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Si può non pagare il sistema operativo Windows?

18 Marzo 2021
Si può non pagare il sistema operativo Windows?

Rifiuto della licenza d’uso per l’acquisto di pc: il consumatore ha diritto a rinunciare al software preinstallato e alla riduzione del prezzo.

Come abbiamo già spiegato nell’articolo Rimborso del software preinstallato: come ottenerlo, quando si compra un computer da scrivania, un portatile, un notebook o un laptop, si può non pagare il sistema operativo Windows. Questo perché il consumatore ha diritto a scegliere il software che troverà all’interno del pc appena acquistato. 

Come già chiarito in passato dalla Cassazione, per quanto sia legittima la prassi seguita dalle imprese produttrici dell’hardware che installano il sistema operativo dentro il computer, l’acquirente non deve per forza aderire a tale ulteriore offerta. 

La casa produttrice non può infatti imporre al consumatore una scelta propria. Risultato: è dovuto lo sconto sul prezzo di listino all’acquirente che richieda la cancellazione del sistema operativo già preinstallato (perché magari preferisce uno come Linux, Obuntu o comunque un’altra alternativa freeware e quindi gratuita).

A chiarirlo è stato il tribunale di Monza, con una pronuncia [1] che ricalca altri precedenti simili.

Il rifiuto della licenza d’uso non inficia la compravendita anche se questa è già stata conclusa. Per cui, la domanda può essere presentata anche dopo che la macchina è stata scartata dall’imballaggio. È proprio lì infatti che il consumatore si accorge di aver pagato qualcosa in più che non aveva chiesto: un prodotto aggiuntivo non indicato nel depliant e nelle relative specifiche tecniche. 

Dunque, se anche il prezzo è già stato versato, al consumatore compete chiedere il rimborso parziale del prezzo.

Lo stesso contratto di licenza d’uso del sistema operativo contiene una clausola che stabilisce che qualora l’utente non accetti le condizioni contrattuali non sarà legittimato ad utilizzare o duplicare il software ed avrà l’onere di contattare il produttore dell’hardware per ottenere il rimborso integrale del prezzo corrisposto per l’intero prodotto. Testualmente, tale clausola inserita nella licenza proposta all’utente/acquirente così recita: «Qualora l’utente non accetti le condizioni del presente contratto, non potrà utilizzare o duplicare il software e dovrà contattare prontamente il produttore per ottenere informazioni sulla restituzione del prodotto o dei prodotti e sulle condizioni di rimborso in conformità alle disposizioni stabilite dal produttore stesso». E la stessa licenza, che comunemente secondo l’uso anglosassone viene chiamata EULA (End User License Agreement) qualifica come produttore (OEM – Original Equipment Manifacturer) il soggetto che ha realizzato il personal computer sul quale è installato il software operativo non desiderato.

Proprio il rifiuto dell’acquirente di accettare la licenza d’uso del sistema operativo preinstallato sul personal computer acquistato ed il rigetto della richiesta di rimborso della quota parte del prezzo di acquisto dello stesso personal computer riferito al bene o componente software presente e non voluto dall’acquirente ha dato origine alla questione oggetto di commento.

La domanda di rimborso può essere presentata al venditore con cui solo l’acquirente ha concluso il contratto. Quest’ultimo non può quindi glissare la richiesta invitando il proprio cliente a rivolgersi alla casa madre, ossia quella che ha prodotto il computer e lo ha assemblato. E ciò vale anche per i pc di marca. Difatti, il Codice del consumo dà diritto al consumatore ad agire nei confronti del venditore, senza doversi rivolgere invece al produttore.

Ma a quanto ammonta il rimborso per il sistema operativo? Qui veniamo alle dolenti note: si tratta di poche decine di euro, troppo poche per intentare una causa, a meno che non lo si faccia per una questione di principio o per un po’ di visibilità da esibire magari sul web. Nel caso deciso dal tribunale lombardo si è trattato di 42 euro: pari quasi al contributo unificato che bisogna pagare innanzi al giudice di pace per avviare il giudizio civile. Peraltro, c’è anche da intraprendere prima la mediazione obbligatoria il cui costo è sempre di 40 euro per il primo incontro.

Ma se dovesse sopraggiungere la condanna per la catena di distribuzione del computer, quest’ultima verrebbe severamente condannata a un «danno punitivo», una sorta di condanna esemplare che può arrivare – come nel caso di specie – a 20mila euro. E, dunque, per non rimborsare 42 euro di software preinstallato il colosso informatico ne deve pagare poi diverse decine di migliaia a titolo di sanzione. 

In sintesi, il principio espresso dal tribunale di Monza è il seguente: all’acquisto del personal computer il consumatore ben può rifiutare la licenza d’uso senza inficiare la compravendita della macchina, magari perché non ama i prodotti Microsoft. Pertanto, scatta la responsabilità processuale aggravata a carico del produttore del pc per la condotta processuale temeraria: «una serie innumerevole di specifici motivi d’appello» e «una produzione assolutamente sproporzionata» rispetto all’esiguità del credito controverso, che denotano «prepotenza» nei confronti di un «modesto consumatore». 

La questione della vendita di computer con software preinstallati e non richiesti dall’acquirente è stata già trattata in passato dalla Cassazione [2]. Si parla a riguardo di vendita in bundle. Il «bunfling» non è altro che una offerta promozionale in cui due prodotti, tipicamente complementari e tra loro distinti, vengono venduti in un pacchetto indivisibile (letteralmente bundle) a prezzo unico. È proprio il caso del computer con il sistema operativo Windows già installato. Si tratta di una pratica assai ricorrente che fa sì che un acquirente di personal computer si trovi, di fatto e senza grandi possibilità di scelta, titolare di un contratto di licenza d’uso del software operativo che gli consente di utilizzare, nelle sue funzioni primarie, il personal computer acquistato e che gli permette, nel contempo, l’installazione di altri programmi per elaboratore di tipo applicativo che ne aumentano le funzionalità e ne ampliano le potenzialità.

Ebbene, secondo i giudici supremi, la vendita in bundle è lecita ma i contratti vanno tenuti tra loro ontologicamente distinti: pertanto, chi acquista il computer, se non gradisce il sistema operativo preinstallato, ben può restituirlo alla casa produttrice e farsi ridare i soldi. 

La Corte Suprema, in tale occasione, ha precisato che «Colui che acquista un computer sul quale sia stato preinstallato dal produttore un determinato software di funzionamento (c.d. sistema operativo) ha diritto, qualora non intenda accettare le condizioni della licenza d’uso del software propostegli al primo avvio del computer, di trattenere quest’ultimo restituendo il solo software oggetto della licenza non accettata, a fronte del rimborso della parte di prezzo ad essa specificamente riferibile».

Ed ancora: «L’acquisto di un notebook [ma lo stesso discorso vale per qualsiasi altra tipologia di computer] non obbliga ad accettare il sistema operativo preinstallato e qualora l’acquirente, all’avvio dell’hardware, manifesti il suo rifiuto alla licenza d’uso del predetto sistema e del suo software applicativo, il mancato consenso si ripercuote unicamente sul contratto di licenza d’uso e non sul negozio di compravendita del computer. Tra la vendita del prodotto hardware e la licenza d’uso del sistema operativo non sussista un collegamento negoziale ove manchino elementi idonei a dimostrare la volontà delle parti di concludere entrambi i negozi allo scopo di realizzare un ulteriore interesse pratico, causa concreta dell’intera operazione negoziale, unitario ed autonomo rispetto a quello proprio di ciascuno di essi. Ne consegue che l’acquirente del notebook, qualora non aderisca alle condizioni predisposte unilateralmente per l’accesso al sistema operativo e al software applicativo, rifiuta il perfezionamento del contratto di licenza d’uso ad essi relativo, senza che ciò incida sulla già perfezionata compravendita del computer».


note

[1] Trib. Monza, sent. n. 1734/20.

[2] Cass. sent. n. 19161/14

Autore immagine: pixabay.com


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