il reato erano state ricondotte  all’imputato senza alcuna indagine sul profilo).

Tribunale La Spezia sez. uff. indagini prel., 12/02/2020, n.39

Post offensivi su Facebook: in assenza di collaborazione del social network nell’identificazione dell’autore del reato, le indagini vanno comunque approfondite

Se il social network non collabora nell’identificazione dell’autore del reato, le indagini devono essere approfondite per individuare chi ha scritto il post. Ad affermarlo è la Cassazione che ha imposto ai giudici di merito di motivare adeguatamente le ragioni dell’archiviazione a carico del presunto autore della diffamazione on line. Il caso riguardava alcuni post offensivi pubblicati su Facebook da un utente la cui identità era rimasta incerta, a seguito del rifiuto dei gestori di Facebook di fornire l’indirizzo IP dell’autore del messaggio.

Il decreto di archiviazione disposto dal Gip veniva però impugnato in Cassazione dalla persona offesa che lamentava l’assoluta mancanza di indagini suppletive e di analisi degli ulteriori indizi forniti dalla persona offesa. Da qui la pronuncia della Suprema corte che ha imposto ai giudici di merito di andare oltre la mancata collaborazione dei social network e di approfondire tutti gli elementi utili alle indagini.

Cassazione penale sez. V, 12/07/2018, n.42630

È legittimo il sequestro preventivo tramite oscuramento della pagina Facebook per chi è indagato per diffamazione commessa tramite l’utilizzo del social network

È legittimo il sequestro preventivo tramite oscuramento della pagina Facebook per chi è indagato per diffamazione commessa tramite l’utilizzo del social network, per aver ripetutamente offeso la reputazione di più persone. Lo precisa la Cassazione dichiarando inammissibile il ricorso dei due inquisiti contro l’ordinanza confermativa del tribunale del riesame.

Per la Corte le forme di comunicazione telematica, quali blog, newsletter ecc…, pur rientrando nell’articolo 21 Costituzione, non godono delle garanzie costituzionali previste per la stampa: “in essi, infatti chiunque può esprimere il proprio pensiero su ogni argomento, suscitando opinioni e commenti da parte dei frequentatori del mondo virtuale”.

Cassazione penale sez. V, 13/12/2017, n.21521



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

2 Commenti

  1. A proposito della diffamazione sui social, vorrei capire a quale giudice devo rivolgermi per difendere i miei diritti? Visto che si tratta di un reato commesso in Rete, qual è il tribunale di fronte al quale posso tutelarmi e richiedere la condanna di chi mi ha diffamato? Vi ringrazio per i vostri chiarimenti sempre esaustivi.

    1. Secondo la Corte di Cassazione, bisogna prendere in considerazione il luogo in cui è stato caricato il contenuto offensivo: pertanto, per il reato di diffamazione sui social network, il giudice competente è quello del luogo in cui la condotta lesiva si è realizzata, vale a dire il posto dove si trovava il colpevole al momento del fatto.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube