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Reati sui social network

17 Marzo 2021
Reati sui social network

Facebook, Instagram e altri social: ecco come difendersi in caso di offese, diffamazione, minacce, stalking, utilizzo di immagini, nomi e foto altrui, sostituzione di persona, violazione della privacy, diffusione di chat e altri reati.

Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche lecito. L’esempio più classico è costituito da Internet: un territorio sconfinato su cui la libertà del singolo trova limite nel rispetto delle libertà altrui. Ecco perché la legge interviene ponendo una serie di limitazioni, a tutela della legalità e dei diritti costituzionali degli altri utenti. 

I social network sono l’emblema di questa immensa libertà a cui però fanno immancabilmente da contraltare numerosi abusi. 

Quali sono i reati sui social network e com’è possibile difendersi? In realtà, non è sempre necessaria una conoscenza approfondita della legge per comprendere cos’è lecito fare, e cosa non lo è, su Facebook, Instagram e sugli altri social. La legalità è spesso intuitiva e, come detto, deriva dal rispetto del prossimo. Ciò nonostante, i social vengono a volte usati come strumento di vendetta, violenza e sopruso. E dunque non è difficile immaginare quali possano essere le conseguenze di tali azioni. 

Di tanto parleremo meglio qui di seguito. Cercheremo di indicare quali sono i più frequenti reati sui social network: si va dalla diffamazione alla sostituzione di persona, dallo stalking alle minacce, dalla violazione della privacy all’apologia. Senza dimenticare le numerose violazioni dei diritti d’autore che, in tutta questa casistica, sono spesso considerati i comportamenti meno gravi. Ma procediamo con ordine.

Diffamazione aggravata sui social

Il reato più diffuso sui social è sicuramente la diffamazione. Una diffamazione aggravata, perché la legge prevede un inasprimento di pena per tutte le offese recate utilizzando mezzi di pubblicità come appunto Internet. Chi diffama su un social network rischia due anni di reclusione e può essere querelato dinanzi alla polizia postale entro tre mesi dalla scoperta del fatto.

La facilità nella commissione di tale reato deriva innanzitutto dal labile confine tra diritto di critica e offesa, non a tutti noto; dall’altro lato, dalla compulsività di determinate condotte, reazioni spesso non sottoposte a vaglio critico del suo autore. Così capita spesso di farsi trascinare in un’escalation di polemiche e insulti reciproci. 

È vero: i social – così come ormai tutti gli altri media – sono ormai caratterizzati da un linguaggio più forte rispetto a quello quotidiano. Pertanto, coloriture e iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale non possono essere puniti, a condizione che tali modi di dire restino comunque proporzionati e funzionali all’opinione o alla protesta.

La verità del fatto rappresenta certo una condizione per poter giustificare la critica. Ad esempio, secondo la giurisprudenza, non commette diffamazione chi pubblica post su un social network con cui denuncia i prezzi esosi di un ristorante.

C’è però da dire che la diffamazione è scusata tutte le volte in cui costituisce la reazione immediata e istintiva a una precedente offesa ricevuta dalla controparte: una sorta di “legittima difesa”, una giustificazione determinata dallo stato d’ira del momento. Affinché però vi possa essere l’esimente della provocazione è necessario che tra l’offesa e la reazione vi sia un breve lasso di tempo, tanto da poter ritenere che la seconda sia conseguenza diretta e istintiva della prima. Diversamente, si parla solo di vendetta che, invece, la legge non giustifica.

È il giudice a stabilire, caso per caso, quando si può parlare di legittima critica e quando invece si sconfina nella diffamazione. In linea generale, la diffamazione scatta tutte le volte in cui il giudizio è rivolto a deridere, umiliare o mortificare l’altrui persona, la sua morale o professionalità. Si pensi a chi dice di un professionista che è un incompetente, un imbroglione o un poco di buono. Invece, si rimane nell’ambito della critica quando si manifesta, in modo pacato e ragionevole, la diversità della propria opinione rispetto a quella altrui. Si pensi a chi sostiene che le opinioni mediche o scientifiche di un’altra persona sono del tutto sbagliate e frutto di equivoci.

La diffamazione sul social network scatta anche dinanzi a un profilo “chiuso”: non è importante infatti il numero di utenti che possono leggere il messaggio e che lo stesso non sia aperto a tutti. Per la diffamazione è infatti sufficiente un pubblico di almeno due persone.

Anche la pubblicazione di immagini sconvenienti può integrare la diffamazione se queste sono prelevate da un contesto diverso.

Sostituzione di persona

Altro reato inflazionato sui social è quello di sostituzione di persona. Lo commette non solo chi apre un account usando il nome e/o le fotografie di un’altra persona realmente esistente, ma anche chi millanta titoli, qualità o condizioni che non ha: il tutto ovviamente per fini illeciti. 

Ad esempio, commette reato chi dice di essere single quando invece è sposato, oppure finge di essere più giovane di quanto non lo sia effettivamente, solo per adescare una persona e ottenerne i favori sessuali. Lo stesso dicasi per chi fa credere di rivestire una carica di rilievo in una società quando invece non è vero. E altrettanto dicasi nei confronti del fotografo che, per ritrarre una modella, dica di essere addetto al casting di una trasmissione televisiva. È reato di sostituzione di persona attribuirsi un titolo che non si ha, come quello di avvocato, professore, docente, ecc.

Alla base del reato ci deve essere un’attività volta ad ingannare. Il che implica una serie di artifici. Il semplice fatto di giocare sull’equivoco non fa scattare il reato.

Leggi sul punto Fingere sui social.

Anche in questo caso, per far condannare chi finge sui social network è necessario procedere a una querela presso la polizia postale o i carabinieri; in alternativa, si può depositare l’atto presso la Procura della Repubblica. Il tutto entro 3 mesi dalla scoperta dell’inganno.

Minacce

Passare dalle offese alle minacce è molto facile. Succede in presenza di espressioni come «Stai attento», «Te la faccio pagare», «Non sai che ti faccio». Non c’è quindi bisogno di specificare le conseguenze a cui la vittima potrebbe andare incontro: basta anche restare sul vago. L’importante è essere credibili e incutere timore; non è pertanto minaccia affermare «Con un calcio ti spedisco sulla luna» perché non è una condotta materialmente possibile. Non è altresì minaccia manifestare la possibilità di un ricorso alla giustizia come «Ti denuncio», «Ti faccio causa», perché si tratta di un diritto riconosciuto a tutti: sarà poi il giudice a stabilire se vi sono o meno i presupposti per la tutela del diritto assertivamente leso o meno e, nel caso contrario, condannare il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dall’avversario.

Secondo la giurisprudenza, inviare messaggi sessualmente espliciti su WhatsApp minacciando di pubblicare la chat integra violenza sessuale nonostante l’assenza di contatto fisico con la vittima.

Apologia di reato

Sui social bisogna evitare di invitare gli utenti a commettere reati. Secondo la giurisprudenza della Cassazione, commette reato di apologia riguardante delitti di terrorismo anche colui che condivide sui social network meri link a materiale jihadista.

Affermare «Ribelliamoci, non rispettiamo la legge» è una condotta generica che non costituisce reato. Il reato scatta infatti tutte le volte in cui una persona, in pubblico, istiga alla disobbedienza delle sole leggi di ordine pubblico oppure all’odio fra le classi sociali. In tal caso, si rischia la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Lesione della privacy

Anche la violazione della privacy è un tema ricorrente sui social. La commette chi comunica a terzi le condizioni di salute di altri o pubblica immagini di persone affette da malattie, handicap, ecc.

Viola la privacy chi pubblica il numero di telefono di qualcun altro, la sua email o qualsiasi altro dato personale. E la viola anche chi carica sul proprio profilo una foto che vede ritratta una persona la quale, pur avendo acconsentito allo scatto, non ha autorizzato la sua diffusione online. Peraltro, tale autorizzazione, anche se concessa, può essere sempre revocata. Così, ad esempio, in una coppia che si separi, uno dei partner può chiedere all’altro di cancellare dal proprio profilo social tutte le foto fatte insieme. 

Viola la privacy chi pubblica una chat avuta con un’altra persona dalla quale si possa risalire alla sua identità e ai dati personali (basterebbe anche un numero di telefono, la location dell’ufficio, le condizioni di salute, l’orientamento politico, religioso o sessuale, l’iban bancario, ecc.).

È reato accedere alla pagina Facebook dell’ex compagno contro la sua volontà anche se le credenziali erano state spontaneamente comunicate in una precedente occasione. In tal caso, si può sporgere una querela per «accesso abusivo a sistema informatico».

Stalking e molestie

Le avance ossessive, una serie di messaggi privati, i continui commenti ai post: tutto ciò che si reitera e che può generare ansia, stress o timore nella vittima, o indurla addirittura a sospendere il proprio account social può integrare il reato di stalking. Nei casi meno gravi scatta il reato di molestie.

Commette reato di atti persecutori anche chi pubblica più volte, sui social network, foto o messaggi con contenuto denigratorio nei confronti della vittima.

Violazione del diritto d’autore

La violazione del copyright scatta tutte le volte in cui su un social vengono pubblicate opere altrui per le quali l’autore non abbia mai dato l’autorizzazione. Si pensi a chi prelevi dal web foto, testi, canzoni, video che non sono propri. 

Il fatto che le opere siano già state pubblicate su Internet non le rende di pubblico dominio. Non lo sono neanche se il titolare del contenuto non ha specificato, nella prima pubblicazione, “tutti i diritti riservati”: difatti, ogni opera è tutelata dal diritto d’autore già dalla sua nascita, a meno che il titolare non abbia specificato che la stessa è libera da restrizioni.  



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